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3 Marzo 2026
18:30

Perché gli Stati Uniti e Israele stanno attaccando l’Iran proprio ora: i retroscena storici, cosa sta succedendo e cosa può succedere adesso

L’operazione Epic Fury scuote il Medio Oriente: dalla morte di Khamenei all'attacco a Dubai, ecco come il blocco dello Stretto di Hormuz minaccia l’economia e l'energia mondiale.

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Perché gli Stati Uniti e Israele stanno attaccando l’Iran proprio ora: i retroscena storici, cosa sta succedendo e cosa può succedere adesso
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L'Iran sotto l'attacco dell’operazione Epic Fury, le petroliere tenute in ostaggio dai Pasdaran nello Stretto di Hormuz e persino Dubai sotto attacco. Non sono solo immagini di guerra: è la cronaca di un’escalation senza precedenti. Se vi state chiedendo cosa sta succedendo, perché sta accadendo proprio ora e, soprattutto, come siamo arrivati a questo, nel video di oggi chiariamo tutti i vostri dubbi. E per farlo, bisogna andare indietro nel tempo di alcuni decenni: torniamo nel 1979, anno della Rivoluzione, e da lì scopriamo come siamo arrivati agli eventi di oggi.

L'architettura complessa della Repubblica Islamica

Per capire questa crisi bisogna capire il Paese al centro di tutto, e l'Iran non è una dittatura "classica". Immaginate questo Paese come una macchina con due motori che non sempre vanno nella stessa direzione: da una parte c'è la facciata democratica, con il  Presidente Masoud Pezeshkian e il Parlamento, dall'altra c'è il vero capo: la Guida Suprema, l'Ayatollah, che fino allo scorso 28 febbraio era Ali Khamenei (in carica dal 1989), e che aveva l'ultima parola su tutto: esercito, politica estera, nucleare, petrolio. Khamenei comandava i Pasdaran, le Guardie della Rivoluzione, che non sono solo un esercito ma un vero impero economico che controlla porti, banche e petrolio. In Iran quindi si va a votare, ma vince sempre chi ha il favore dell'Ayatollah.

Ma come si è arrivati a questo sistema? In seguito alla Rivoluzione Islamica del 1979, quando un'alleanza improbabile tra religiosi, studenti e operai cacciò lo Scià Mohammad Reza Pahlavi, alleato degli Stati Uniti, e al potere arrivò l'Ayatollah Khomeini, che trasformò l'Iran nella prima Repubblica Islamica della storia. Così l'Iran, da Paese tradizionalmente filo-americano, divenne il nemico numero uno degli USA nel giro di pochi mesi. Quella data, il 1979, è il punto da cui tutto il resto discende: le sanzioni, l'isolamento, la tensione con l'Occidente, e alla fine anche gli attacchi di questi giorni.

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Un vecchio francobollo iraniano con il volto del defunto Scià Mohammad Reza Pahlavi

L'Iran era già in crisi da diverso tempo 

Gli attacchi del 28 febbraio scorso non sono avvenuti dal nulla: l'Iran non versava in buone condizioni già da tempo. L'inflazione negli scorsi mesi era arrivata al 40%, il prezzo del pane era raddoppiato, la moneta nazionale (il Rial) crollata fino a circa un milione di Rial per un singolo dollaro americano (un milione per uno), e la popolazione sempre più desolata. Tutto questo è dovuto soprattutto al peso delle sanzioni internazionali, aggravate a settembre 2025 dallo scatto del meccanismo "Snapback" delle Nazioni Unite, che aveva riattivato tutte le sanzioni cancellate nel 2015 dopo che l'Iran aveva ripreso ad arricchire l'uranio oltre i limiti concordati.

Per reggere, l'Iran si era aggrappato alla Cina, suo unico polmone finanziario. La Cina acquistava tra l'80 e il 90% circa del petrolio iraniano esportato (circa un milione e mezzo di barili al giorno) a prezzi scontati, spesso pagando in baratto: tecnologia di sorveglianza, macchinari, cantieri ferroviari. Non per generosità, ma per business: più l'Iran era isolato, più Pechino poteva imporre condizioni favorevoli. Molti iraniani nelle piazze la consideravano già una nuova forma di colonizzazione.

E in piazza, tra dicembre 2025 e gennaio 2026, erano scesi tanti: giovani, donne, commercianti, in tutto il paese. Gli slogan erano cambiati: non più riforme, ma "Morte al dittatore". Il regime ha risposto con centinaia di arresti, il blocco di internet e almeno 40 mila morti. Questa era la situazione quando USA e Israele hanno deciso di muoversi.

Perché Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran proprio ora

Gli Stati Uniti e Israele hanno osservato quelle proteste e ci hanno visto un'opportunità: diffuse, reali, ma senza una leadership. Nel frattempo portavano in Medio Oriente una massa di asset militari paragonabile a quella dell'invasione dell'Iraq del 2003. Come copertura diplomatica, aprivano negoziati sul nucleare con l'Iran, ma non erano nient'altro che una mossa tattica: agli iraniani veniva infatti chiesto non solo di smettere di arricchire il proprio uranio, ma anche di rinunciare ai missili balistici e di abbandonare tutti i loro alleati regionali. In pratica, era una proposta irricevibile, e così i negoziati sono falliti.

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Carta di Laura Canali. Credits: Limes

E così è giunto il fatidico 28 febbraio 2026, giorno in cui è partita l'offensiva degli USA verso il Paese di Khameini. La motivazione ufficiale era il timore di un attacco nucleare, ma gli obiettivi reali sono ormai sotto gli occhi di tutti: smantellare l'apparato di sicurezza iraniano, ridurre le capacità missilistiche, indebolire Hezbollah, Hamas, gli Houthi, le milizie in Iraq e Siria. E poi c'era un obiettivo che in pochi citavano ma che era forse il più strategico: indebolire l'asse russo-cinese. La Russia, infatti, utilizza droni iraniani in Ucraina, mentre la Cina dipende dal petrolio iraniano. Colpire l'Iran significa quindi colpire entrambi, indirettamente.

L’uccisione dell’Ayatollah Khamenei: l’uomo che guidava l’Iran dal 1989

Il punto di svolta è arrivato nella mattina del 28 febbraio stesso: la morte della Guida Suprema Ali Khamenei, l'uomo che guidava l'Iran dal 1989.

La CIA ha seguito i suoi spostamenti per mesi e ha individuato un incontro al vertice previsto per sabato mattina nel complesso istituzionale di Teheran. L'attacco israeliano ha colpito il sito con trenta ordigni intorno alle 9:40, ma per ore ha regnato il mistero: Khamenei risultava scomparso, e il ministro degli Esteri iraniano aveva dichiarato alla NBC che la Guida era ancora viva. Poi, a tarda sera, la conferma: il corpo è stato recuperato sotto le macerie, le immagini sono state mostrate a Netanyahu, Trump lo ha annunciato su Truth Social e la televisione di Stato iraniana lo ha confermato. Ed è così che si è aperta una finestra di quaranta giorni di lutto nazionale.

Con l'Ayatollah sono morti anche il comandante delle Guardie Rivoluzionarie, il ministro della Difesa e il consigliere di sicurezza nazionale. In un solo attacco, sono stati fatti fuori i maggiori vertici militari e politici dell'Iran.

Ora, però, si apre un vuoto di potere senza precedenti. La Costituzione prevede infatti che un nuovo leader venga eletto dall'Assemblea degli Esperti, ma nel bel mezzo di una guerra, con le istituzioni sotto attacco e senza i vertici, chi prende il controllo? I Pasdaran, ossia i 210 mila uomini che controllano il Paese, al momento sembrano i più probabili arbitri di questa transizione. Ma se così non fosse, il sistema potrebbe collassare.

Perché l’Iran ha attaccato Dubai

Sui social e sulle TV internazionali sono circolati diversi video che raffigurano delle esplosioni nel cielo di Dubai: erano missili iraniani intercettati dai sistemi di difesa americani ed emiratini prima che potessero raggiungere il suolo. In totale, in queste ultime 96 ore l'Iran ha lanciato sugli Emirati 165 missili balistici e 541 droni, la grande maggioranza abbattuti in volo. Non tutti i missili, però, sono stati fermati: il Burj Al Arab è stato colpito da un drone e ha preso fuoco, il Terminal 3 dell'aeroporto di Dubai è stato evacuato, il Fairmont The Palm sull'isola artificiale ha subito danni gravi. Tre persone sono morte e 58 sono rimaste ferite.

Ma perché l'Iran colpisce Dubai? Perché gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein e il Kuwait sono alleati degli USA e ospitano basi americane e britanniche (il Bahrein è sede del Quartier Generale della 5a Flotta americana). Senza dimenticare che gli Accordi di Abramo del 2020 li hanno avvicinati ufficialmente a Israele, che per l'Iran è stato un tradimento imperdonabile. Colpire Dubai significa punire chi ospita l'infrastruttura militare americana e mandare un messaggio a chiunque voglia aiutare gli USA.

Le due fazioni del conflitto: i Paesi che ne fanno parte

Da un lato ci sono USA, Israele, Arabia Saudita, Emirati, Bahrain e Kuwait. Dall'altro l'Iran, con Hezbollah che ha già aperto un nuovo fronte in Libano, gli Houthi nello Yemen, le milizie sciite in Iraq e Siria. In questo schieramento sono presenti anche Cina e Russia, ma è bene spiegare in che ruolo.

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Mappa degli schieramenti: in viola, gli Stati Uniti (Alaska inclusa), Israele, Emirati Arabi Uniti e Quwait. In verde: Iran, Iraq, Siria, Yemen, Federazione Russa, Cina e Corea del Nord.

La Cina compra dall’Iran la quasi totalità del petrolio iraniano esportato (spesso rietichettandolo per aggirare le sanzioni americane) e nel 2021 ha firmato con Teheran un patto da centinaia di miliardi di dollari della durata di 25 anni. La Cina ricambia dando all'Iran supporto militare indiretto e tecnologia per la difesa. La Russia, invece, ha costruito con l'Iran una partnership militare solida, comprando migliaia di droni Shahed usati in Ucraina e vendendo in cambio tecnologia militare avanzata. Secondo gli analisti è difficile che la Cina o la Russia entrino nel conflitto direttamente, evitando la peggiore delle escalation.

Perché la chiusura dello Stretto di Hormuz riguarda anche l'Europa

Lo Stretto di Hormuz è un corridoio d'acqua tra Iran e Oman che collega il Golfo Persico all'Oceano Indiano. Attraverso quel corridoio passa circa il 20% di tutto il petrolio mondiale e una quota equivalente di gas naturale liquefatto, in gran parte proveniente dal Qatar. Un quinto di tutta l'energia che muove il pianeta, per un unico stretto.

I Pasdaran hanno annunciato la chiusura poco più di 48 ore fa, e ora almeno 150 petroliere sono ferme nello stretto, e le grandi compagnie di navigazione hanno ordinato alle proprie navi di dirigersi verso altri porti. Il prezzo del petrolio è già salito da 73 a 80 dollari al barile in poche ore, con previsioni che parlano di 120-130 dollari se il blocco si prolunga.

Esistono rotte alternative, ma riuscirebbero a compensare solo il 13-15% circa del flusso di greggio abituale, lasciando i mercati globali esposti a un deficit massiccio (al massimo da questi canali passano 2,6 milioni di barili al giorno contro i 20 che passano dallo stretto). Per l'Italia c'è un problema specifico: il Qatar è il primo fornitore di gas naturale liquefatto via mare dell'Europa, con il 45% delle importazioni, e quel gas deve passare per Hormuz: se lo stretto continuerà a rimanere chiuso, sentiremo ben presto un vertiginoso aumento dei prezzi.

Cosa potrebbe accadere ora: i possibili scenari

Gli scenari possibili, ora, sono tre: il primo è la de-escalation: l'Iran, sotto pressione militare ed economica e senza più la sua Guida Suprema, decidere di trattare con gli USA e Israele. Chi prende il controllo fa concessioni su nucleare e missili, si trova un accordo, i mercati si calmano e lo stretto riapre. Il secondo è che i Pasdaran prendano il potere esplicitamente: il regime cambierebbe faccia ma non cambierebbe natura, e il conflitto continuerebbe. Il terzo è il crollo del sistema: attacchi militari, vuoto di potere e rivolta interna si sommerebbero, portando a un totale collasso interno all'Iran. Quello che verrebbe dopo, però, potrebbe non essere una democrazia liberale.

Quello che è certo è che siamo di fronte allo scontro più importante degli ultimi decenni in Medio Oriente, con uno stretto da cui dipende un quinto del petrolio mondiale al centro della tempesta. Noi intanto continueremo a tenervi aggiornati.

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Andrea Moccia
Direttore editoriale
Sono nato nell'Agosto del 1985, a Napoli. Mi sono pagato gli studi universitari vendendo pop-corn e gelati nelle sale di un Cinema. Ho lavorato per dieci anni in giro per il mondo, di cui sette all'Istituto nazionale francese dell'energia, in qualità di geologo e team manager. Nel 2018 a Parigi, per gioco, è nata Geopop, diventata nel 2021 una azienda del gruppo Ciaopeople. Sono dell'idea che la cultura sia la più grande ricchezza per un Paese e ho deciso di dedicare la mia vita per offrire un contributo e far appassionare le persone alla conoscenza. Col sorriso :)
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