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16 Febbraio 2026
16:00

Perché gli umani sono l’unica specie ad avere il mento? Secondo un nuovo studio è accaduto per caso

Uno studio del 2026 indica che il mento umano non è nato per una funzione specifica, ma come effetto collaterale di altre evoluzioni: la riduzione dei denti, i cambiamenti alla forma di volto e mandibola hanno infatti "trascinato" con sé anche altre strutture ossee, dando vita alla forma del mento come lo conosciamo nell'Homo Sapiens.

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Perché gli umani sono l’unica specie ad avere il mento? Secondo un nuovo studio è accaduto per caso
mento umani

Gli esseri umani sono gli unici primati ad avere un mento vero e proprio, ma a cosa serve e perché siamo gli unici ad averlo? In uno studio uscito quest'anno su PLOS One, il Dottor Noreen von Cramon-Taubadel e il suo team hanno provato a verificare proprio questo punto. I dati che riportano vanno in una direzione inaspettata: il mento non sembra essere stato selezionato direttamente. Più probabilmente è comparso come risultato di altri cambiamenti evolutivi che hanno coinvolto cranio, denti e mandibola lungo la linea che porta alla nostra specie. Insomma, per caso. Il gruppo di ricerca ha esaminato 532 crani e mandibole appartenenti a 15 specie di ominoidi. Confrontando misure precise tra diversi punti anatomici, ha ricostruito come sono cambiati nel tempo i vari segmenti del volto. Il quadro che emerge è interessante: la maggior parte dei caratteri collegati al mento non sembra essersi evoluta perché “spinta” direttamente dalla selezione naturale, ma perché collegata ad altri tratti che stavano cambiando per portare alla comparsa dell'Homo sapiens.

Cosa è esattamente un mento

Se vogliamo dirla in modo semplice, il mento è quella porzione di osso che sporge in avanti nella parte bassa della mandibola, subito sotto gli incisivi inferiori. Dal punto di vista anatomico si trova nella cosiddetta sinfisi mandibolare: è la linea centrale dove, durante la crescita, le due metà della mandibola si saldano tra loro fino a diventare un unico osso. Non basta però una leggera sporgenza per parlare di “vero mento”. Alcuni autori lo definiscono come una struttura a forma di T rovesciata composta da: una prominenza triangolare alla base (trigonum mentale), una cresta verticale centrale, due piccole depressioni laterali. Questa combinazione completa è tipica dell’Homo sapiens.

Genetica, funzionalità o caso? Le ipotesi sulla comparsa del mento

Nel tempo sono state proposte molte spiegazioni, per esempio la resistenza alle forze della masticazione, l'effetto della muscolatura della lingua e del linguaggio o il segnale di attrattività sessuale. Lo studio pubblicato a Gennaio 2026 ha voluto mettere alla prova tre scenari:

  • Deriva genetica: cambiamenti casuali accumulati nel tempo.
  • Selezione diretta: il mento sarebbe stato favorito perché utile di per sé.
  • Selezione indiretta: il mento sarebbe un “effetto collaterale” di altre trasformazioni.

Per farlo, i ricercatori hanno utilizzato un approccio di genetica quantitativa. In pratica, invece di trattare il mento come un singolo tratto “presente o assente”, hanno misurato decine di distanze tra punti anatomici del cranio e della mandibola.

Un campione di 532 individui adulti: lo studio

Il campione comprendeva 532 individui adulti, appartenenti a 15 taxa di ominoidi. Sono stati registrati 32 punti anatomici (15 cranici, 17 mandibolari) e 46 distanze tra questi punti, con un errore di misura inferiore a 1 millimetro.

I dati sono stati analizzati lungo un albero evolutivo completo degli ominoidi. Per stimare la velocità con cui i tratti cambiavano nel tempo, è stata usata una misura chiamata distanza genetica generalizzata di Lande (GGD). In parole semplici, questa misura confronta quanto due specie differiscono nella forma di un determinato parametro, quanto tempo è passato dalla loro separazione, quanto grande fosse la popolazione. Se il cambiamento è maggiore del previsto rispetto a un modello casuale, si parla di selezione direzionale: viene favorita sistematicamente una certa configurazione, quindi il cambiamento accelera in quella direzione. Se è minore, si parla di selezione stabilizzante, cioè che tende a mantenere la forma stabile, eliminando le deviazioni troppo estreme e conservando una certa struttura.

Cosa è emerso dallo studio

Nella maggior parte dei rami evolutivi delle grandi scimmie, la forma di cranio e mandibola è cambiata lentamente o è rimasta stabile. Diverso è il caso del ramo che porta dall’antenato comune di uomo e scimpanzé fino a Homo sapiens: qui il cambiamento è stato molto più rapido del previsto, il che esclude la prima ipotesi, cioè che sia dovuto solo alla deriva genetica.

Rimane quindi una domanda: la selezione ha agito direttamente sul mento oppure il mento è comparso come conseguenza di altri cambiamenti? Per rispondere, i ricercatori hanno analizzato nove tratti mandibolari collegati alla sinfisi, cioè alla regione del mento. Solo tre mostrano segnali di selezione diretta, mentre gli altri non evidenziano alcuna selezione significativa o cambiano in modo indiretto. Questo non supporta l’idea di un mento evolutosi come adattamento autonomo. La selezione diretta ha infatti riguardato soprattutto altri aspetti del cranio e della mandibola come una maggiore flessione della base cranica, espansione della parte che contiene il cervello, riduzione del volto inferiore e la trasformazione della mandibola da una forma a U, tipica delle scimmie, a una forma più parabolica e meno robusta. Tutti cambiamenti coerenti con il bipedismo e con la progressiva riduzione della dentatura anteriore nei primi ominini.

Resta quindi solo l'ipotesi della selezione indiretta. Per descrivere il mento, gli autori utilizzano il termine “spandrel”, preso dall’architettura: indica uno spazio che nasce come effetto della struttura complessiva, non perché progettato con uno scopo specifico. In biologia significa che un tratto può emergere come sottoprodotto di altri adattamenti. Nel caso umano, la riduzione della regione alveolare, cioè la parte della mandibola che contiene i denti, insieme alla diversa crescita della parte basale, ha reso la sinfisi più verticale e progressivamente sporgente. Questo risultato si inserisce nel quadro dell’integrazione morfologica: cranio e mandibola sono sistemi collegati, e quando alcune regioni cambiano sotto selezione, altre si modificano di conseguenza. Il mento umano rappresenta quindi l’esito di queste trasformazioni coordinate lungo la linea evolutiva che ha portato a Homo sapiens.

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