
Il sumo (相撲) – termine giapponese che letteralmente significa “strattonarsi l’un l’altro” – è una forma di lotta corpo a corpo: lo scopo dei rikishi, i lottatori, è atterrare l’avversario oppure farlo uscire dalla zona di combattimento, detta dohyo.
Il loro peso elevato è ottenuto attraverso il grasso sottocutaneo e ha una precisa finalità: avere un corpo massiccio e ben bilanciato significa avere un baricentro più basso, quindi essere più stabili e difficili da spingere fuori dal ring. Allo stesso tempo, quella mole aumenta la forza d’impatto: ogni spinta diventa più potente. Inoltre, l’adipe distribuito in modo uniforme permette di attutire meglio i colpi durante lo scontro. Per poter pesare così tanto, i giocatori seguono una rigidissima dieta ricca di proteine e non sono esenti da problemi di salute.
È lo sport nazionale del Giappone e, pur non prevedendo categorie di peso come accade invece in altre discipline, il peso dei lottatori è molto elevato, tendenzialmente mai sotto i 90/100 kg: il rikishi più pesante del mondo, Orora Satoshi, è arrivato a pesare 296 kg.
Tra i 90 e i 150 kg: le regole del sumo sul peso
Pur non esistendo il concetto di peso minimo o massimo per i lottatori di sumo, poiché questo sport non prevede categorie – come accade invece in discipline come le arti marziali, il pugilato o la lotta – le regole su cui si basa questo tipo di combattimento rendono molto importante, per gli atleti, avere un peso elevato e ben distribuito nel corpo.
Lo scopo del sumo, infatti, non è colpire l’avversario ma fargli perdere l’equilibrio: più egli è grosso e massiccio, più sarà difficile che venga sbilanciato. I rikishi si affrontano colpendosi con forza a mani nude su varie parti del corpo. Ecco perché per loro il grasso non è solo una questione di peso: funge da vera e propria armatura naturale, distribuendo l’impatto dei colpi e proteggendoli dagli urti durante il combattimento.
Secondo le regole, si vince in due casi:
- se l’avversario tocca l’esterno del dohyo, ovvero l’area deputata al combattimento
- se l’avversario perde l’equilibrio e tocca terra con qualsiasi parte del corpo che non siano le piante dei piedi.
È vietato colpire con i pugni (è possibile farlo solo con la mano aperta), mettere le dita negli occhi, tirare i capelli, colpire petto o stomaco, e cercare di denudare l’avversario.
Gli incontri sono brevi e, spesso, prima di iniziare c’è un momento di tensione e di studio che può essere più o meno lungo. Infatti, quando il primo rikishi scatta, l’altro deve reggere il suo peso facendo contrasto con il proprio corpo e può accadere che passino diversi secondi durante i quali i lottatori restano semplicemente aggrappati l’uno all’altro per scompensare l’equilibrio dell'avversario.
Come si costruisce il peso dei lottatori di sumo: i pericoli per la salute
Il peso di un lottatore di sumo non è frutto di una dieta sregolata, ma di un regime alimentare molto rigido che ha come obiettivo lo sviluppo di grasso sottocutaneo e non viscerale, che è invece quello situato tra gli organi e che porta a gravi problemi di salute. Oltre al grasso sottocutaneo, è fondamentale anche lavorare sullo sviluppo della muscolatura, necessaria soprattutto nelle gambe.
I rikishi devono quindi assumere circa tra le 5.000 e 7.000 calorie giornaliere e lo fanno grazie al chanko nabe, piatto tradizionale giapponese che sta alla base della loro dieta. Si tratta di uno stufato di carne o di pesce altamente proteico e povero di grassi.

Idealmente, se l’atleta riesce ad alimentarsi correttamente e rimanere in un range di peso corretto per il suo stile di vita altamente sportivo, potrebbe nel tempo mantenere uno stato di salute abbastanza buono. Ma la realtà è molto diversa e spesso i lottatori sono esposti a gravi rischi per la loro salute.
Negli ultimi anni, i lottatori subiscono sempre più pressioni per pesare di più, questo porta la loro dieta ad essere più sregolata. Essendo il sumo uno sport fortemente legato alla tradizione, si fa poi fatica ad accettare la presenza di specialisti medici e nutrizionisti, con conseguente tendenza all’incuria. Come evidenziato anche da uno studio pubblicato sul Journal of the Endocrine Society, l’enorme massa corporea e le diete ipercaloriche espongono a ipertensione, diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari e osteoartrite.
La situazione non migliora dopo il ritiro. Infatti, la riduzione dell’attività fisica e la difficoltà a cambiare abitudini alimentari aumentano ulteriormente il rischio di sindrome metabolica e patologie croniche.
L’aspettativa di vita di un rikishi si aggira intorno ai 60-65 anni, circa 15 anni in meno rispetto alla media giapponese. In uno studio su 13 lottatori deceduti, il 38% delle morti era dovuto ad arresto cardiaco e il 15% a malattie cerebrovascolari. Alcuni casi emblematici raccontano la durezza di questa disciplina: Terunofuji ha lottato contro il diabete e gravi problemi alle ginocchia; Shobushi è morto nel 2020 a soli 28 anni per complicanze da COVID-19 aggravate dal diabete; Toyonoumi, oltre 200 kg di peso, è scomparso a 56 anni.