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28 Marzo 2026
8:00

Perché il ciclismo delle origini era così estremo: 400 km su bici da 20 kg e strade serrate

Nelle prime edizioni del Tour de France si correvano tappe da oltre 400 km, spesso di notte e senza assistenza. Tra forature da riparare da soli e alimentazione improvvisata, ogni gara era una sfida di resilienza.

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Perché il ciclismo delle origini era così estremo: 400 km su bici da 20 kg e strade serrate
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Generata con AI

Oggi guardiamo i corridori del Tour de France o del Giro d'Italia come atleti di élite, seguiti da ammiraglie cariche di bici di ricambio, nutrizionisti, medici e auricolari sempre accesi. Ma se tornassimo indietro di poco più di un secolo, troveremmo un mondo radicalmente diverso: strade sterrate, biciclette da 20 chili senza cambio, nessuna assistenza tecnica e un'alimentazione che oggi farebbe inorridire qualsiasi nutrizionista sportivo. Come mai le prime gare ciclistiche erano così massacranti? E perché un corridore del 1903 avrebbe avuto buone ragioni per urlare "assassini!" contro gli organizzatori del Tour de France?

Tappe da 400 km e partenze di notte: i numeri dell'epoca eroica

La prima edizione del Tour de France partì il 1° luglio 1903 da Montgeron, nei pressi di Parigi, ed era composta da sei tappe — in media oltre i 400 km — per un totale di circa 2.400 chilometri. Per confronto, il Tour attuale si svolge su circa 3.300 km, ma distribuiti su ventuno tappe, con una lunghezza media per tappa che raramente supera i 200 km.

Non solo: le corse dell'epoca si svolgevano a volte su distanze superiori ai 500 km e potevano durare fino a 20 ore, con partenze di notte. Nelle corse a tappe si correva al ritmo di una volta ogni due-tre giorni, proprio per dare ai corridori il tempo di riprendersi — il che la dice lunga su quanto fosse traumatico ogni singolo sforzo.

La prima tappa della prima edizione del Tour, da Parigi a Lione, fu vinta da Maurice Garin in 17 ore e 45 minuti. Quasi una giornata intera in sella, su strade che non avevano nulla a che fare con quelle che conosciamo oggi. Le prime edizioni del Tour rientrano nell’epoca eroica del ciclismo, popolata da corridori che erano al tempo stesso atleti, meccanici e pionieri, costretti a cavarsela da soli in ogni situazione.

Bici senza cambio, strade sterrate e forature

Il problema non era solo la distanza, ma il mezzo con cui affrontarla. Le prime bici da corsa erano costruite in acciaio, pesavano circa 18-20 kg e dovevano resistere alle sollecitazioni di terreni sconnessi. Non erano dotate di cambio e a volte neanche di ruota libera: i corridori pedalavano a scatto fisso, e in caso di pendenze molto elevate non avevano altra scelta che scendere e spingere la bici a mano. È rimasta celebre la scena di Octave Lapize che nel 1910, durante la prima scalata al Tourmalet, gridò "Assassini!" agli organizzatori del Tour mentre spingeva la bici.

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Octave Lapize nel 1910, durante la scalata al Tourmalet, gridò agli organizzatori del Tour: "Assassini!" — mentre spingeva la bici; Credit: http://sports.loucrup65.fr/pgie1163.htm, Public domain, via Wikimedia Commons

Chi voleva cambiare rapporto era costretto a fermarsi, smontare la ruota posteriore e rimontarla dall'altro lato, dove si trovava un secondo pignone con dentatura diversa. Un'operazione che poteva costare minuti preziosi. Solo nel 1937 gli organizzatori del Tour acconsentirono all'uso regolamentato del cambio. Per confronto, una moderna bici da corsa in fibra di carbonio deve rispettare un peso minimo fissato dall'UCI di appena 6,8 kg — quasi un terzo rispetto alle bici dell'epoca eroica.

Se la bici era già un problema, le strade lo erano ancora di più. I ciclisti correvano su fondi per lo più sterrati e pieni di buche, senza alcuna assistenza tecnica: se foravi, ti fermavi e riparavi da solo. Non esistevano ammiraglie con bici di ricambio, né meccanici pronti a sostituire una ruota in qualche secondo. Per questo i corridori si avvolgevano addosso tre o quattro tubolari di ricambio a tracolla come cinture di munizioni.

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Agli albori del ciclismo i corridori dovevano ripararsi i problemi meccanici da soli (Tour de France 1928, Giusto Cerutti). Credit: See page for author, Public domain, via Wikimedia Commons

Un episodio diventato leggenda racconta di Eugène Christophe che ruppe la forcella in una tappa del Tour. Anziché ritirarsi, spinse la bici a mano per 14 chilometri fino al villaggio più vicino, trovò un fabbro, si fece prestare gli attrezzi e riparò tutto da solo in quattro ore. Il regolamento infatti non permetteva aiuti esterni, e imponeva ai corridori di essere completamente autosufficienti.

Cosa mangiavano (e bevevano) i corridori

Oltre alla tecnologia, anche l’alimentazione era ancora poco sviluppata e priva di basi scientifiche. Agli albori del ciclismo era opinione diffusa — per quanto errata — che l’alcol migliorasse la resistenza agendo come stimolante, tanto che ai corridori si raccomandavano bevande come rum e spumante. In questo contesto non sorprende che il vincitore del Tour del 1903, Maurice Garin, fosse noto per consumare vino e fumare durante la corsa, mentre Henri Cornet, vincitore nel 1904, seguiva una dieta a base di cioccolata calda, tè, champagne e budino di riso.

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Maurice Garin, il vincitore del primo Tour de France nel 1903; Credit: See page for author, Public domain, via Wikimedia Commons

Le cose cominciarono a cambiare con Fausto Coppi che, tra anni Quaranta e Cinquanta, fu tra i primi a seguire un regime alimentare studiato, segnando una svolta nell’approccio alla preparazione atletica. Oggi, al contrario, i corridori professionisti seguono piani nutrizionali personalizzati al grammo e possono assumere anche oltre 120 grammi di carboidrati all’ora, con strategie definite in anticipo per ogni tappa e integrate da gel, barrette e sali disciolti nelle borracce.

A questo si affianca un’organizzazione completamente diversa: ogni corridore è supportato da uno staff composto da direttore sportivo, meccanici, medico, massaggiatori e chef dedicati. Durante la corsa, il contatto via radio con la squadra è continuo e l’assistenza è immediata, con biciclette di riserva e rifornimenti sempre disponibili dalle auto al seguito. Eppure il ciclismo resta uno degli sport più duri in assoluto: le distanze si sono accorciate, le bici si sono alleggerite e le strade si sono asfaltate, ma le montagne sono rimaste le stesse, e la fatica anche. Oggi la si può gestire e ottimizzare; allora, semplicemente, la si subiva.

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