
Ogni volta che adottiamo una parola da una lingua straniera, essa deve superare una frontiera linguistica prima di poter essere ammessa all’interno del nostro sistema linguistico. Per entrare a far parte del vocabolario italiano, essa ha bisogno di rispettare determinate regole grammaticali, tra le quali spicca una delle più rigide: quella secondo la quale ogni nome deve appartenere alla categoria di genere grammaticale maschile o femminile.
Il dilemma su dove collocarli sorge soprattutto dai sostantivi presi dall'inglese, lingua dalla quale preleviamo la maggior parte dei nostri forestierismi, tra l’altro, e che questo articolo tratterà in maggior numero. L'inglese, infatti, non indica il genere grammaticale dei sostantivi, specie se si tratta di oggetti inanimati, se non per qualche eccezione (come ship, “nave”, che per gli inglesi è femminile). Come fa, allora, il nostro cervello a decidere se una parola nuova sarà "il/lo" o "la"?
Nonostante non esistano delle regole universali assolute per questo fenomeno interessante, i linguisti hanno individuato alcuni meccanismi straordinariamente precisi con cui la nostra mente risolve questo enigma. Scopriamo come.
La regole di assegnazione al maschile o al femminile: email, computer e altri
La regola base in italiano è che il maschile è considerato il genere "non marcato", ovvero il genere di base al quale il nostro cervello assegna automaticamente il termine nuovo se non c'è nessun’altra regola più specifica che possa essere applicata. Esiste, inoltre, una regola fonetica per la quale si tende ad assegnare questo genere alle parole che finiscono in consonante. Ecco perché si dice il film, il bar, il computer, il jazz o lo sport; nonostante questa sia la regola fonologica di base, molto spesso viene sostituita per logiche più profonde legate al significato e ad altri suffissi della parola.
Quando la mente dei parlanti italiani si approccia a una parola straniera, cerca subito di ancorarla a concetti che già conosce e lo fa seguendo due vie principali. La prima è l'associazione al traducente (il termine “parente” italiano), mentre la seconda è quella dell’iperonimo (la classe più ampia alla quale appartiene il termine nuovo).
Secondo la prima regola dell’associazione, il nostro cervello cerca la traduzione italiana più vicina e semplicemente ne calca il genere. Per questo diciamo la band (perché si pensa a "la banda") o la cover musicale (molto vicina a "la canzone"). Un esempio lampante è la slide, che è femminile per associazione diretta alla parola italiana "diapositiva" e che talvolta viene preferita al nostro corrispettivo italiano.
L’altra via di assegnazione di genere dei prestiti è quella dell'iperonimo come accennato più sopra. In linguistica, l'iperonimo è una parola dal significato più ampio che ne racchiude altre; ad es.. "animale" è l'iperonimo di "cane", mentre “albero” è l’iperonimo di “ciliegio”, e così via, applicabile a moltissimi gruppi di parole; si tratta sostanzialmente di un contenitore più grande nel quale vengono inseriti i termini logicamente più vicini. Quando importiamo una parola da un’altra lingua, le assegniamo spesso il genere di questo suo contenitore concettuale di base.
Un esempio diffuso è quello delle automobili, dove in italiano "macchina" e "automobile" esistono come termini di genere femminile. Di conseguenza, quasi tutte le tipologie di auto importate dall'inglese diventano automaticamente femminili; diremo, così, la spider, la citycar, la station wagon, la cabrio, ecc. Per far notare la precisione di queste associazioni semantiche, basti pensare al genere opposto con il termine SUV. In italiano il SUV è maschile, e non la SUV, dato che è l'acronimo di "Sport Utility Vehicle", che il nostro cervello collega immediatamente al termine italiano "veicolo", anch’esso maschile.
I linguisti cognitivi precisano che questo prestito di genere avviene al cosiddetto livello di base, che non è nient’altro che uno stratagemma psicologico mediante il quale la nostra mente etichetta e riconosce gli oggetti che ci circondano nel mondo reale, utilizzato per risparmiare preziose energie mentali. Il nostro cervello non fa un'analisi logica astratta e non si perde nei dettagli ma prende semplicemente il genere della parola italiana più comune e di mezzo (come macchina) che descrive quell'oggetto, non di quello troppo generico (come veicolo) a meno che non sia strettamente necessario.
L’abito fa il monaco: l'aspetto di una parola categorizza il genere
L’aspetto di una parola aiuta certamente a categorizzare il genere di un prestito linguistico. Se una parola straniera ha una parte terminante che ci ricorda un suono o una forma familiari, le assegniamo il genere adatto di conseguenza. Esistono una serie di regole che aiutano ad associare più facilmente questi termini a livello di base.
- Suffissi condivisi: molte parole inglesi che terminano in –ity, –ance o –tion ci ricordano automaticamente i nostri suffissi -ità, -anza e -zione, che sono rigorosamente femminili e gli inglesi li avevano a loro volta acquisiti direttamente dal latino o dal francese secoli fa. Ecco perché non abbiamo dubbi nell'usare il femminile per parole come la location, la escalation, la fiction o la performance. Analogamente, suffissi che indicano qualità astratte come –ship (es. la leadership, la partnership) diventano femminili, mentre parole che finiscono per –ment (es. il management, l'understatement o l’establishment) o –ing (es. il marketing, il meeting, il feeling, il fixing o il dribbling) vengono percepite come affini al maschile.
- I falsi amici: molte parole straniere che per puro caso finiscono in -a vengono spesso trattate come femminili in italiano per via di questa vocale, anche se nella lingua d'origine erano maschili. Ne sono un esempio prestiti spagnoli o portoghesi come la samba o la tequila.
- Parole composte: nelle parole composte formate da più elementi, il genere lo decide la testa del composto. Nelle parole inglesi, l'elemento chiave è di solito alla fine, quindi diciamo la slot machine perché la testa è machine (macchina), oppure la panic room o la Situation Room perché la parola room richiama il femminile "la stanza".
Termini ambigenere
A questo punto bisogna chiarificare anche l’esistenza di prestiti “ambigenere”, vale a dire che non ricadono principalmente nell’una o nell’altra categoria grammaticale ma vengono accettati entrambi; non sono da confondere con termini nativi italiani (spesso terminanti in -e) che identificano un individuo, ad es.: il/la nipote, il/la giornalista, gentile, audace ecc.
Un esempio emblematico è il termine font, un dilemma nato dalla vecchia tipografia e dall’informatica moderna. La maggior parte di noi direbbe "il font" al maschile perché il nostro cervello applica spesso la regola del traducente cercando la parola italiana dal significato più vicino, e in ambito informatico si tende a tradurre mentalmente "font" con "carattere tipografico", trasferendo così tale genere alla parola inglese in prestito. Se invece dovessimo entrare in una tipografia classica, i professionisti del settore userebbero il femminile, dicendo "la font" per via di un fenomeno legato all’assonanza fonetica e all'etimologia. La parola inglese suona, infatti, simile al termine francese (la) fonte, che indicava storicamente la "fusione" dei caratteri in lega di piombo, e perciò un tipografo italiano assocerebbe il sostantivo al femminile francese.
Un altro caso è “e-mail”. Inizialmente si diceva il mail, perché lo si associava mentalmente al traducente "messaggio" ma col tempo, però, l'associazione con "posta (elettronica)" ha preso il sopravvento, spingendo la parola verso il femminile la mail, che oggi è la forma più diffusa. Lo stesso avviene oggi anche per form, che oscilla perché alcuni pensano al maschile "modulo", mentre altri alla femminile "scheda"; o perfino Internet che tecnicamente dovrebbe essere maschile per la regola del default citata a inizio articolo, ma spessissimo viene usato al femminile perché la nostra mente percepisce la parola net e pensa a "la rete".
Alcuni esempi di prestiti comuni
Moltissimi prestiti linguistici sono ormai integrati così bene nel nostro vocabolario quotidiano da venire usati talmente di frequente che non riusciamo più a vederli come parole di origine straniera e quasi fa strano pensare ad essi come termini "stranieri". E non è solamente l’inglese ad arricchire costantemente la nostra lingua, nonostante sia quello più produttivo e diffuso!
Alcuni prestiti maschili includono, per esempio, computer, film, bar, sport, jazz, week-end (o weekend), chewing gum, kebab, blog, forum, post, network, sponsor e monitor, wok, gingeng, karate, sushi, karaoke, zar, favela, hammam, falafel. Moltissimi finendo in consonante, entrano nella categoria dei maschili per via della regola fonologica di base.
Tra i femminili troviamo le già citate marche di automobili come Spider, Citycar, Station wagon. Ma anche mail / e-mail, chat, band, cover, slide, samba, tequila, paella, community, social, web, star, hit, fiction, manicure, brochure, star... I termini di questo tipo sono tra i più produttivi e diffusi che si immettono all'interno della categoria di genere femminile.
Infine, alcuni termini non appartengono nettamente all’una o all’altra categoria. Tra questi oltre ai già citati font, internet e form (percepito spesso come “modulo” o “scheda”) esistono anche Graphic Novel (“romanzo grafico” contro “novella” o “storia a fumetti”), showroom (al maschile perché associato a "salone", ma la parola “room” spinge molti a pensare a "stanza"), emoji (si applica il maschile di base, ma il femminile è fortissimo per via di "faccina" o "emoticon", anch'esso femminile) oppure infine flûte (il bicchiere da spumante che nella lingua d'origine è un sostantivo femminile). E questi sono solamente alcuni esempi.
In questo senso, è interessante il caso di cameraman e barman per sottolineare quanto la lingua si evolva con la società in cui vive. In inglese il suffisso –man indica chiaramente l'uomo, per cui storicamente il nome di queste professioni si è originato come termini maschile perché nato in un'era in cui l'attività veniva svolta prevalentemente da uomini. Oggi, però, in una società diversa, moltissime donne svolgono questo lavoro, creando non poche incomprensioni. Questo genera una curiosa oscillazione su chi scrive, dove i redattori a volte mantengono il maschile generico, ma altre volte, per identificare una figura femminile, indicano la grammatica creando sintagmi ibridi come "la cameraman" o "la barman".
Per concludere, l'assegnazione del genere ai prestiti non è un caos casuale, ma un’operazione logica molto affascinante tramite la quale il nostro cervello agisce come un traduttore simultaneo, pensando a morfologia (forma), fonetica, significato e anche alla cultura per trovare il l’adattamento italiano più idoneo a ogni nuova parola che viene accolta.