
Il solipsismo nasce come concetto puramente filosofico. Deriva dal latino solus ipse, “solo se stesso”, indica l’idea secondo cui l’unica realtà di cui possiamo essere certi è la nostra mente: tutto il resto — persone, mondo esterno ed eventi — potrebbe non esistere davvero, essere cioè una costruzione del nostro pensiero o come proiezione della nostra coscienza. Un’ipotesi estrema e ovviamente teorica.
Eppure il termine è entrato nel linguaggio comune per indicare una persona talmente centrata su se stessa da comportarsi come se gli altri non fossero del tutto reali. “Solipsista” quindi, è spesso usato per descrivere un individuo incapace di uscire dal proprio punto di vista, convinto che ciò che pensa, sente o crede coincida automaticamente con la realtà.
Il termine è tornato al centro dell’attenzione proprio pochi giorni fa dopo un articolo dell’ANSA, in cui lo psichiatra Claudio Mencacci ha definito Donald Trump “solipsista”. Non si trattava di una diagnosi, ma di una chiave interpretativa per descrivere uno stile di pensiero e di relazione con la realtà.
Il solipopismo dal punto di vista psicologico
In psicologia il solipsismo non è una diagnosi conclamata, né una categoria ufficiale. Piuttosto, è usato per definire alcuni stili di funzionamento comportamentale. Nel linguaggio clinico, parlare di tratti solipsistici significa far riferimento a persone che faticano a riconoscere l’altro come soggetto autonomo. Le persone esistono, sì, ma più come sfondo che come individui reali: insomma, comparse della propria narrazione.
Le caratteristiche più significative che delineano un solipsista sono:
- scarsa capacità di mettersi davvero nei panni altrui;
- tendenza ad interpretare ogni evento solo in funzione di sé;
- convinzione implicita che il proprio punto di vista coincida con la realtà;
- difficoltà ad accettare critiche, limiti o versioni alternative dei fatti;
- incapacità di conformarsi alle regole, tendenza alla menzogna e irritabilità.
Per farsi un’idea concreta di cosa significhi, potremmo accostare solo a fini immersivi e divulgativi, il solipsismo all’egocentrismo cognitivo infantile. Jean Piaget, uno dei più influenti psicologi del Novecento, descrisse infatti una fase dello sviluppo, chiamata appunto egocentrismo cognitivo, in cui il bambino non è ancora in grado di distinguere pienamente se stesso dagli altri. Nei primi anni di vita (dai 2 ai 7, per la precisione), il bambino vive come se il mondo ruotasse interamente attorno alla propria esperienza. Ciò che egli vede, sente o desidera è percepito come universale: se lui prova qualcosa, allora tutti la provano; se lui vede qualcosa, allora tutti la vedono allo stesso modo. Non è egoismo morale, ma immaturità cognitiva. L’altro, semplicemente, non è ancora riconosciuto come portatore di una mente autonoma, con pensieri ed emozioni diversi dai propri.
Con la crescita, nella maggior parte dei casi, questa fase viene superata: impariamo che esistono prospettive differenti dalla nostra, che il mondo non coincide con ciò che pensiamo o sentiamo, e che l’altro può contare quanto noi. Ma se a un bambino questo funzionamento possiamo concederlo (poiché naturale e innato), nell’adulto la situazione cambia.
L’adulto con tratti solipsistici sembra infatti portare con sé qualcosa di quella fase precoce: non tanto l’ingenuità, quanto l’idea implicita che la propria esperienza resti il metro di misura della realtà. In questo senso, egli non è soltanto una persona molto egoista. È qualcuno che tende a muoversi nel mondo come se il proprio punto di vista fosse l’unico realmente valido e tutto il resto, al massimo, una variabile secondaria.
Solipsismo vs narcisismo: le differenze
Molto spesso si crea una certa confusione tra solipsismo e un narcisismo. Pur condividendo un forte investimento sul sé, il narcisista vive dello sguardo dell’altro: ha bisogno di ammirazione, riconoscimento e conferme continue. L’altro esiste e, anzi, è indispensabile per la propria convalida, anche se viene spesso svalutato e manipolato.
Nel funzionamento solipsistico invece, lo sguardo altrui perde di importanza: l’altro non è davvero percepito come portatore di una mente indipendente. Il proprio punto di vista viene vissuto come oggettivo, unicamente valido, inevitabile. Il solipsista non vuole dunque essere ammirato, ma essere l’unico riferimento della realtà. L’altro non viene svalutato, ma reso irrilevante. Per riassumere:
Narcisismo:
- L’altro esiste, ma viene usato o svalutato;
- Forte bisogno di ammirazione;
- Autostima fragile dietro un’immagine grandiosa;
- Il messaggio implicito è: “Guardatemi!”
Solipsismo:
- L’altro fatica ad essere concepito come soggetto autonomo;
- Scarsa percezione della mente e delle emozioni altrui;
- Il proprio punto di vista coincide con la realtà;
- Il messaggio implicito è: “Solo io sono reale”
Non si tratta di una patologia, né di una diagnosi., ma di un modo di stare nella realtà che può avere conseguenze profonde sulle relazioni, sulla comunicazione e sull’esercizio del potere. Perché quando l’ego non basta più, il rischio è non è solo quello di sentirsi superiori, ma anche di pensare di essere gli unici davvero reali.