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28 Gennaio 2026
9:00

Povertà e disuguaglianze in Italia: un italiano su cinque a rischio secondo i dati Oxfam

Secondo i dati dell'Oxfam la povertà assoluta colpisce 2,2 milioni di famiglie, ma una crescita senza inclusione sociale alimenta fragilità economiche, distanza istituzionale e rischi per la democrazia.

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Povertà e disuguaglianze in Italia: un italiano su cinque a rischio secondo i dati Oxfam
povertà e soglia di reddito

A Davos investitori, economisti e decisori politici si interrogano sul prossimo futuro dell’economia globale e sui nuovi equilibri geopolitici. In un mondo sempre più frammentato, le domande che tornano ciclicamente al centro del dibattito sono sempre le stesse: come cooperare in un contesto di tensioni crescenti, dove trovare nuove fonti di crescita, come investire davvero nel capitale umano.

Sono interrogativi che non restano confinati nelle sale del World Economic Forum. Al contrario, trovano una risposta concreta – spesso problematica – nei singoli Paesi. L’Italia è uno di questi casi. Il quadro tracciato dall’ultimo rapporto di Oxfam Italia su povertà e disuguaglianze mostra con chiarezza quanto la distanza tra le ambizioni globali e la realtà nazionale resti ampia.

Povertà in Italia: numeri stabili, fragilità in aumento

Nel 2024 quasi un italiano su cinque viveva a rischio di povertà di reddito: circa 11 milioni di persone con risorse inferiori al 60% della mediana nazionale. Accanto a questa area di vulnerabilità, oltre 2,2 milioni di famiglie – pari a 5,7 milioni di individui – si trovavano in condizioni di povertà assoluta, senza redditi sufficienti a coprire un paniere minimo di beni e servizi essenziali.

Il dato complessivo resta sostanzialmente stabile rispetto al 2023, ma dietro questa apparente tenuta si nascondono segnali di peggioramento. Cresce infatti l’incidenza della povertà assoluta tra le famiglie con una persona di riferimento occupata (15,6%), confermando come il lavoro, da solo, non basti più a evitare la trappola della povertà. Inflazione, caro-affitti e salari stagnanti continuano a erodere il potere d’acquisto.

Restano critiche anche le condizioni dei minori: la povertà assoluta tra bambini e ragazzi raggiunge il 13,8%, il livello più alto dal 2014. E la situazione si aggrava ulteriormente per le famiglie in affitto, soprattutto quelle con almeno uno straniero (37,2%) e per i nuclei con figli (32,3%).

La ricchezza cresce, ma si concentra sempre di più

Negli ultimi quindici anni la ricchezza nazionale netta è aumentata di oltre 2.000 miliardi di euro in termini nominali. Ma l’incremento non è stato affatto condiviso. Circa il 91% della nuova ricchezza è finito nelle mani del 5% più ricco delle famiglie, mentre alla metà più povera è andato poco più del 2%. Tra il 2010 e il 2025 la forbice si è ulteriormente allargata. La quota di ricchezza detenuta dal 10% più ricco è salita dal 52,1% al 59,9%, mentre quella del 50% più povero si è ridotta dall’8,5% al 7,4%.

Nel solo 2025, ben 79 individui hanno incrementato il proprio patrimonio di oltre 54 miliardi di euro, raggiungendo complessivamente 307,5 miliardi. Oggi il top 5% controlla quasi metà della ricchezza nazionale, molto più di quanto possieda il 90% più povero della popolazione.

Disuguaglianze e democrazia: un legame strutturale

Questa divaricazione tra povertà diffusa e ricchezza concentrata non è solo una questione sociale o economica. Incide in modo diretto sulla qualità della democrazia. Secondo lo studio Income Inequality and the Erosion of Democracy in the Twenty-First Century di Eli G. Rau e Susan Stokes, l’aumento delle disuguaglianze è uno dei principali fattori di erosione democratica nel XXI secolo.

La ricerca analizza oltre 90 democrazie tra il 1995 e il 2020 e individua i casi di democratic backsliding: non rotture improvvise, ma un indebolimento graduale delle istituzioni, dalla compressione della libertà di stampa alla riduzione dell’indipendenza di magistratura e Parlamento.

Il punto centrale non è tanto il reddito medio di un Paese, quanto la concentrazione della ricchezza. Dove quote crescenti di reddito e patrimonio si accumulano nelle mani del top 1% e del top 10%, aumenta la probabilità che emergano leader capaci di sfruttare risentimento e polarizzazione, svuotando le regole democratiche dall’interno.

Politiche post-Covid: interventi emergenziali, nessuna svolta strutturale

Nel periodo successivo alla pandemia, le risposte dei governi si sono mosse prevalentemente lungo una linea emergenziale. In Italia, dopo la fase segnata dal Reddito di Cittadinanza e dai sostegni straordinari introdotti durante la crisi sanitaria, le politiche di contrasto alla povertà sono state riorientate verso strumenti più selettivi e condizionati, come l’Assegno di Inclusione e il Supporto per la Formazione e il Lavoro.

Un cambio di paradigma che, secondo Oxfam, ha ristretto in modo significativo la platea dei beneficiari, lasciando scoperti ampi segmenti di popolazione vulnerabile: lavoratori a basso reddito, famiglie con occupazione discontinua, nuclei senza fragilità formalmente riconosciute.

Bonus fiscali, sconti temporanei e misure una tantum hanno contribuito ad attenuare l’impatto immediato dell’inflazione, ma senza incidere sulle cause strutturali della perdita di potere d’acquisto. Il risultato è una rete di protezione sociale frammentata, che interviene ex post e in modo disomogeneo, senza riuscire a costruire un argine stabile contro l’espansione della vulnerabilità.

È qui che il nodo torna a Davos. Senza un ripensamento strutturale delle politiche redistributive, del lavoro e del welfare, le promesse di crescita inclusiva rischiano di restare scollegate dalla realtà dei Paesi. E quella distanza tra istituzioni e cittadini, già profonda, continua ad alimentare sfiducia, polarizzazione e fragilità democratica.

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