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18 Gennaio 2026
8:00

Quando i maiali e altri animali finivano in tribunale: i processi agli animali nel Medioevo

Nei processi medievali per bestialità, infanticidio e stregoneria gli animali venivano processati come soggetti giuridici: potevano essere accusati da testimoni e condannati da giudici (anche a morte). Attraverso di loro si controllava sessualità, maternità e famiglia, punendo ciò che minacciava l’ordine riproduttivo e sociale.

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Quando i maiali e altri animali finivano in tribunale: i processi agli animali nel Medioevo
processo maiale
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Per secoli, in Europa, maiali, cavalli, asini e perfino insetti sono stati processati come persone: arrestati, difesi da avvocati, giudicati e condannati “in nome della legge”. Non è folklore macabro né una stramberia medievale: quei processi raccontano un momento preciso della nostra storia, in cui il diritto ha provato a mettere ordine non solo nella natura, ma anche nella riproduzione umana, nella famiglia e nei confini tra le specie. Capire perché un maiale finisse sul patibolo significa capire come l’Europa ha imparato a governare la vita.

I processi agli animali

Ora proviamo ad immaginare la scena: in una piazza del Quattrocento un bambino muore, ucciso da un maiale. L’animale viene arrestato, rinchiuso, portato in tribunale. Ha un avvocato. C’è un giudice. Alla fine arriva la sentenza: impiccagione pubblica. Non è una leggenda nera: dal caso di Fontenay-aux-Roses nel 1266 alle decine di processi documentati in Francia, gli animali domestici che ferivano o uccidevano esseri umani venivano giudicati negli stessi tribunali degli uomini con atti notarili, formule solenni e perfino dibattiti giuridici sul grado di colpa. L’idea, oggi spiazzante, era semplice: alcuni animali potevano “delinquere”. E se rompevano l’ordine della comunità, andavano puniti.

Perché gli animali finivano in tribunale?

Uno studio recente propone di leggere questi processi agli animali come “crimini contro la riproduzione”. Non perché gli animali fossero ossessionati dal sesso, ma perché non si giudicava davvero l’animale, quanto gli esseri umani coinvolti e il modo “giusto” di fare famiglia. I casi infatti possono essere concentrati e raggruppati in tre grandi filoni:

  • Bestialità: uomini e donne accusati di rapporti sessuali con animali venivano processati insieme alla “bestia complice”. Quasi sempre entrambi condannati a morte. Qui il problema non è solo morale: è la violazione del confine tra umano e animale, e di una sessualità considerata lecita solo se coniugale e riproduttiva.
  • Infanticidio: nei casi di infanticidio l’animale compare spesso come presunto responsabile della morte di un neonato, oppure entra nei processi contro madri accusate di aver ucciso figli nati fuori dal matrimonio. Ma il centro della questione non è l’animale in sé. È la maternità che sfugge al controllo. In un’epoca in cui una gravidanza “illegittima” pesa come una colpa, il tribunale non giudica solo una morte, ma il diritto stesso di quella donna a essere madre. Attribuire la responsabilità a un animale, o trascinarlo in giudizio insieme alla donna, serve a ribadire una regola fondamentale: i figli sono accettabili solo se nascono dentro un ordine preciso, familiare e sociale. L’animale, in questo scenario, diventa parte di un meccanismo più ampio. Non è solo un colpevole alternativo, ma uno strumento attraverso cui il diritto sorveglia il corpo femminile, la sessualità e la riproduzione.
  • Familiari di streghe: gatti, rospi, cani accusati di aiutare le streghe: succhiare sangue, danneggiare la fertilità maschile, far ammalare i bambini. Anche quando non c’è un vero tribunale, questi animali finiscono dentro la stessa ossessione: controllare la riproduzione e la famiglia.

In tutti i casi, l’animale “colpevole” è visto come una minaccia all’ordine domestico: famiglia stabile, sessualità normata, confini netti tra specie.

Un diritto che prova a domare la vita

Questo diventa ancora più chiaro se guardiamo alle leggi dell’epoca. Tra Cinque e Seicento lo Stato entra con forza nella vita privata. In Francia il potere reale regolamenta matrimonio e filiazione, premia i padri con molti figli legittimi e trasforma gravidanza clandestina e infanticidio in crimini capitali, soprattutto per donne povere e sole. In Inghilterra, nel 1623, una legge rende l’infanticidio l’unico reato in cui è l’imputata a dover dimostrare la propria innocenza. Un rovesciamento che dice molto sulla paura sociale verso ciò che esce dal modello familiare “ordinato”.

È lo stesso clima in cui si processano animali e si cacciano streghe. Secondo molti storici, questi tribunali funzionano come un laboratorio: lì si decide chi può riprodursi, come, e che cosa significa una casa “normale”. La strega, la madre “snaturata” e il maiale assassino sono tre facce della stessa ansia.

Da persona giuridica a cosa

Il paradosso però è che nei tribunali medievali, l’animale viene trattato quasi come un soggetto: può essere imputato, difeso, giudicato. In alcuni casi viene persino assolto, se la colpa ricade sul padrone che non l’ha sorvegliato. Ma è proprio questo passaggio a preparare il futuro.

Con la modernità l’animale esce dal tribunale non perché è più libero, ma perché diventa definitivamente una cosa: proprietà, forza lavoro, capitale biologico. Non serve più un processo pubblico. Lo si elimina, lo si rinchiude, lo si sfrutta. Oggi gli animali non vengono più giudicati. Vengono tutelati solo in quanto oggetto del sentimento umano, non come veri soggetti di diritto. Un ribaltamento completo.

Fonti
Gli animali nel mito, nella storia e nel codice penale quali soggetti passivi dei nuovi “delitti contro gli animali” Jesse Arseneault, Rosemary-Claire Collard, Crimes against Reproduction - Domesticating Life in the Animal Trials
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