
Le proteste in Iran hanno raggiunto una scala drammatica, con migliaia di morti in tutto il Paese e una durissima repressione da parte delle forze di sicurezza iraniane, che comprende anche un blackout totale di Internet. Queste proteste, iniziate il 28 dicembre 2025, sono il culmine di una crisi che dura da anni e che sta soffocando la popolazione iraniana sotto il peso del regime dell’ayatollah Ali Khamenei, la dipendenza economica dalla Cina e il cosiddetto snapback – il ripristino delle sanzioni – da parte delle Nazioni Unite dopo la “guerra dei 12 giorni” contro Israele dello scorso giugno.
In questo contesto Donald Trump sta valutando un intervento in Iran a sostegno dei manifestanti contro il regime: per ora il rischio di un attacco imminente da parte degli USA appare però scongiurato.
Come è organizzato il potere in Iran: dalla monarchia alla Guida Suprema
Anche se l'Iran ha un Presidente (oggi Masoud Pezeshkian) e un Parlamento eletto dal popolo, il vero capo del Paese è l’ayatollah Ali Khamenei, la “Guida Suprema” religiosa non eletta e che ha l'ultima parola su tutto, dalla difesa al nucleare, compreso chi può candidarsi alla Presidenza del Paese.
Il regime degli ayatollah si è instaurato nel 1979 al termine della Rivoluzione Islamica, quando fu rovesciata la monarchia dello Scià Pahlavi (alleata dell'Occidente e filo-americana, seppur fosse anch'essa di fatto un regime autoritario responsabile di gravi crimini). L'Iran divenne così la teocrazia anti-USA che conosciamo ancora oggi, con l'obbligo del velo per le donne, la Polizia Morale e un sistema strutturato per la censura e la repressione. Il primo ayatollah fu Khomeini, alla cui morte nel 1989 successe Khamenei che è tuttora l'attuale guida suprema iraniana.
Come siamo arrivati alle proteste: lo snapback dell'ONU e la dipendenza dalla Cina
Dopo una crisi economica iniziata in epoca Covid, la situazione in Iran è crollata nel 2025 fino ad arrivare a un'inflazione attuale sopra il 40% e una perdita verticale di valore del rial, la moneta locale. Al momento 1 dollaro vale oltre 1 milione di rial.
Per capire perché, dobbiamo tornare al giugno scorso, quando a seguito dei bombardamenti da parte degli USA ai siti del programma nucleare iraniano, il Paese interruppe i rapporti con l'International Atomic Energy Agency provocando così il ripristino (snapback) delle sanzioni sospese nel 2015, votato da Gran Bretagna, Francia e Germania in seno al Consiglio di Sicurezza dell'ONU e reso ufficiale dal 28 settembre 2025.
Le conseguenze economiche dello snapback sono state devastanti per l'Iran, al punto da stringere uno stretto rapporto commerciale con la Cina per la cessione del petrolio iraniano. La superpotenza asiatica acquisisce dall'Iran circa il 90% della sua produzione di petrolio (circa 1,5 milioni di barili al giorno) a basso costo o in cambio di tecnologia in una sorta di baratto. La Cina, diventata così il vero polmone economico dell'Iran, lo controlla di fatto economicamente, con una dinamica che alcuni considerano neo-colonialista.
Arriviamo così al 28 dicembre 2025. La popolazione ha perso il suo potere d'acquisto, il commercio collassa, la fame si diffonde e esplodono le proteste contro il regime di Khamenei, che a oggi hanno raggiunto tutte e 31 le province iraniane. Proteste in cui si inneggia a Pahlavi («Pahlavi sta tornando») e al ritorno della monarchia.
L'interesse principale degli USA nel rovesciare l'ayatollah sta nel fatto che, se cadesse Khamenei, si interromperebbero i rifornimenti di petrolio destinati alla Cina, mettendo il Paese asiatico in difficoltà dal punto di vista energetico.