
L'Europa sta attraversando settimane di forte tensione sociale. Dai blocchi nel Sud Italia fino agli scontri di Milano, dalle proteste in Francia e in Albania fino alle accampate in Spagna, centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza per ragioni diverse, legate da un filo comune: il costo della vita è diventato insostenibile per una parte sempre maggiore della popolazione.
In Italia la protesta degli autotrasportatori contro il caro carburanti ha paralizzato il Sud Italia e continuano ancora oggi: come riportato da Autostrade per l’Italia, sull’A1 Milano-Napoli è stato temporaneamente chiuso il nodo con la A30 Caserta-Salerno per chi proviene da Napoli. Milano, invece, sta facendo i conti con due giorni consecutivi di guerriglia urbana in pieno centro, che hanno portato a centinaia di fermi, con l’80% degli arrestati che sono risultati minorenni.
In Francia, le manifestazioni contro il carovita sono degenerate in scontri violentissimi, con quasi 2.400 persone fermate in un solo giorno. In Albania, invece, gli studenti sono in piazza da giorni per chiedere le dimissioni del primo ministro Edi Rama. A chiudere la Spagna, dove le proteste per la crisi abitativa hanno portato a un accampamento nella piazza principale di Madrid che resiste ormai da tre settimane.
Quello che unisce tutte queste piazze va oltre le singole rivendicazioni: come evidenziato da alcuni esperti, le proteste hanno una base comune, ossia una generazione incapace di immaginare il proprio futuro. Secondo gli ultimi dati dell'Eurobarometro, più della metà dei cittadini europei ha poca fiducia nel funzionamento della democrazia continentale e nei parlamenti nazionali. E a crederci sempre meno sembrano essere proprio i giovani, che stanno cercando nelle piazze risposte che le istituzioni non riescono a dare loro.
Le proteste nel Sud Italia
Nonostante la scarsa copertura mediatica, il Sud è in protesta da giorni: la scintilla è stata soprattutto il prezzo del carburante. Il gasolio ha infatti raggiunto la soglia dei 2,30 euro al litro, secondo le rilevazioni del ministero delle Imprese e del Made in Italy, con un incremento stimato di quasi il 40% rispetto allo stesso periodo del 2025. Per gli autotrasportatori, che hanno il carburante tra i costi principali, si tratta di rincari esorbitanti.
Da giorni camion e trattori presidiano i principali snodi stradali di Calabria, Sicilia e Puglia. In Calabria le prime proteste spontanee erano già iniziate a inizio ottobre: ora la mobilitazione coinvolge anche gli agricoltori, con 17 iniziative di blocco dei camionisti organizzate dalla Federazione regionale della logistica, che hanno coinvolto anche il porto di Gioia Tauro, la zona dell’aeroporto di Lamezia Terme e gli svincoli della A2 in provincia di Cosenza.
In Sicilia, invece, la situazione rischia di diventare un'emergenza. Il blocco dei mezzi pesanti sta compromettendo i rifornimenti di carburante alle stazioni di servizio, il trasporto pubblico su gomma e la distribuzione alimentare. Antonio Graffagnini, presidente di Anav Sicilia (l'associazione delle imprese del trasporto viaggiatori), ha segnalato che già venerdì alcune autobotti non hanno effettuato le consegne nei depositi, portando le riserve vicino al limite.
Intanto nei supermercati cominciano a scarseggiare i prodotti freschi (come frutta, verdura, latte, carne). A Palermo si sono registrate code nelle stazioni di servizio, con i cittadini che hanno anticipato il pieno per paura di restare a secco.
Oggi, 19 ottobre, la protesta degli autotrasportatori è arrivata anche in Basilicata. Presidi di tir agli ingressi di Potenza Est e Ovest e nella zona industriale di Tito sul raccordo Potenza-Sicignano. Disagi alla circolazione, ma senza blocchi stradali, si registrano anche nel Metapontino, sul tratto lucano della Statale 106 Jonica al confine con Puglia e Calabria.
Il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini ha anticipato a domani, 20 ottobre, il confronto con le rappresentanze degli autotrasportatori (inizialmente previsto per il 27 ottobre). L'esito del tavolo sarà decisivo: i manifestanti hanno fatto sapere che, in assenza di risposte concrete, la mobilitazione potrebbe intensificarsi.
Gli scontri a Milano in zona Duomo e i supermercati assaltati dai giovani
Mentre il Sud protestava con presidi e blocchi stradali, a Milano ci sono stati violenti scontri nel pieno centro storico.
Centinaia di giovani hanno sfondato vetrine, saccheggiato negozi (tra cui un Carrefour in via Torino, un Footlocker, un Decathlon in piazza Castello, un Levi's e un Under Armour vicino a Cordusio), distrutto pensiline dei bus e dato fuoco a cassonetti.
I gruppi violenti si sono scontrati con la polizia, che ha risposto con idranti e lacrimogeni: complessivamente sono stati fermati oltre 270 giovani, di cui l'80% minorenne. Gli scontri, che hanno così oscurato le proteste iniziate in maniera pacifica nella giornata di sabato 17 ottobre, hanno portato la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni a convocare per oggi una riunione sull'ordine pubblico, per la quale si valuta un secondo “decreto Caivano”.
Nel frattempo, è scoppiata la polemica tra il sindaco Giuseppe Sala (che ha parlato di forze dell'ordine insufficienti) e il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi, che ha accusato il primo cittadino milanese di essere un «radical chic».
La situazione in Francia
In Francia la situazione è ancora più grave. Secondo le stime del governo, le grandi manifestazioni di sabato contro il carovita hanno coinvolto circa 550.000 persone in tutto il Paese, degenerando in scontri con la polizia, saccheggi e incendi in diverse città, tra cui Parigi, Lione e Marsiglia.
I numeri danno la misura di quello che è successo: 2.397 persone fermate e 997 tra poliziotti e gendarmi rimasti feriti, sette dei quali in modo grave. Numeri molto più alti rispetto al bilancio provvisorio comunicato sabato sera, quando il governo aveva parlato di 1.200 fermi e 150 agenti feriti. In piazza non c'erano soltanto gli studenti, che protestano già da giorni, ma anche sindacati, partiti politici ed esponenti del movimento dei "gilet gialli", che otto anni fa organizzò proteste estese in tutto il Paese.
Domenica gli scontri sono proseguiti a Parigi, soprattutto nella zona di Place de la République: centinaia di persone si sono radunate nonostante il grande dispiegamento di polizia, gli agenti hanno usato gas lacrimogeni e granate assordanti e gruppi di manifestanti hanno saccheggiato negozi nelle strade circostanti.
Oggi, 19 ottobre, i manifestanti hanno inoltre bloccato l'accesso al Louvre a sostegno del movimento studentesco.
Il ministro dell'Interno Laurent Nuñez ha ammesso pubblicamente che la polizia ha perso il controllo in alcune città, parlando di una “mancanza di lungimiranza” nei preparativi per la gestione dell'ordine pubblico. Le stime delle autorità indicavano circa 200.000 manifestanti, ma il numero effettivo ha raggiunto i 500.000. Nuñez ha presentato le dimissioni al presidente Emmanuel Macron, che le ha respinte.
In un discorso alla nazione tenuto domenica sera, Macron ha annunciato che nei prossimi giorni i prefetti potrebbero vietare alcune manifestazioni per proteggere le città.
L'Albania in fiamme contro il governo Rama
Anche l'Albania sta vivendo giorni di fortissima tensione: nella capitale Tirana proseguono le proteste antigovernative, con scontri violenti tra manifestanti e polizia.
Le manifestazioni sono iniziate martedì scorso, innescate dalla situazione nelle università e dalle tasse elevate sull'istruzione. La richiesta centrale è netta: le dimissioni del governo di Edi Rama. In un gesto simbolico, i manifestanti hanno dato fuoco a una valigia e l'hanno lanciata nel cortile del ministero dell'Istruzione, per denunciare quello che definiscono un tentativo del governo di costringerli a lasciare il Paese.
Sabato gli scontri sono iniziati vicino al ministero dell'Istruzione, dove si erano radunate centinaia di persone a volto coperto. I manifestanti hanno lanciato pietre contro le forze di polizia e appiccato il fuoco ai cassonetti, mentre gli agenti hanno risposto con gas lacrimogeni e idranti. La tensione si è poi estesa a tutta la capitale, con proteste anche in altre città albanesi: a Lezha e a Durazzo la polizia ha effettuato decine di arresti.
Al fianco degli studenti sono scesi in piazza anche i manifestanti del movimento "Flamingo", mobilitati dallo scorso giugno.
Nonostante le pressioni, il primo ministro Edi Rama ha chiarito che non intende fare passi indietro, sostenendo che la sua responsabilità è proteggere i cittadini e proseguire con il mandato di governo, che secondo lui punta all'ingresso dell'Albania nell'Unione Europea entro il 2030. Le critiche, però, arrivano anche dall'interno del suo partito. La deputata del Partito socialista Elisa Spiropali, ministra degli Esteri, ha inviato una lettera personale a Rama, scrivendo che «la crisi non si risolve con dichiarazioni dagli uffici» e chiedendo «ascolto immediato e assunzione di responsabilità politica».
La Spagna contro la crisi abitativa
In Spagna il fronte di protesta ha un volto diverso: gli scontri diretti con la polizia sembrano in realtà essere terminati, ma da tre settimane un accampamento di manifestanti occupa la Puerta del Sol, la piazza simbolo di Madrid, per denunciare la crisi abitativa.
Tutto è iniziato la sera del 26 settembre, dopo una manifestazione convocata dal Sindicato de Inquilinas (il sindacato degli inquilini) di Madrid. Il caso che ha fatto da detonatore è quello di Maricarmen Abascal, un'anziana di 87 anni sfrattata dall'appartamento in cui viveva da settant'anni, morta qualche giorno dopo in ospedale. La sua storia è diventata un simbolo delle difficoltà di accesso alla casa in Spagna e ha innescato mobilitazioni, perlopiù pacifiche, in decine di città.
A più di 20 giorni di distanza, centinaia di persone continuano a occupare il chilometro zero della capitale, resistendo anche alla pioggia e al calo delle temperature. La protesta ha generato un braccio di ferro istituzionale: la Comunità di Madrid (guidata dal centrodestra) insiste sullo sgombero e ha ordinato la chiusura della stazione del metro di Sol con il pretesto di lavori di pulizia per presunte condizioni di insalubrità, mentre il governo centrale (guidato dal partito socialista di Pedro Sánchez fino alle prossime elezioni del 29 novembre) si rifiuta di smantellare l'accampamento, sostenendo che non rappresenta un problema di ordine pubblico. La giustizia, dal canto suo, ha respinto le misure cautelari chieste dalla Regione per lo sgombero immediato.