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9 Marzo 2026
14:30

Scoperto un maxi-giacimento di terre rare nei fondali del Pacifico: si stimano 16 milioni di tonnellate

Svolta in Giappone, estrazione record a circa 6.000 metri nel Pacifico nei sedimenti del fondale sono stati scoperti giacimenti di terre rare con volumi superiori a 16 milioni di tonnellate di risorse: il terzo più grande giacimento al mondo.

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Scoperto un maxi-giacimento di terre rare nei fondali del Pacifico: si stimano 16 milioni di tonnellate
giacimento terre rare giappone
Generata con AI

Il governo giapponese ha recentemente annunciato la potenziale scoperta di uno dei più grandi giacimenti di terre rare – risorse strategiche per l’attuale sviluppo tecnologico – sul fondo dell’Oceano Pacifico, a circa 6000 metri di profondità, nei pressi dell'isola-atollo di Minamitorishima. Le stime si aggirano intorno a 16 milioni di tonnellate di terre rare, una quantità in grado di soddisfare l’industria tecnologica giapponese per oltre 700 anni, garantendo non solo una significativa riduzione della dipendenza dalle importazioni di queste risorse dall’estero, ma anche una posizione strategica nel contesto geopolitico e tecnologico globale.

Il recupero dei sedimenti dai fondali dell’Oceano Pacifico

La notizia è stata diramata dal governo giapponese e dal primo ministro Sanae Takaichi lo scorso 2 febbraio 2026. Il team a bordo della Chikyu, la nave scientifica dotata di sistemi di trivellazione in acque profonde e facente parte di diversi programmi internazionali di esplorazione del suolo e del sottosuolo oceanico, avrebbe recuperato sedimenti ricchi di terre rare dai fondali dell’Oceano Pacifico attorno alla piccola isola-atollo di Minamitorishima. I sedimenti fangosi sarebbero stati recuperati in tre località tra il 30 gennaio e l’1 febbraio, a una profondità di circa 6000 metri, una sfida che, a oggi, non molte nazioni sono state in grado di affrontare. Un video diffuso da membri del team di ricerca mostra uno strumento di scavo raccogliere fango dal fondale oceanico.

Quali elementi contengono i sedimenti recuperati?

La precisa composizione chimica e la concentrazione di terre rare non sono ancora note e potranno essere determinate solo dopo ulteriori analisi che saranno condotte nel corso delle prossime settimane. Ciononostante, gli esperti ritengono che tali sedimenti possano contenere ingenti quantità di disprosio (utilizzato per magneti ad alta resistenza impiegati in smartphone e veicoli elettrici) e di ittrio (usato, per esempio, nella produzione di laser) nonché neodimio, gadolinio e terbio, tutti elementi impiegati nella produzione di dispositivi ad alta tecnologia e potenzialmente in grado di soddisfare il fabbisogno nazionale per oltre 730 anni. Si tratterebbe di una stima complessiva superiore a 16 milioni di tonnellate di elementi delle terre rare che, se confermata, posizionerebbe questo giacimento tra i primi cinque al mondo.

Una risorsa strategica per l’industria tecnologica giapponese

Chiaramente, l’estrazione di risorse minerarie da tali profondità marine rappresenta un’importante sfida logistica e tecnologica. Pressioni estreme, assenza di luce e distanza dalle principali infrastrutture sono tutti fattori di rischio che aumentano significativamente i costi operativi. Ciononostante, il Giappone mira ad avviare il processo di estrazione già nel 2027, con l’obiettivo di raggiungere una produzione giornaliera fino a 385 tonnellate di sedimenti estratti. Se le stime dovessero essere confermate e il Giappone riuscisse davvero nella mastodontica impresa di avviare un processo di estrazione continuo nell’area, ciò potrebbe rappresentare una svolta per il paese che, attualmente, importa circa il 70% delle terre rare, con la Cina come principale fornitore. Questo ridurrebbe drasticamente la sua dipendenza dall’estero e rafforzerebbe significativamente il suo ruolo nel contesto geopolitico e tecnologico globale.

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