
I risultati delle autopsie sui 5 sub italiani morti alle Maldive durante un'immersione nella grotta di Devana Kandu hanno confermato la morte per anossia, ovvero per mancanza di ossigeno a livello cellulare. Sono quindi state scartate del tutto le ipotesi riguardanti un possibile attacco di squali (la grotta era infatti soprannominata “grotta degli squali”), ma anche quelle legate alla tossicità da ossigeno (dovuta a un eccesso di ossigeno ad alta profondità per via della miscela di gas respirata tramite le bombole) o alla narcosi da azoto (un effetto di questo gas che compare oltre i 30-40 metri di profondità).
L'esito degli esami, quindi, chiarisce la causa della morte, ma non le modalità: la domanda cruciale a cui gli inquirenti devono ancora rispondere è cosa abbia impedito ai cinque sub esperti di ritornare in superficie prima di esaurire l'autonomia delle bombole.
Cosa hanno rivelato le autopsie sui corpi dei 5 sub italiani
Gli accertamenti medico-legali sono stati effettuati il 25 e 26 maggio 2026, circa 11 giorni dopo il decesso dei 5 sub, presso l'ospedale di Gallarate, una scelta logistica obbligata dopo il rientro delle salme in Italia tramite lo scalo di Milano Malpensa.
Il quadro emerso dagli esami è netto. Per tutti e cinque i subacquei la causa della morte è stata la stessa: la riserva d'aria si è esaurita completamente mentre il gruppo si trovava ancora all'interno della grotta, a circa 60 metri di profondità. La mancanza di ossigeno ha progressivamente privato il cervello di un elemento essenziale, portando prima alla perdita di coscienza e poi all'arresto respiratorio.
Le analisi tossicologiche e l'esame dei tessuti hanno inoltre permesso di escludere categoricamente alcune delle ipotesi circolate nelle prime ore dopo la tragedia. Non è stata rilevata alcuna traccia di monossido di carbonio o altre sostanze nocive, il che elimina lo scenario di una contaminazione accidentale delle bombole durante la ricarica. Al tempo stesso, sui corpi non è stata riscontrata nessuna lesione riconducibile ad attacchi della fauna marina, compresi gli squali presenti in quelle acque: va detto, comunque, che quest'ultima ipotesi era considerata una delle più improbabili fin dall'inizio.
Le ipotesi ancora aperte sulla dinamica dell'incidente
Se le autopsie hanno definito la causa fisiologica del decesso, la ricostruzione della dinamica completa dell'incidente è ancora aperta. La domanda di fondo resta la stessa: perché cinque sub con esperienza, di cui due istruttori che conoscevano bene la zona, sono rimasti incastrati in una grotta fino a esaurire tutta l'aria disponibile?
Per inquadrare la vicenda è utile ricordare il contesto. Alle Maldive le immersioni ricreative sono generalmente consentite fino a 30 metri di profondità, mentre i cinque si sarebbero spinti ben oltre, ad almeno 60 metri. La grotta di Devana Kandu, inoltre, è un ambiente estremamente complesso: l'ingresso si trova tra i 55 e i 60 metri di profondità, con un punto più profondo che supera i 66 metri.
Si articola in tre ambienti distinti: un'apertura orizzontale nella parete corallina (relativamente illuminata), una camera completamente buia con un'estensione di circa 70-78 metri e, infine, un terzo ambiente simile a un cunicolo, completamente buio ed estremamente angusto, in cui anche una sola persona fatica a muoversi. Qui le pareti della grotta sono interamente costituite da rocce calcaree, mentre sul suo pavimento si trovano sedimenti sabbiosi e anche più fini, con un forte rischio di sollevamento del sedimento, che avrebbe potuto azzerare la visibilità.

Insomma, la grotta rappresentava un ambiente rischioso anche per i sub più esperti: non a caso, un soccorritore militare delle Forze nazionali di difesa delle Maldive aveva perso la vita durante le prime ricerche dei corpi, mentre le operazioni finali (estremamente complesse) erano state svolte da un team di sommozzatori finlandesi esperti, che avevano utilizzato sistemi tecnici avanzati forniti dal Regno Unito e dall'Australia.
C'è poi un elemento tecnico rilevante: il gruppo stava utilizzando aria compressa standard (senza elio), una miscela che a 50-60 metri di profondità raggiunge una densità di circa 9 grammi per litro, ben al di sopra del limite di tolleranza fisiologica di 4 g/l. I sub operavano quindi con una miscela al limite e con tempi molto ristretti (circa mezz'ora di autonomia), in cui qualsiasi imprevisto poteva risultare fatale. In situazioni di panico, tra l'altro, il respiro accelera e il consumo di ossigeno aumenta, con il rischio di terminare l'aria prima del previsto.
Ecco perché l'ipotesi della perdita di orientamento all'interno della grotta resta una delle più probabili, con le cinque vittime che sarebbero rimaste intrappolate in uno degli ambienti della grotta senza riuscire a ritrovare l'uscita: i sub finlandesi che hanno recuperato i corpi nella parte più interna della cavità hanno infatti descritto un ambiente con passaggi estremamente stretti e totalmente bui.
C'è poi una seconda ipotesi, avanzata già lo scorso maggio dal dott. Pasquale Longobardi (vicepresidente della Società Italiana di Medicina Subacquea ed Iperbarica, SIMSI), relativa a una corrente sottomarina imprevista. Il 14 maggio, giorno della tragedia, il monsone di sud-ovest si stava già intensificando e il servizio meteorologico maldiviano aveva emesso un'allerta meteo gialla. A questo si aggiungeva una condizione di marea di sizigia (la luna nuova era a soli due giorni di distanza), che amplifica il volume d'acqua che transita nei canali tra gli atolli (i cosiddetti kandu), aumentando intensità e imprevedibilità delle correnti. Le forti correnti, amplificate dalla sizigia, sarebbero state convogliate all'interno della grotta dalla conformazione del canale. Il flusso d'acqua in ingresso avrebbe spinto i sub verso le camere più interne, rendendo impossibile nuotare controcorrente per raggiungere l'uscita e intrappolandoli di fatto all'interno della cavità.
Per chiudere il cerchio, gli inquirenti dovranno ora analizzare gli elementi chiave sequestrati: i computer da polso, che registrano il profilo completo dell'immersione e che in caso di incidente funzionano come una sorta di “scatola nera”, insieme ai profondimetri, alle telecamere da casco e ai sistemi di erogazione.