
L'uccisione dell'Ayatollah Ali Khamenei e dei massimi vertici militari iraniani, avvenuta lo scorso sabato a Teheran, potrebbe essere stata il risultato di un'infiltrazione informatica durata oltre un decennio. L'intelligence israeliana avrebbe infatti controllato le telecamere del traffico della capitale iraniana, mappando costantemente le abitudini della leadership del regime. Questa sorveglianza visiva è stata il fulcro di un'infrastruttura gestita dall'intelligenza artificiale, progettata per analizzare enormi moli di dati da fonti incrociate: spionaggio sul campo, immagini satellitari e intercettazioni. L'algoritmo elaborava incessantemente questi input per generare coordinate geografiche di altissima precisione.
Non è la prima volta che i servizi segreti israeliani compiono attacchi tecnologici: nel 2024 fecero esplodere migliaia di cercapersone hackerati in dotazione ai miliziani di Hezbollah, in Libano. Ma torniamo al il sistema di tracciamento impiegato a Teheran: già usato con successo nella “guerra dei 12 giorni” dello scorso giugno, è stato riattivato a pieno regime a seguito del parziale insuccesso dei negoziati diplomatici sul programma nucleare. Venerdì, l'ordine diretto ha innescato l'operazione battezzata dagli USA con il nome in codice “Epic Fury”. Grazie ai dati puntuali di geolocalizzazione forniti dalla CIA sulle riunioni in corso, i caccia israeliani hanno colpito gli obiettivi con un margine di errore prossimo allo zero. Parallelamente, le divisioni informatiche americane hanno oscurato le reti iraniane, azzerando preventivamente le difese di Teheran. L'attacco ha decapitato la struttura di comando, causando centinaia di vittime nel Paese e imponendo la rapida nomina di un consiglio direttivo d'emergenza, ridisegnando di fatto gli equilibri geopolitici regionali attraverso un uso senza precedenti della guerra cibernetica.
Attenzione: La ricostruzione fatta in questo articolo è frutto di dichiarazioni raccolte da media internazionali affidabili, come il Financial Times e il New York Times. Al momento, però, i governi e i servizi di intelligence americani e israeliani non hanno diffuso tutti i dettagli delle operazioni in questione.
Telecamere per il traffico hackerate in Iran: l’architettura tecnologica dell’operazione
Analizziamo un po' più nel dettaglio l'architettura tecnologica alla base dell'operazione. Le forze israeliane hanno ideato una vera e propria catena di validazione per la produzione dei bersagli. I sistemi informatici sono stati addestrati per assimilare la Signal Intelligence – termine tecnico con cui ci riferiamo all'intercettazione attiva dei segnali elettronici, delle radio e delle telecomunicazioni – integrandola alle riprese urbane hackerate in tempo reale. Il risultato finale di questa analisi algoritmica si traduceva in coordinate millimetriche composte da 14 cifre.
Stando a quanto affermato da un funzionario israeliano al Financial Times, le telecamere, hackerate anni fa, hanno consentito a Israele di mappare Teheran dettaglio e stabilire schemi di movimento precisi. Ma le telecamere hackerate erano solo una parte di un sistema di spionaggio altamente complesso, che comprendeva anche dati di intelligence visiva, informazioni di intelligence umana, nonché comunicazioni intercettate e immagini satellitari. Il tutto elaborato poi con l'intelligenza artificiale per ricostruire schemi ricorrenti e abitudini.
Un funzionario dell'intelligence israeliana, a proposito di quanto sia stato efficace il lavoro di spionaggio durato anni, ha dichiarato al Financial Times:
Conoscevamo Teheran come conosciamo Gerusalemme. E quando conosci un posto così bene come conosci la strada in cui sei cresciuto, ti accorgi di una sola cosa fuori posto.
Nell'attacco avvenuto sabato mattina alle 09:40 (ora locale di Teheran), i vertici si trovavano radunati in un edificio civile nel centro della città, rinunciando alla sicurezza dei bunker sotterranei. L'intelligence statunitense aveva individuato questo fatale schema comportamentale intensificando la sorveglianza elettronica nei mesi precedenti sull'IRGC, ovvero il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, conosciuti anche come Pasdaran, l'unità d'élite delle forze armate del Paese.
L'incursione aerea materiale è stata anticipata dall'uso dei cosiddetti “effetti non cinetici” da parte dei comandi cibernetici statunitensi. Con questa espressione ci riferiamo a tutte quelle azioni militari che non impiegano esplosivi o forza fisica, ma che puntano a sabotare le infrastrutture digitali avversarie: in questo scenario, si è trattato di accecare i radar e degradare i segnali per impedire qualsiasi reazione da parte delle forze iraniane prima dell'arrivo dei jet israeliani.
Le conseguenze dell’attacco all’Ayatollah
Oltre alla morte della Guida Suprema, al potere senza interruzioni dal 1989, il bombardamento diurno ha eliminato in un colpo solo il suo entourage e oltre quaranta leader apicali, tra cui il ministro della difesa Azis Nasirzadeh e il capo di Stato Maggiore Abdolrahim Mousavi. L'offensiva avrebbe provocato complessivamente 787 vittime a livello nazionale in diverse ondate, confermando sul campo una letale e irreversibile integrazione tra analisi predittiva dei dati, hacking urbano e supremazia aerea da parte delle forze israelo-statunitensi.