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Il “pensiero tecnico” fa talmente parte di noi che abbiamo iniziato a misurarci in base a efficienza e produttività. In moltissimi ambiti della nostra vita siamo sottoposti a una continua misurazione e quantificazione. A dire quanto valiamo è la nostra capacità di produrre e di farlo velocemente. Il mondo della tecnica ci spinge ad essere produttivi, veloci, efficienti, funzionali. Tutte caratteristiche, proprio aggettivi, che tipicamente associamo alle macchine.
Ci siamo mai chiesti come mai abbiamo adottato questo modo di pensare?

Nel porci questa domanda ci addentriamo in un enorme tema discusso da filosofi e pensatori da secoli: la questione della tecnica.

Se diciamo “tecnica” voi a cosa pensate? Alla tecnologia? Di solito si pensa a  strumenti nelle nostre mani, a qualcosa che abbiamo prodotto e dominato.
E invece oggi non è più solo questo, la tecnica è diventata il nostro modo di pensare.
Il Professor Umberto Galimberti racconta come oggi nelle scuole si scrivano sempre meno i temi. Il momento del tema dovrebbe essere quello in cui si esprime la parte emotiva, fantasiosa e creativa di un ragazzo. E invece spesso al posto dei temi si preferisce fare le comprensioni del testo: 10 domande; ogni domanda sbagliata, un punto in meno. Così si valuta la performance dello studente, non lo studente.

Con il metodo scientifico (siamo nel 1600) abbiamo cominciato a descrivere i fenomeni in modo quantitativo, abbiamo cominciato a misurare le cose, con lo scopo di essere sempre più precisi e oggettivi.
Ma cosa succede se ci imbattiamo in un fenomeno che non si può misurare? Come faccio a misurare quanto mi ha commosso l’ultimo film che ho visto al cinema? Le emozioni non sono misurabili.
Noi siamo pieni di cose non misurabili: il dolore, la gioia, la fantasia, la creatività, i sentimenti. Ma in quanto non misurabili queste cose non sono né sbagliate né, tanto meno, inutili.

L’errore sta nel considerare il pensiero tecnico come unico modello di valutazione. Noi non siamo e non possiamo essere solo pensiero tecnico.

Da quanto ci spiegano gli antropologi abbiamo appreso che l’uomo ha imparato a creare strumenti esosomatici, cioè fuori dal corpo. I nostri antenati usavano il bastone per recuperare i frutti in cima ad un albero e il bastone aveva una potenza diversa dal braccio, diventava un prolungamento, rendeva il gesto più efficace. Questo è stato il modus operandi tecnologico, in tutta la sua evoluzione.

Per gli antichi greci – inventori non solo della filosofia, ma anche della fisica, della dialettica, della democrazia – la tecnica era un saper-fare. Era una conoscenza che si applicava all’uso di strumenti per svolgere compiti precisi.
La tecnica era a disposizione dell’uomo, sempre considerato mortale e limitato.
Però era proprio della cultura greca anche il concetto di “giusta misura”. La tecnica nel mondo greco incontrava un limite perché proprio il senso della misura implicava che la tecnica non potesse superare i limiti della natura. La natura arrivava per prima, tanto che gli elementi naturali coincidevano gli dei: il sole, il vento, il mare… l’uomo non poteva dominare la natura, poteva solo stare in armonia con essa.

Invece oggi l'uomo ha superato il limite greco, l’uomo ora ha degli strumenti potentissimi con cui agisce sulla natura per trasformarla. Abbiamo aumentato tantissimo la produzione di strumenti, grazie all’aumento esponenziale delle conoscenze scientifiche. Abbiamo sfondato il limite, siamo andati “oltre misura”.

Una possibile interpretazione di questo passaggio dalla tecnica come produttrice di strumenti alla tecnica come modello di pensiero a cui ispirarsi è quella che Hegel, filosofo dell'800, suggerisce. Nella Logica fa un esempio molto chiaro, dice: se mi tolgo un capello resto una persona con i capelli, se me ne tolgo due non cambia nulla, ma se mi togliessi tutti i capelli, diventerei una persona calva. Questo vuol dire che quando un fenomeno cresce da un punto di vista quantitativo non si ha solo un aumento di quantità, ma si ha anche una variazione qualitativa radicale.
Potremmo pensare che il cambiamento della nostra concezione della tecnica sia dovuto proprio a questo: è talmente tanto aumentata la presenza di strumenti nella nostra quotidianità, da aver modificato il modo stesso in cui pensiamo e in cui riflettiamo su noi stessi.

E quindi, arrivati a questo punto, dovremmo demonizzare la tecnica?  Assolutamente no.
La tecnica basata sul progresso scientifico, con la sua enorme evoluzione nel tempo, ci ha dato tantissimo. Non solo la possibilità di svolgere sempre meglio alcuni compiti, ma anche quella di curarci sempre meglio (pensate ai progressi della  medicina), di fare scoperte di ogni genere. Ha arricchito straordinariamente le nostre conoscenze.

Allo stesso tempo dobbiamo ricordarci che la tecnica, questo pensiero quantitativo, basato su performance, sull’efficienza, è solo una parte di noi. Noi non siamo solo razionalità, non rientriamo sempre in uno schema. L'essere umano è anche emotività, creatività, irrazionalità e sensazione.

Per approfondire questo tema ampissimo consigliamo assolutamente di ascoltare e leggere le parole di Umberto Galimberti, di Emanuele Severino, di Carlo Sini e tantissimi altri pensatori attuali, ognuno con la propria visione sulla questione della tecnica.

Articolo a cura di
Camilla Ferrario