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6 Maggio 2026
11:10

Chi sono le Pussy Riot alla Biennale di Venezia 2026 per il Padiglione della Russia

Le Pussy Riot, collettivo femminista russo anti-Putin, saranno alla Biennale 2026 di Venezia a sostegno dei dissidenti, tra le tante polemiche sulla presenza della Russia con il suo padiglione dopo 4 anni.

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Chi sono le Pussy Riot alla Biennale di Venezia 2026 per il Padiglione della Russia
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Le Pussy Riot a Venezia, foto dall’account X @pussyrrriot

Le Pussy Riot, collettivo artistico femminista punk rock di Mosca noto per le eclatanti azioni e manifestazioni contro Vladimir Putin, sono tornate a far parlare si sé per essersi inserite nel dibattito sulla presenza (dopo 4 anni di assenza) della Russia alla Biennale d'Arte di Venezia 2026: la leader e fondatrice Nadya Tolokonnikova ha infatti promesso sit-in e azioni di protesta a sostegno degli artisti dissidenti russi in vista della riapertura del Padiglione russo.

La 61esima Esposizione Internazionale d’Arte, dal titolo In Minor Keys (progetto della curatrice Koyo Kouoh, scomparsa prematuramente l’anno scorso), sarà aperta al pubblico da sabato 9 maggio a domenica 22 novembre 2026 a Venezia e vede in programma per 6, 7 e 8 maggio l'apertura dedicata agli addetti ai lavori.

Rispetto alla presenza della Russia alla kermesse ci sono state numerose polemiche internazionali, politiche e istituzionali, che hanno tra le altre cose anche portato la giuria di quest’anno a dimettersi e alla decisione di annullare la cerimonia di apertura. Il padiglione russo resterà escluso dalla manifestazione, aperto solo in questi giorni di anteprima su invito per una performance, mentre dal 9 maggio i visitatori potranno osservarne la registrazione solo dall’esterno.

Le Pussy Riot, il collettivo femminista alla Biennale di Venezia 2026

Le Pussy Riot nascono a Mosca nell'estate del 2011 come collettivo artistico punk rock, d'ispirazione femminista e apertamente anti-putiniano. A fondarle sono Nadežda "Nadya" Tolokonnikova e Ekaterina "Kat" Samucevič, che si staccano da "Vojna" (in russo, "Guerra"), un gruppo radicale di street-art, per costruire un nuovo progetto in grado di unire l'azionismo (una forma di arte di protesta nata nell'Europa degli anni Sessanta che usa azioni pubbliche e performative come strumento politico) a una riflessione più profonda sui diritti delle donne e della comunità LGBT+.

Le Pussy Riot, formate da un numero variabile di membri, non sono quindi solo un gruppo musicale, ma un collettivo di performance art, che usa il punk come mezzo e linguaggio per criticare la corruzione politica, il regime di Vladimir Putin e i ruoli di genere tradizionali promossi in Russia, Paese in cui sono ora considerate organizzazione ostile e sovversiva dalle autorità locali. Fin dall'inizio, il collettivo ha scelto l'anonimato, nascondendo i propri volti dietro ad accessori dai colori sgargianti e balaclava (passamontagna) durante le performance musicali o dimostrative. Non tanto per tutelarsi dalle conseguenze, ma per sottolineare che il messaggio è più grande delle singole persone che lo portano.

Le radici culturali del collettivo affondano in due tradizioni distinte: quella anglosassone del movimento Riot Grrrl, nato negli anni Novanta (la scena hardcore punk femminista degli Stati Uniti, legata a band come Bikini Kill e Sleater-Kinney), e quella delle Guerrilla Girls, il collettivo di attiviste americane che dal 1985 denuncia il sessismo nel mondo dell'arte usando maschere da gorilla. Tra le influenze, non mancano quelle di figure come la scrittrice femminista francese Simone de Beauvoir e della teorica del "gender performativo" Judith Butler, secondo cui il genere non è un dato fisso, ma qualcosa che si "recita" e si costruisce attraverso atti ripetuti.

Le azioni più famose: dall’altare della Cattedrale di Cristo Salvatore ai Mondiali di calcio

Rispetto alla presenza delle Pussy Riot a Venezia, il Presidente del Consiglio regionale del Veneto Luca Zaia, contattato da Tolokonnikova nei giorni scorsi, ha dichiarato «Penso che ci sia spazio per rendere note le loro idee alla Biennale».

Il metodo del collettivo, però, è solitamente lo stesso: irruzione non autorizzata in uno spazio pubblico o simbolicamente carico per portare in scena performance di pochi minuti riprese in video poi diffusi sul web. Una formula che, replicata nel tempo, ha costruito una presenza mediatica globale. Tra i loro primi blitz più noti troviamo "Osvobodi brusčatku" ("Libera il selciato", novembre 2011), in cui il gruppo ha cantato sui mezzi pubblici di Mosca per protestare contro le elezioni parlamentari. Poi, a gennaio 2012, un'esibizione sulla Piazza Rossa dal titolo "Putin se l’è fatta sotto".

La performance più eclatante è stata quella di febbraio 2012, in cui cinque attiviste si sono introdotte nella Cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca (la più grande chiesa ortodossa del mondo) e sono salite sull'altare, dove hanno inscenato una "Preghiera punk". Nella performance, durata meno di un minuto prima che venisse bloccata, hanno chiesto alla Vergine Maria di scacciare Putin, per criticare il legame tra lo Stato russo e la Chiesa ortodossa. Le conseguenze, invece, sono durate molto di più: Tolokonnikova, Alyokhina e Samutsevich sono state arrestate condannate a due anni di carcere in un campo di lavoro per "teppismo motivato da odio religioso".

Artisti e intellettuali di calibro internazionale hanno firmato appelli per chiederne la liberazione e Amnesty International le ha riconosciute come prigioniere di coscienza. Dopo la scarcerazione, nel 2014, il collettivo ha tentato di esibirsi durante i Giochi Olimpici invernali di Sochi, ma è stato bloccato con la forza dalle forze paramilitari dei cosacchi, che le hanno aggredite frustandole, mentre nel 2018, durante la finale dei Mondiali di Calcio a Mosca, quattro membri hanno invaso il campo da gioco per protestare contro la brutalità della polizia russa. Arrestate, sono state in quel caso condannate a “soli” 15 giorni di detenzione. Dal 2021 Tolokonnikova, che attualmente vive fuori dalla Russia a causa delle crescenti pressioni contro i dissidenti, è inserita nell’elenco degli “agenti stranieri” ricercati dalle autorità russe. Alcuni giorni fa il collettivo ha manifestato davanti al Palazzo di Giustizia a Strasburgo a sostegno dei prigionieri politici in Russia.

Cosa c’entra la Biennale di Venezia 2026 e perché ci saranno le attiviste russe

La 61ª Esposizione Internazionale d'Arte di Venezia ha comunicato per quest'anno la riapertura del Padiglione russo, che era rimasto chiuso dal 2022 in segno di protesta per l'invasione dell'Ucraina. Furono quell’anno gli stessi artisti e il curatore ad annullare la propria presenza, mentre quest’anno, la Fondazione della Biennale e il Presidente Pietrangelo Buttafuoco ne hanno annunciato a inizio marzo la riapertura, insieme ai padiglioni degli altri Paesi coinvolti in conflitti internazionali (Iran e Israele). Buttafuoco, in risposta alle prime critiche, aveva parlato di come un evento artistico dovrebbe rimanere territorio neutrale di espressione per gli artisti, compresi quelli dissidenti.

Così Tolokonnikova gli ha inviato una lettera, pubblicata poi il 19 marzo sul profilo Instagram del collettivo, in cui chiedeva la partecipazione delle Pussy Riot e delle voci dissidenti che erano state invocate dalla Fondazione, chiedendo di ampliare il programma "Il dissenso e la pace" e di aprirlo a chi è concretamente perseguitato dal regime russo per le proprie idee, non solo a quegli artisti che aderirebbero al tema formalmente. L'attivista ha annunciato così il suo arrivo a Venezia non tanto per "bloccare" la Biennale, ma per trasformarla in un palcoscenico per una richiesta politica precisa: che nell'edizione del 2028 il Padiglione russo sia interamente dedicato ai prigionieri politici, e che esponga opere create da loro o da ex detenuti del regime di Putin. Per costruire consenso intorno a questa proposta, Tolokonnikova sta ora instaurando un dialogo con collezioniste d'arte internazionali.

Nelle ultime settimane sulla partecipazione della Russia alla kermesse ci sono state moltissime polemiche, che hanno coinvolto anche la Commissione europea per la violazione del regolamento Ue sulle sanzioni contro la Russia. La Commissione ha ritirato 2 milioni di fondi erogati alla Fondazione, mentre la Giuria della Biennale si è dimessa, contro l’inclusione di Russia e Israele tra i premi, rimuovendola dal catalogo. Nel frattempo sono stati avviati accertamenti da parte del Ministero della Cultura per valutare la legittimità dell’apertura del padiglione russo, a seguire della quale, nei giorni scorsi, è emerso che la Federazione russa, in realtà, non era stata «formalmente invitata» e che il Paese è semplicemente tornato nel padiglione di propria proprietà. Oltre alla mostra centrale allestita dal curatore (tra Arsenale e Giardini), infatti, ogni paese finanzia e gestisce il proprio padiglione e la Russia possiede il proprio, costruito nel 1914 (ha portato il nome “Urss” fino al 1990) e parte dei 30 permanenti che si trovano nei giardini.

Alla fine, il padiglione russo rimarrà escluso dalla manifestazione in modo da rispettare il regime sanzionatorio europeo, ma sarà aperto in questi giorni di anteprima con un programma privato accessibile su invito per vedere le performance "The Tree is Rooted in the Sky" all’interno dei suoi spazi, mentre dal 9 maggio i visitatori potranno osservare la registrazione della performance solo dall’esterno.

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