
Un nuovo studio dell’INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia), pubblicato sul portale “ISI – Ingegneria Sismica Italiana”, mostra come nel tempo, nell’Italia meridionale, la sismicità sia cambiata. Prima del 1908, anno del terremoto di Messina, si verificavano pochi terremoti ma molto forti e distruttivi. In seguito, sono aumentati i sismi, perlopiù di magnitudo medio-bassa. Questa differenza dipende essenzialmente dal progresso del monitoraggio sismico, oltre che dalla variabilità delle modalità con cui può essere rilasciata l’energia, e non implica una riduzione della pericolosità sismica dell’area. Gli attuali terremoti si concentrano lungo l’arco calabro-siculo e nello Stretto di Messina, dove si trovano le faglie all’origine anche dei terremoti passati.
Più terremoti ma rilascio invariato di energia sismica: le differenze
I ricercatori hanno integrato dati storici e strumentali per studiare l’evoluzione nel tempo della sismicità nell’Italia meridionale. È risultato che nel periodo storico si verificavano grandi terremoti distruttivi, tra cui quello del 1908 nello Stretto di Messina, di magnitudo 7,1. In quello recente si ha invece un’elevata frequenza di eventi di magnitudo moderata, inferiore a 5, con l’eccezione del terremoto dell’Irpinia del 1980, di magnitudo 6,9. Anche il terremoto del 10 marzo 2026 nel Tirreno meridionale tra il Golfo di Napoli e Capri, di magnitudo 5,9 e con ipocentro a 414 km di profondità, ha liberato una grande quantità di energia senza però causare danni a causa della sua elevata profondità. La sua origine è da ricondurre allo sprofondamento di una placca di litosfera oceanica sotto il Mar Tirreno.
Nonostante queste differenze, il rilascio energetico complessivo è rimasto invariato. La maggiore frequenza dei terremoti osservati negli ultimi decenni è dovuta soprattutto al miglioramento delle osservazioni strumentali, con reti sismiche sviluppate. Non significa invece che sia cambiata la pericolosità sismica dell’area.

Il rischio sismico dell’Italia meridionale
L’Italia meridionale costituisce uno dei settori con la più elevata pericolosità sismica del Mediterraneo, a causa del contesto tettonico caratterizzato dalla convergenza tra la placca africana e quella eurasiatica. Gli eventi storici con magnitudo uguale o superiore a 6,5 si concentrano lungo l’Appennino meridionale e l’arco calabro-siculo.

La pericolosità sismica, determinata dalla geologia del territorio, non è l’unico fattore a definire il rischio sismico in Italia. Contribuiscono infatti anche altri fattori: il valore esposto, che si riferisce per esempio alla densità della popolazione, e la vulnerabilità, cioè la predisposizione di persone, strutture e attività economiche a subire danni. Presentano un alto valore esposto e un’alta vulnerabilità le aree metropolitane dell’Italia meridionale (Catania, Messina, Palermo, Reggio Calabria e Napoli), caratterizzate da elevate concentrazioni di popolazione, infrastrutture critiche e da un patrimonio edilizio spesso datato e non adeguato alle recenti norme antisismiche. Le maggiori criticità si riscontrano nei centri storici e nei borghi appenninici, con una vulnerabilità particolarmente elevata per edifici strategici, per esempio le scuole. Comprendere come è distribuito nel tempo e nello spazio il rilascio di energia sismica è indispensabile per una corretta valutazione del rischio sismico e per mettere in atto una prevenzione adeguata.