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1 Maggio 2026
11:00

Studia, lavora, dimettiti: perché in Italia sono ancora le madri a lasciare il posto

Dal part-time forzato alla child penalty, i dati raccontano un sistema che non riesce ancora a sostenere la genitorialità femminile. Basti pensare che, su oltre 38.000 dimissioni totali legate a difficoltà di cura, il 94% riguarda donne.

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Studia, lavora, dimettiti: perché in Italia sono ancora le madri a lasciare il posto
madri lasciano il lavoro

Studia, lavora, dimettiti. Sembra essere questa la parabola di migliaia di donne italiane che ogni anno sono costrette a lasciare il posto di lavoro per dedicarsi a famiglia e figli. Il report annuale sulle convalide delle dimissioni e risoluzioni consensuali delle lavoratrici madri e dei lavoratori padri dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro parla chiaro: nell’ultimo anno analizzato, il 2024, oltre 62mila persone hanno lasciato il posto di lavoro e di queste ben il 70% sono donne.

L'incidenza femminile sulle risoluzioni contrattuali crolli drasticamente con l'avanzare dell'età. Nelle fasce più giovani il divario è netto: sotto i 24 anni le donne rappresentano l'84,6% delle convalide, nella fascia 24-29 anni l'80,4%, tra i 29 e i 34 anni il 74,8%. La percentuale crolla al 32,4% oltre i 44 anni. Un segnale chiaro sul fatto che a uscire dal mercato del lavoro sono le donne in età riproduttiva e con figli, non le lavoratrici in generale.

Perché le madri si dimettono: cura dei figli contro organizzazione del lavoro

Conciliare la cura dei figli con un impiego retribuito si rivela impossibile. Su oltre 38.000 dimissioni totali legate a difficoltà di cura, il 94% riguarda donne. Un numero che da solo dice tutto. Le ragioni sono duplici e si rinforzano a vicenda: da un lato la carenza di servizi accessibili, con asili nido costosi o difficili da ottenere; dall'altro un mondo del lavoro ancora poco attrezzato, dove quasi la metà delle dimissionarie cita esplicitamente l'incompatibilità tra gli orari e le politiche aziendali e le esigenze di cura della prole.

Il risultato è che le donne si trovano di fronte a una scelta che non dovrebbe esistere: la carriera o la famiglia. E nella stragrande maggioranza dei casi, in assenza di alternative reali, scelgono (o sono costrette a scegliere) la seconda.

Il part-time come soluzione di sopravvivenza

Molte donne pur di continuare a lavorare sono costrette a scegliere il part-time. Secondo il Rapporto Cnel-ISTAT 2025 Il lavoro delle donne tra ostacoli e opportunità, sul totale degli occupati il 31,5% delle donne lavora part-time, contro l’8,1% degli uomini. Nella classe di età 25-54 anni solo il 6,6% degli uomini lavora a tempo parziale, contro il 31,3% delle occupate. La percentuale cala ulteriormente (4,6%) in presenza di figli, mentre tra le madri sale significativamente (36,7%). Questo si riflette poi sull’occupazione femminile che si ferma al 53,3%, contro il 71,1% degli uomini e poi su stipendi e pensioni.

Quanto costa davvero avere un figlio: la child penalty

Il Rapporto Annuale INPS 2025 offre la fotografia più aggiornata di quello che la letteratura economica chiama child penalty, la caduta di reddito e di presenza sul mercato del lavoro che colpisce le madri dopo la nascita di un figlio. Un fenomeno che non ha un equivalente maschile: per i padri vale il principio opposto, il cosiddetto child premium, con traiettorie retributive che migliorano dopo la nascita del figlio, indipendentemente da quanti ne abbiano.

Per le madri il quadro è più articolato e dipende fortemente da quanti figli si hanno. Chi ne ha uno solo riesce a recuperare completamente lo shock salariale entro il terzo anno. Chi ne ha due impiega fino al quarto anno. Chi ne ha tre o più, al quinto anno dalla prima nascita, sconta ancora una penalizzazione: ogni nuova gravidanza aggiunge una nuova caduta sulla curva del reddito, rendendo il percorso di recupero sempre più lungo e discontinuo.

Conta anche l'età in cui si diventa madri. Le under 35 subiscono una penalizzazione reddituale inizialmente più contenuta e, se restano sul mercato, recuperano più in fretta. Ma il loro rischio di uscire dal lavoro nell'anno della nascita è quasi il doppio rispetto alle over 35: 25% contro 12%. Per le donne più giovani, in altre parole, la penalizzazione si esprime soprattutto in termini di permanenza nel mondo del lavoro, non solo di salario.

Asili nido: pochi posti, costi proibitivi e divario Nord-Sud

Dietro le dimissioni e il part-time c'è spesso un calcolo concreto: quello della disponibilità e del costo di un posto all'asilo nido, fondamentale per poter continuare a lavorare. E i numeri dicono che, per molte famiglie, quel posto semplicemente non c'è. Nell'anno educativo 2023-2024 gli asili nido in Italia sono arrivati a 14.570, per un totale di circa 378.500 posti disponibili. Un risultato incoraggiante sulla carta, ma con una precisazione importante: di questi posti, solo uno su cinque è offerto da strutture pubbliche. Il resto è privato, e quindi a pagamento pieno per le famiglie che non trovano posto nei nidi comunali.

Il tasso di copertura nazionale ha raggiunto il 31,6%, ma la media nasconde un divario territoriale netto: alcune province del Centro-Italia come Bologna, Ravenna e Perugia si avvicinano o superano il 50%, mentre al Sud e in Sicilia la copertura si ferma tra il 19 e il 19,5%. Lo stesso divario che, non a caso, si ritrova nei tassi di occupazione femminile: più bassi esattamente dove mancano i servizi. L'obiettivo europeo fissato nel 2022 è il 45% di copertura entro il 2030, un traguardo che per l'Italia resta lontano. A confermarlo è la lista d'attesa: nel 2023-2024 quasi il 60% dei nidi non ha avuto posti sufficienti per soddisfare tutte le domande.

Congedo parentale: l'Italia paga poco e i padri non lo usano

Sul fronte dei congedi, il quadro è quello di un sistema ancora fortemente sbilanciato. Il congedo di maternità dura cinque mesi all'80% della retribuzione, quello di paternità obbligatorio si ferma a 10 giorni al 100%, introdotto in via sperimentale nel 2012 con un solo giorno, esteso progressivamente fino alla cifra attuale. Il congedo parentale facoltativo, fruibile da entrambi i genitori fino ai 12 anni del figlio entro un tetto di 11 mesi, è stato rafforzato di recente: le leggi di bilancio 2023 e 2024 hanno portato l'indennità all'80% per due mensilità entro il sesto anno di vita del bambino, ma solo per i dipendenti privati.

I numeri dell'INPS raccontano però chi usa davvero questi strumenti. Nel 2024 le donne beneficiarie del congedo parentale nel settore privato sono state oltre 289.000, contro 124.000 uomini. E le madri ne hanno fruito in media 53 giornate, più del doppio rispetto alle 22 dei padri. Le riforme hanno aumentato il numero di padri che vi ricorrono, ma non hanno spostato in modo sostanziale né la durata né il divario di genere.

Proprio per cambiare questo equilibrio era stata presentata alla Camera una proposta di legge sul congedo paritario, che puntava a portare il congedo di paternità da 10 giorni a cinque mesi, in larga parte obbligatori e retribuiti al 100%. La Commissione Bilancio l'ha bocciata per mancanza di coperture: il costo stimato era di 3,18 miliardi nel solo 2026. Il nodo, almeno formalmente, non era politico ma contabile. Nella sostanza, però, la bocciatura ha rimandato a data da destinarsi l'unico strumento strutturale capace di redistribuire il carico di cura e ridurre la penalizzazione occupazionale delle madri.

Cosa c'è e cosa manca: le misure in campo 

Il governo Meloni ha provato a intervenire con una serie di strumenti che si sono sovrapposti e riscritti ogni anno. Il Bonus mamme, introdotto nel 2024 come esonero contributivo totale fino a 3.000 euro per le madri di tre figli a tempo indeterminato, nel 2025 è diventato un contributo una tantum di 480 euro massimi. Nel 2026 l'importo è salito a 720 euro, ma l'esonero contributivo parziale promesso è stato rimandato per il secondo anno consecutivo.

La legge di bilancio 2026 aggiunge qualche misura marginale: priorità al part-time per chi ha tre figli, congedo parentale esteso fino ai 14 anni del figlio. Questo, tuttavia, non risolve il problema. L'Italia destina circa il 6% della spesa welfare a famiglia e infanzia, contro l'11,2% della Germania e il 10,3% della Finlandia. Finché mancano i servizi, finché i congedi di paternità restano simbolici e finché le politiche vengono riscritte anno dopo anno senza una visione strutturale, il costo della maternità continuerà a ricadere quasi interamente sulle donne.

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