
Il dibattito intorno ai rischi di postare le foto dei bambini online è diventato talmente rilevante che è nato un termine apposito: sharenting (dalla crasi delle parole inglesi share, condividere, e parenting, genitorialità). I numeri parlano chiaro: il 75% dei genitori che possiede un profilo social condivide regolarmente contenuti con i propri figli protagonisti. In media, prima del quinto compleanno un bambino è già comparso online in circa 1.500 post, e un terzo di questi bambini vi appare per la prima volta il giorno stesso della nascita.
Sia chiaro fin da subito: non siamo qui per giudicare. La quasi totalità dei genitori compie questo gesto per amore, per voglia di condividere un momento felice o per tenere aggiornati i parenti lontani. I post hanno semplicemente sostituito i vecchi album di famiglia. Tuttavia, la maggior parte di chi lo fa non conosce i rischi reali e tecnici che questa pratica comporta. Spesso se ne parla con toni esageratamente allarmistici, ma esistono pericoli concreti che vale la pena conoscere per tutelare persone a cui viene assegnata una presenza social ancor prima che possano scegliere per se stesse.
Prima di entrare nel merito, è necessaria una distinzione. Non stiamo parlando dei cosiddetti family influencer o vlogger, ovvero coloro che costruiscono un'intera carriera e un business attorno alla vita documentata dei propri figli. Quella è una questione separata, con enormi implicazioni etiche e giuridiche (in Italia, ad esempio, nessuna norma tutela ancora economicamente quei bambini, a differenza di Francia o USA). Qui parliamo di genitori normali, in totale buona fede: chi ha poche centinaia di follower, chi aggiorna le storie di Instagram o chi manda la foto al gruppo WhatsApp dei parenti, senza immaginare le possibili conseguenze tecniche.
L'illusione dell'account privato e di WhatsApp
L'idea che un profilo social impostato come "privato" protegga davvero l'identità di un bambino è un'illusione, perché nel momento in cui si carica una foto su piattaforme come Instagram o Facebook, quell'immagine smette di essere solo nostra. A tradirci sono in primo luogo i metadati invisibili: ogni scatto realizzato con uno smartphone porta con sé informazioni nascoste come la data, l'ora, il modello del telefono e, se attivo, le coordinate GPS esatte, tanto che una semplice foto ricordo davanti a scuola può rivelare a chiunque la posizione precisa dell'edificio.
A questo si aggiunge la rapida perdita di controllo. Un account con poche centinaia di follower può sembrare rassicurante, ma chiunque tra le nostre cerchie può fare uno screenshot o scaricare l'immagine; di fatto, basta che un solo "amico" abbia il telefono compromesso per far uscire la foto da quel recinto apparentemente sicuro. E non illudiamoci sulla permanenza in rete, perché una foto cancellata non sparisce mai del tutto, potendo essere stata salvata una frazione di secondo prima o indicizzata definitivamente dai motori di ricerca. Nemmeno WhatsApp rappresenta un porto del tutto sicuro. Spesso lo consideriamo un'alternativa blindata, ma lo è solo in parte. Se è vero che la crittografia end-to-end protegge efficacemente il messaggio mentre viaggia da un telefono all'altro, tenendolo al riparo dagli hacker, il vero problema non risiede nel transito, ma nella destinazione. Una volta approdata sul dispositivo del destinatario, infatti, la foto torna in chiaro: a quel punto può essere salvata in galleria, inoltrata ad altri gruppi o finire automaticamente salvata nel cloud di persone terze, facendocene perdere totalmente e irrimediabilmente il controllo.
Cosa significa sharenting e quali sono i rischi
Ma quali sono, all'atto pratico, i pericoli legati alla sovraesposizione dei minori in rete? Mettendo da parte le paure infondate, l'analisi tecnica e psicologica ha individuato quattro scenari di rischio reali e documentati, che spaziano dall'uso illecito dei dati personali fino all'impatto sull'identità e sulla privacy a lungo termine. Eccoli:
- Il furto d'identità: è il rischio più sottovalutato, perché i suoi effetti si manifestano anni dopo. Ogni foto è un pezzo di puzzle: il nome nella didascalia, la data di nascita negli auguri, il nome della scuola sullo zaino, il quartiere riconoscibile. Nel corso degli anni, questi frammenti formano un profilo anagrafico completo che i criminali informatici usano per aprire conti correnti o richiedere prestiti a nome di un minore. Negli USA, nel 2020, quasi un milione di bambini è stato vittima di furto d'identità. L'insidia maggiore? Si scopre solo al compimento della maggiore età, quando ci si trova con debiti mai contratti.
- Il "Digital Kidnapping" (Rapimento digitale): consiste nel rubare le foto di un minore dai profili dei genitori per creare un'identità falsa online. Queste immagini vengono usate per scopi illeciti: giochi di ruolo fittizi, false raccolte fondi per malattie inesistenti o per adescare altri minori fingendosi coetanei. Esistono anche casi (documentati dall'FBI) di truffatori che simulano falsi rapimenti usando le foto dei social per estorcere denaro alle famiglie.
- Deepfake e manipolazione AI: è il rischio più attuale. Con i software di intelligenza artificiale odierni (i cosiddetti nudifier), è possibile prendere una banale foto di un bambino vestito e generarne una versione sessualmente esplicita in pochi secondi. Un'indagine della Procura di Cosenza del 2025 ha portato alla luce il caso di circa 1.200 foto di ragazze (prese dai loro social) manipolate e diffuse su Telegram da coetanei. Anche una foto innocente può purtroppo diventare materiale di partenza per queste alterazioni.
- Un'identità digitale non scelta: un bambino nato nel 2018 si ritroverà maggiorenne con 18 anni di vita documentati online, senza averlo mai scelto: crisi di pianto, momenti imbarazzanti, bagnetti. Il 12% dei bambini europei ha già chiesto ai genitori di rimuovere contenuti che li riguardano. Per far fronte a questo problema, si sta discutendo anche in Italia una proposta di legge per introdurre il diritto all'oblio digitale a partire dai 14 anni, permettendo ai minori di esigere la cancellazione della propria "impronta" lasciata dai genitori.
Cosa non è dimostrato e cosa dice la legge italiana
Una corretta informazione richiede anche di smontare gli allarmismi ingiustificati che spesso circolano sul tema. Ad esempio, è fuorviante credere che i pedofili usino tipicamente le foto pubblicate dai genitori per l'adescamento, poiché il cosiddetto grooming si sviluppa quasi sempre attraverso un contatto diretto con il minore. Allo stesso modo, non è in atto alcun fantomatico tracciamento di massa tramite l'iride dei bambini: per quanto questa tecnologia biometrica esista, non viene assolutamente applicata in modo sistematico alle normali foto postate sui social. Infine, va chiarito con forza che pubblicare un'immagine non equivale a innescare un pericolo fisico immediato. La stragrande maggioranza dei contenuti condivisi online non genera alcuna conseguenza negativa, proprio perché il rischio legato a queste pratiche è probabilistico e diluito nel tempo, non certo un automatismo matematico.
In Italia non esiste ancora una legge specifica sullo sharenting, ma la giurisprudenza ha già fissato dei paletti molto chiari, stabilendo prima di tutto che postare la foto di un figlio richiede sempre il consenso di entrambi i genitori. Diversi tribunali sono già intervenuti duramente in casi di disaccordo tra madri e padri. Nel 2017, ad esempio, il Tribunale di Mantova ha stabilito che pubblicare le foto dei figli è un comportamento "potenzialmente pregiudizievole", tanto che oggi chi si separa in quella città firma un divieto standard di pubblicazione delle immagini dei minori. Nello stesso anno, il Tribunale di Brescia ha compiuto un passo ulteriore, estendendo questo divieto persino alle immagini usate come foto profilo su WhatsApp. Ancor più eclatante è stata la decisione del Tribunale di Roma del 2018, che ha condannato una madre a risarcire il proprio figlio con ben 10.000 euro per i danni sociali causati dalla pubblicazione ossessiva e continua di dettagli sulla sua vita privata.
Non c'è una risposta assoluta e la tecnologia non deve paralizzarci. C'è solo una domanda che vale la pena farsi prima di premere il tasto pubblica: con chi sto davvero condividendo questa foto? E tra quindici anni, mio figlio sarà d'accordo con questa scelta?