
La sindrome dell’impostore è la convinzione, spesso irrazionale, di non meritare i propri risultati: i successi vengono attribuiti alla fortuna o a errori di valutazione, minimizzando le proprie capacità. Chi ne soffre vive con il costante timore di venire "scoperto", come se fosse l'artefice di un imbroglio. Alla base di questa sindrome ci sono un mix tra perfezionismo e paura del fallimento, che rendono poco accettabile il contrasto tra ciò che si è e ciò che si dovrebbe essere.
La sindrome dell’impostore: farcela senza crederci davvero
La sindrome dell’impostore non è un vero e proprio disturbo psicopatologico, ma una distorsione del pensiero: pur ottenendo risultati brillanti ed evidenti, si ha la convinzione di "imbrogliare", come se il proprio successo fosse un errore di valutazione. Chi ne soffre tende ad attribuire i propri meriti alla fortuna, al tempismo e al supporto altrui, invece che alle proprie capacità. La conseguenza è quella di vivere nel costante timore che prima o poi si verrà "smascherati", alimentando ansia, dubbio cronico e sensi di colpa per godere di meriti di cui non si è all’altezza.
È comune rilevare questa distorsione proprio tra le persone che occupano posizioni sociali e lavorative importanti, che hanno già dimostrato capacità e talento. Eppure "l'impostore", nonostante le prove concrete del proprio valore, continua a mettersi in discussione come se i risultati ottenuti non fossero mai davvero meritati. Non vive con serenità e soddisfazione i successi ottenuti perché:
- è convinto di essere un impostore e di ingannare gli altri rispetto al proprio talento;
- teme continuamente di essere smascherato nel suo "imbroglio";
- se ottiene un traguardo, ritiene di non esserne veramente all’altezza e si sminuisce attribuendo le cause del successo a variabili esterne e fortuite;
- sente di non meritare promozioni o avanzamenti di carriera e si sente in colpa per i propri riconoscimenti;
- se riceve complimenti, li sminuisce ironizzando su di sé;
- gli evidenti successi lavorativi o formativi non vengono interiorizzati e quindi non bastano per rivalutare positivamente il proprio talento;
- è molto concentrato e inflessibile sulle proprie presunte mancanze e intransigente verso possibili errori;
- si confronta continuamente con gli altri, i quali vengono percepiti sempre più bravi e più preparati.
Per fare degli esempi concreti si potrebbe pensare a uno studente che prende sempre il massimo dei voti, ma che nella propria testa si dice: "succede solo perché questa facoltà è davvero facile". Oppure un professionista che viene assunto per un ruolo importante potrebbe pensare: "ho preso il posto perché non c’era nessun altro candidato, è stata solo fortuna".
Perfino Albert Einstein confessò di sentirsi un "imbroglione volontario": diceva che le persone lo sopravvalutassero e che prima o poi, avrebbero scoperto la "verità".
Le origini della sindrome dell’impostore
Il termine "sindrome dell’impostore" nasce nel 1978, quando le psicologhe Pauline Clance e Suzanne Imes descrivono per la prima volta il fenomeno, studiando alcune donne di successo: erano manager, scienziate e accademiche che, pur avendo una solida carriera alle spalle, faticavano a percepirsi come meritevoli dei loro traguardi. Le due studiose, notarono che queste donne trovassero innumerevoli modi per negare qualsiasi prova esterna che contraddicesse la loro convinzione di essere, in realtà, poco competenti. Inoltre, molte di esse, temevano che prima o poi qualche persona potesse scoprire che fossero degli "impostori intellettuali". I sintomi clinici più frequentemente riportati erano ansia generalizzata, mancanza di fiducia in se stesse, depressione e frustrazione.
In questo studio, Clance e Imes si concentrarono su un importante aspetto sociale: negli anni Settanta la società faticava ancora ad accettare l’immagine della donna come dotata di competenza e ambizione, l’ideale femminile dominante era ancora quello circoscritto all’ambito domestico e subordinato, dove era facile interiorizzare il messaggio di "non poter appartenere" a certi ambienti di successo. Le psicologhe volevano dimostrare che la sindrome dell’impostore nasceva anche da una cultura che delegittimava il traguardo femminile, trasformandolo il dubbio in colpa e la competenza in sospetto.
Infatti, dalle osservazioni emerse che le donne tendevano ad attribuire i loro successi a variabili temporanee, come la fortuna o l'impegno, a differenza degli uomini che erano molto più propensi ad attribuirlo alle proprie capacità. Inoltre, la quota femminile tendeva a spiegare il fallimento con la mancanza di capacità, mentre quella maschile più spesso alla fortuna o alla difficoltà del compito. Conclusero quindi che, poiché il successo delle donne non si incastrava con aspettative sociali e con le autovalutazioni interiorizzate, le donne avessero avuto bisogno di trovare una spiegazione per i loro successi, diversa dalla propria intelligenza (ad esempio ingannando gli altri o per un errore di valutazione). Nemmeno i loro successi ripetuti erano sufficienti a interrompere il ciclo.
La sindrome dell’impostore oggi: al di là della questione culturale
Nonostante ancora oggi la sindrome dell’impostore colpisca, o almeno venga verbalizzata, più dalle donne che dagli uomini, numerosi studi più recenti ci indicano come questa distorsione cognitiva possa investire anche gli uomini. Anzi, il genere maschile è risultato avere reazioni psicologiche peggiori rispetto a quello femminile. In particolare, ciò che è stato osservato è:
- a seguito di un feedback negativo, gli uomini hanno sperimentato livelli di stress e di ansia maggiori rispetto al gruppo di studio femminile; inoltre, è stato osservato che le donne si sono impegnate maggiormente e hanno raggiunto prestazioni marginalmente migliori quando hanno ricevuto un commento critico;
- il genere maschile ha inoltre ridotto il proprio impegno e ottenuto risultati peggiori rispetto a quello femminile in compiti di elevata responsabilità.
Quello che gli studiosi volevano mettere in risalto (e ci sono riusciti!) è il fatto che si possa andare oltre il modello culturale e sociale della sindrome dell’impostore, evidenziando come anche gli uomini possano esserne colpiti, al di là delle modalità di manifestazione. Infatti, ricerche recenti lo hanno riscontrato nel 62% della popolazione mista campionata, incluso quindi il genere maschile. I sintomi maggiormente associati alla sindrome dell’impostore sono: ansia, depressione, stress e burnout.
Cause della sindrome dell’impostore
Nello studio originario, Clance e Imes, cercarono di spiegare l’origine della sindrome dell’impostore. Per prima cosa hanno indagato la storia familiare delle donne prese a campione e le hanno sostanzialmente divise in due gruppi: nel primo ci sono donne che hanno un fratello, una sorella o un parente stretto designato come membro "intelligente" della famiglia, nel secondo esse stesse venivano reputate come altamente competenti e brillanti sotto ogni aspetto.
- Nel primo caso si è osservato che già dai tempi della scuola, nonostante numerosi successi didattici, la famiglia non sembrasse impressionata e continuasse ad attribuire una maggiore competenza alla sorella/fratello "brillante", il cui rendimento scolastico era spesso inferiore al confronto. Da un lato, le donne continuavano a cercare modi per ottenere conferme sulla loro competenza intellettuale, dall'altro, pensavano che la famiglia potesse avere ragione, dubitavano segretamente della propria intelligenza e iniziavano a chiedersi se avessero ottenuto i loro voti alti grazie alla sensibilità o alle aspettative degli insegnanti, alle competenze sociali o al fascino femminile. Emergeva così il fenomeno dell'impostore.
- Nel secondo, alle donne veniva trasmessa l’idea che non c'era nulla che non potessero fare se avessero voluto, e potevano farlo con facilità. Venivano raccontati loro numerosi esempi di come avessero dimostrato la loro precocità da neonate e in età infantile. Agli occhi dei familiari erano perfette. Le bambine, tuttavia, iniziarono ad avere esperienze in cui non riuscivano a fare tutto ciò che avrebbero voluto e in cui avevano difficoltà a raggiungere certi obiettivi. Eppure si sentivano in dovere di soddisfare le aspettative della loro famiglia, anche se sapevano di non poter continuare così per sempre. Poiché venivano lodate indiscriminatamente per ogni cosa, hanno iniziato a diffidare di ciò che i loro genitori pensavano di loro. Inoltre, hanno iniziato anche a dubitare di loro stesse. Di conseguenza, ai tempi della scuola, le perplessità sulle proprie capacità si intensificarono: sebbene svolgessero un lavoro eccezionale, dovevano comunque studiare per ottenere buoni risultati; avendo però interiorizzato la definizione di brillantezza dei suoi genitori come "perfezione con facilità" e rendendosi conto di non poter essere all'altezza di questo standard, sono giunte alla conclusione di "essere stupide". Non erano geni, quindi, dovevano essere impostori intellettuali.
Il senso di falsità per entrambi i gruppi era ulteriormente rafforzato dalla differenza tra alti risultati e basse aspettative sociali. L'immagine delle donne come intellettualmente false era in linea con la visione sociale secondo cui, ai tempi, non erano ritenute competenti. Se una donna otteneva grandi risultati, non poteva essere grazie alle proprie capacità, ma doveva essere per un colpo di fortuna. Se avesse riconosciuto la propria competenza, sarebbe dovute andare contro le opinioni perpetuate da un'intera società: un'impresa davvero troppo ambiziosa!
Ad oggi tra le cause più riconosciute della sindrome dell’impostore, al netto delle influenze sociali dei tempi, permangono perlopiù le stesse dinamiche familiari precoci osservate da Clance e Imes:
- Da un lato ci sono i genitori iper-esigenti, che caricano i figli di aspettative elevate e condizionano il loro valore personale al raggiungimento di risultati impeccabili. In questi contesti, il bambino impara presto che per essere amato o approvato deve "performare", non semplicemente "essere". Nel tempo, questo si traduce in un perfezionismo rigido, in una paura costante di sbagliare e in un bisogno di controllo che rendono impossibile sentirsi davvero all’altezza. Ogni successo, anziché rafforzare l’autostima, diventa una prova temporanea da difendere.
- All’estremo opposto, troviamo i genitori svalutanti o comparativi, che tendono a minimizzare i traguardi del figlio o a metterlo a confronto con fratelli e sorelle ritenuti più "brillanti". In questi casi il messaggio implicito è di non essere mai abbastanza. Il bambino cresce con una percezione distorta del proprio valore, sviluppando una bassa autostima e un senso di autoefficacia fragile, cioè la convinzione di non essere davvero capace anche di fronte all’evidenza.
Entrambe le dinamiche, seppur opposte tra loro, portano allo stesso risultato: un adulto che fatica a interiorizzare i propri successi, tende a dubitare delle proprie competenze e vive ogni riconoscimento come qualcosa di immeritato. Insomma, il terreno fertile per la sindrome dell’impostore.