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TOXIC
episodio 7
13 Luglio 2026
18:30

Crescere con un genitore alcolista e vincere il senso di colpa: la testimonianza di Giorgia

La testimonianza di Giorgia nel nuovo episodio della seconda stagione di Toxic: crescere con una madre dipendente dall'alcol, imparare a prendersi cura di sé stessa ancora bambina e il lungo cammino verso la consapevolezza che nulla di quello che è successo era colpa sua.

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Crescere con un genitore alcolista e vincere il senso di colpa: la testimonianza di Giorgia
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Nella seconda stagione di Toxic, la serie di Geopop che quest'anno dà voce a chi ha vissuto accanto a qualcuno con una dipendenza, incontriamo Giorgia, 22 anni, veneta, oggi residente in Svezia. La sua storia ci mostra con rara lucidità come la dipendenza da alcol di un genitore possa plasmare l'intera infanzia e adolescenza di un figlio: i comportamenti, i sogni, le relazioni, persino il rapporto con il proprio corpo.

Giorgia nasce a Montebelluna, in provincia di Treviso. Sua madre, giovanissima al momento della nascita, lotta da sempre con una dipendenza grave dall'alcol. Per Giorgia, quella non era un'emergenza: era la normalità. Da piccola si preparava da sola da mangiare, imparava a riconoscere dallo sguardo delle persone se avevano bevuto, chiamava i parenti quando non riusciva a svegliare sua madre. A sei anni aveva già un cellulare, un Nokia, per poter chiamare aiuto. A sette anni, dopo un episodio particolarmente grave, la madre entra in comunità e Giorgia va a vivere dai nonni. Da quel periodo in poi porta con sé un senso cronico di solitudine e, con gli occhi di oggi, riconosce in quegli anni i primi segnali di una depressione che nessuno intorno a lei sapeva come leggere.

La madre esce dalla comunità prima di completare il percorso, portando con sé un nuovo compagno conosciuto proprio lì. Per Giorgia è un momento contraddittorio: è felice di riavere sua madre, e la vede lucida per la prima volta. Ma qualcosa scricchiola subito. All'aeroporto di Londra, durante il primo viaggio in famiglia, i due ordinano una birra. Giorgia ha nove anni e già associa istintivamente quel gesto a qualcosa di pericoloso. Nel tempo capisce che la situazione si sta ripetendo: le bottiglie nascoste sotto i surgelati della spesa, il rumore inconfondibile di una bottiglia di vetro che si apre di notte, i litigi, il disordine, la paura che il suo telescopio (simbolo del suo sogno di studiare astronomia) venisse rotto durante una crisi.

È alle medie che Giorgia comincia a star male in modo più visibile. Chiede aiuto allo sportello psicologico della scuola, scrivendo una lettera anonima nella casella rossa. Per un periodo salta un'ora di lezione ogni due settimane per parlare con la psicologa. Racconta dei problemi di alcol in casa. Ma gli assistenti sociali non arriveranno mai. «Ho chiesto aiuto tante, tante volte», dice Giorgia, «e non è venuto nessuno». È una delle ferite che porta ancora con sé: non l'assenza di buona volontà delle persone che ha incontrato, ma la mancanza di strumenti e di protocolli chiari per tradurre quella buona volontà in azione concreta.

Nel frattempo sviluppa comportamenti autolesionistici, che porta avanti per qualche anno in silenzio, e attraversa periodi in cui sente che la sua vita non ha senso. Nessuno intorno a lei riesce a intercettare davvero quello che sta vivendo. Cambia scuola, rinuncia al suo sogno di studiare chimica per avvicinarsi all'astronomia, si porta dietro difficoltà di concentrazione che interpreta come limiti suoi. Solo più tardi capirà che erano i sintomi dello stress cronico in cui era immersa.

La svolta arriva quando sua madre rimane incinta: è allora che smette di bere. «Ha avuto una motivazione più grande di lei», dice Giorgia. A 19 anni, appena può, Giorgia lascia casa. Si trasferisce in un appartamento condiviso, poi da suo marito, e intraprende un percorso di psicoterapia scelto da lei, per sé. È lì che comincia a dare un nome a quello che ha vissuto: gli attacchi di panico, il bisogno di controllo, la difficoltà a stare in certi ambienti sociali dove c'è alcol. «Non entro in un bar da sola ancora oggi», racconta.

Oggi vive a Malmö, in Svezia, con suo marito. Ha studiato animazione 2D e stop motion, lavora come pizzaiola, guarda documentari sull'astronomia e pensa a costruire qualcosa insieme al marito, anche lui illustratore. La Svezia le dà quello che cercava: un posto che la veda per quella che è, non per come appare.

Il messaggio che vorrebbe dire alla Giorgia delle medie è uno solo:

«Non è colpa tua. E non c'è bisogno di rinunciare ai propri sogni per vivere una vita serena e dignitosa».

Sono un appassionato del mondo microscopico, a partire dalle molecole fino agli artropodi. La laurea magistrale in chimica mi ha permesso di avere gli strumenti necessari per comprendere il funzionamento del mondo, ma soprattutto ha saziato la mia fame di risposte. Curioso, creativo e con idee folli: date una videocamera, un drone o una chitarra al DeNa e lo renderete felice.
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