
Toxic cambia prospettiva. Dopo aver dato voce, nella prima stagione, a chi ha vissuto in prima persona la dipendenza – tra queste la storia di Gianluca e del suo rapporto con l'eroina – questa volta con la seconda stagione lascia il racconto a chi stava accanto a chi abusava di sostanze: genitori, figli, familiari, amici. Perché la droga non colpisce solo chi la usa, ma tutto il sistema di relazioni che gli ruota intorno.
A raccontarsi è proprio Piergiovanni Ceregioli, padre di Gianluca, uscito con successo dalla dipendenza, come ci ha raccontato lui stesso. La sua è la testimonianza di un genitore che ha dovuto fare i conti con i propri silenzi, con il "ruolo" da padre e con l'errore, comunissimo, di voler risolvere tutto da solo.
La famiglia Ceregioli vive in un piccolo paese tranquillo del maceratese. Lui è architetto e ha lavorato nel settore del design; la moglie è medico nella sanità pubblica. Due figli: Gianluca, il secondogenito, e il fratello maggiore, oggi musicista professionista. Una famiglia unita, con i nonni sempre presenti nel seguire i ragazzi. Esattamente il profilo che, secondo un pregiudizio diffuso, dovrebbe mettere al riparo dai guai. «Eravamo la famiglia a cui non poteva capitare,» ci racconta. «Una di quelle famiglie che pensano: il problema della tossicodipendenza a noi non ci capita… Tutti pensano che riguardi solo famiglie complicate. Non è così.»
Gianluca era un bambino vivace, curioso, creativo: innamorato della musica e con una sensibilità più marcata del fratello. I primi segnali, col senno di poi, arrivano già alle medie, con un saggio musicale a cui, pur preparatissimo, Gianluca si rifiuta di partecipare. Sul momento sembra solo un capriccio infantile. Al liceo scientifico, però, le cose non funzionano: Gianluca è distratto, poco partecipe, viene rimandato e infine bocciato. La famiglia legge tutto come "fase dell'adolescenza" e corre ai ripari con le ripetizioni, restando in superficie. «Non abbiamo mai pensato che sotto quei comportamenti ci fosse un problema più profondo, su cui potevamo lavorare per aiutarlo. Per noi era solo l'adolescenza.»
Intanto Gianluca ha già iniziato con le canne e poi con altre sostanze. Il passaggio al liceo artistico, deciso dai genitori per assecondarne la vena creativa, lo espone a un ambiente in cui è più facile accedere a quel "sogno artificiale". La verità arriva solo quando è lui stesso a dichiararla: usa eroina, e non solo. Anni di comportamenti strani (occhi rossi, assenze lunghe giorni, somme di denaro e oggetti scomparsi) trovano di colpo una spiegazione.
La prima reazione è quella istintiva di Piergiovanni e di sua moglie è quella di tanti genitori: gestire tutto in casa, da soli. Più presenza, più attenzione, persino il tentativo di "tenere sotto controllo" la marijuana, razionandogliela. Nulla che funzioni. Perché il vero nodo, riconosce Pier Giovanni, era un altro: un rapporto rimasto in superficie. «La nostra era una vicinanza di controllo, non di dialogo. Non ci riusciva naturale approfondire. Bisogna togliersi la giacca da genitori e appenderla nell'armadio.»
A cambiare le cose sono determinazione e fortuna. La determinazione della famiglia e di Gianluca; la fortuna di alcuni incontri: i professori del liceo artistico che credono in lui e li spingono a farsi aiutare, e un collega di lavoro che li mette in contatto con un'associazione di genitori legata a San Patrignano. È lì che i Ceregioli capiscono la cosa più importante: «Il problema non è la tossicodipendenza: c'è un problema che porta alla tossicodipendenza, ed è lì che bisogna lavorare.» Dietro l'abuso di Gianluca c'era un senso di inadeguatezza che si portava dietro fin dalle medie, la sensazione di non sentirsi accettato né capito.
Il compito che l'associazione affida ai genitori è netto: proteggerlo fisicamente dai rischi peggiori, a partire dall'overdose, mentre la comunità lavora sulla sua volontà di uscirne. Perché a San Patrignano, da maggiorenne, si entra solo volontariamente. Così la famiglia lo "circonda": genitori e nonni, a turno, giorno e notte. Casa chiusa a chiave, cellulare via, notti a dormire a turno per evitare fughe. Una volta Gianluca scappa saltando dalla terrazza, ma torna. La "quarantena" dura quattro mesi, dal giorno dopo l'esame di maturità fino al 30 ottobre, quando entra in comunità. Nel frattempo, con l'aiuto dei professori, riesce comunque a diplomarsi con una buona votazione.
Piergiovanni la descrive con una metafora dura, quella della tonnara: chiudere progressivamente ogni via di manovra finché l'unica strada percorribile è quella giusta. E arriva a un gesto che ancora lo scuote: «Per un mese non gli ho più rivolto la parola. A tavola era come se non esistesse. Una cosa durissima per lui, ma durissima anche per me.»
A San Patrignano Gianluca trova il laboratorio di decorazione pittorica e un "angelo custode" che gli sta accanto 24 ore su 24 per un anno. Col tempo diventa lui stesso angelo custode di altri. Del passato, oggi, in famiglia non si parla quasi più: è un problema affrontato, non un'etichetta da riportare a galla. Resta un rito, a ogni incontro: un abbraccio che dura pochi secondi ma che si sente.
Se potesse parlare a un genitore che sta vivendo la stessa cosa, Piergiovanni non ha dubbi: «Chiedete aiuto subito, da soli non si risolve. E niente vergogna: mio figlio è stato a San Patrignano, l'ho sempre detto.» E alla versione di sé di quindici anni fa direbbe di fare l'unica cosa che allora non è riuscito a fare: parlare davvero. «Mi sarei seduto vicino a lui e avrei cominciato a parlare, senza fermarmi alla prima risposta che mi soddisfa. Se io mi apro, forse anche l'altro si apre».