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DIETRO I SOCIAL episodio 4

Un teenager su tre è un cyberbullo secondo i dati del CNR: cos’è, i tipi e i numeri del fenomeno

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Maria Bosco
Matematica e divulgatrice scientifica
cyberbullismo
Un ragazzo su tre fa cyberbullismo. Lo dice il Laboratorio di Epidemiologia dell’Istituto di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa, nello studio ESPAD®Italia 2024. I dati dell’Istat sugli atti di bullismo non sono più confortanti. Come funziona questo fenomeno?

In Italia, secondo i dati riportati dallo studio ESPAD®Italia 2024, un ragazzo su tre ha fatto cyberbullismo almeno una volta. E le vittime? Immaginando una classe di 25 studenti, 2 subiscono bullismo o cyberbullismo più volte a settimana, 5 più volte al mese e 17 lo hanno subito almeno una volta nell’ultimo anno. I numeri dell’ISTAT lo confermano: il 68,5% dei giovani tra gli 11 e i 19 anni dichiara di aver subìto un’azione offensiva, aggressiva, diffamatoria o di esclusione, online od offline, nei 12 mesi precedenti; per il 21% più volte al mese, per circa l’8% almeno una volta a settimana.

Non si tratta quindi di casi isolati: bulli e vittime sono compagni di classe, amici, fratelli, figli. E le conseguenze sono serie: vergogna, isolamento, ansia, depressione e, nei casi più estremi, il suicidio. Vediamo allora cos’è il cyberbullismo, in cosa si differenzia dal bullismo tradizionale, quali forme assume, come difendersi e come evitare di diventare carnefici.

Cos’è il cyberbullismo e la differenza con il bullismo

Il cyberbullismo è la versione digitale del bullismo: comportamenti aggressivi intenzionali (insulti, minacce, molestie, denigrazione) ripetuti nel tempo contro una persona considerata “debole”, ma messi in atto attraverso social, chat, email o messaggi. Il fatto che avvenga online crea differenze fondamentali.

La prima riguarda le barriere fisiche. Un tempo, tornati a casa da scuola, si era al sicuro almeno per qualche ora. Oggi il bullo ti segue nello smartphone, la sera, la domenica, in vacanza: non stacca mai.

C’è poi l’anonimato. Dal vivo il bullo deve mostrarsi; online può nascondersi dietro un profilo falso, il che rende le aggressioni più facili da compiere e più difficili da scoprire. Come sottolineano diversi esperti, l’anonimato, la velocità di diffusione dei contenuti e l’impossibilità di “fuggire” dal digitale rendono gli atti persecutori ancora più ossessivi.
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Terzo punto: la consapevolezza. Non vedendo la vittima, il cyberbullo teme meno le conseguenze e si sente intoccabile, finendo per adottare comportamenti che dal vivo non avrebbe mai. Inoltre non percepisce il danno: non vede nessuno piangere o scappare. Per questo molti ragazzi non si rendono nemmeno conto di essere cyberbulli: ridono o commentano una foto “divertente” di un compagno, senza capire che per la vittima quel messaggio è un pugno nello stomaco.

Infine, il pubblico. Nel bullismo tradizionale gli spettatori sono pochi; online un video può diventare virale, raggiungere migliaia di persone ed essere ricondiviso anche a mesi di distanza. Con conseguenze che possono essere devastanti.

I diversi tipi: outing, denigrazione, esclusione

Il cyberbullismo assume forme diverse. Quella subita da Carolina è l’outing o inganno: la diffusione di informazioni private o di materiale intimo o offensivo. C’è poi la denigrazione, cioè pettegolezzi e calunnie per danneggiare la reputazione della vittima, e l’esclusione, ovvero isolare di proposito qualcuno dal gruppo WhatsApp della classe, da una community o da un gioco online.

La forma più diffusa sono però i messaggi offensivi reiterati nel tempo, nei commenti sui social o nelle chat di gruppo, fino al cyberstalking, l’invio continuo di insulti anche in privato.

Secondo il CNR esiste anche una differenza di genere: i ragazzi tendono a usare minacce dirette e insulti pubblici sui social, davanti a un pubblico ampio; le ragazze preferiscono forme indirette, come l’esclusione dai gruppi online o la diffusione di foto, video e messaggi personali senza permesso.

I dati e cosa possono fare le vittime per proteggersi

In generale, i dati ci parlano di un fenomeno ampiamente diffuso. Come abbiamo detto all’inizio, secondo i dati dell’ISTAT il 68,5% dei giovani tra gli 11 e i 19 anni ha subito almeno un atto aggressivo o diffamatorio nell’ultimo anno, il 21% lo subisce più volte al mese, mentre per l’8% la frequenza delle molestie è settimanale.

Cosa fare se si è vittime? Il primo passo, il più difficile ma il più importante, è parlarne: con gli amici e con un adulto, che sia un genitore, un insegnante o il docente referente della scuola. Servono aiuto e ascolto. Il secondo è raccogliere le prove: screenshot di messaggi, commenti e profili che ci molestano sono essenziali per ottenere la rimozione dei contenuti e la chiusura degli account.

Poi si passa alla segnalazione, a più livelli: alla piattaforma, al Garante della Privacy e, in caso di minacce, diffamazione o diffusione di immagini intime, alla Polizia Postale o a un avvocato. Infine, il supporto psicologico: gestire le emozioni negative non è facile, a nessuna età, e parlarne con un professionista, insieme ai genitori, può fare la differenza. In caso di bisogno immediato, sono attivi giorno e notte il Telefono Azzurro al 19696 e l’Emergenza Infanzia al 114.

Comunque, finora abbiamo parlato delle vittime. Ma se un ragazzo su tre ammette di aver fatto cyberbullismo, nella nostra classe di 25 persone significa circa otto. I cyberbulli, quindi, non sono “mostri”: sono ragazzi normali, che spesso non si sono mai considerati tali. Potrebbe essere il compagno di banco, un fratello, un figlio. O potremmo essere noi.

“Era solo uno scherzo”, “ho solo riso”, “ho solo inoltrato la foto”. Ma per chi riceve, non è mai “solo”: ogni like, inoltro o risata si somma agli altri. C’è poi un altro dato: secondo il CNR quasi un quarto degli studenti, il 23%, pari a quasi 600.000 ragazzi, ha ricoperto il duplice ruolo di vittima e autore. Spesso chi colpisce è stato colpito. Per questo anche i bulli vanno aiutati, non solo puniti.

Il cyberbullismo, insomma, si combatte anche guardando noi stessi. Prima di scrivere un commento, inoltrare una foto o ridere in un gruppo, chiediamoci: lo direi guardandolo in faccia?

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Maria Bosco
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Classe 1993, sono laureata in Matematica e Ingegneria Matematica, con la grande convinzione che sia possibile rendere la matematica divertente e comprensibile. Ex-pallanuotista, amante dello sport, dopo aver lavorato nella consulenza informatica, in piena crisi dei trent’anni sono finita a lavorare in televisione per poi finalmente approdare in Geopop.
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