
Le fake news, ovvero le notizie false, sono considerate una delle minacce globali più pericolose secondo i sondaggi del Global Risks Report 2025 del World Economic Forum. Effettivamente, la disinformazione è sempre esistita. Sono diversi infatti i meccanismi del nostro cervello che ci portano ad assecondare le notizie false. L'epoca dei social, però, ha reso le fake news sempre più frequenti e sempre più appetibili grazie all'intelligenza artificiale, ai bot e a precise tecniche di comunicazione utilizzate a chi, per i propri fini politici o economici, è portato a diffondere notizie fuorvianti.
Vediamo in questo articolo cosa sono le fake news, differenziando disinformazione da misinformazione e cosa rende le notizie false così efficaci, sia da un punto di vista psicologico che tecnologico.
La differenza tra disinformazione e misinformazione
Sentiamo spessissimo parlare di fake news, insomma “notizie false”, e diffondere questo tipo di notizie viene detto “fare disinformazione”, ossia DIS-informare, quindi privare l’ascoltatore di informazioni corrette. Non dobbiamo però confondere la DIS-informazione con la MIS-informazione. Sono due concetti diversi: la disinformazione è la diffusione intenzionale di notizie false o distorte – cioè si mente deliberatamente per favorire i propri interessi, per esempio politici o economici; la misinformazione, invece, è quando diffondiamo contenuti falsi inconsapevolmente, cioè credendo di dire una cosa vera.
Per esempio ognuno di noi fa misinformazione ogni volta che ricondivide sui social un post, una notizia, perché è convinto che sia vera, e invece è falsa.
Le fake news nell'era dei social: alcuni esempi famosi
Come dicevamo, al giorno d'oggi le notizie false si diffondono a macchia d'olio "grazie" alla potenza dei social. Sono diversi i motivi per cui queste notizie prendono piede. Esistono notizie date in fretta e furia dai giornali che quindi riportano dettagli sbagliati, ma il più delle volte la disinformazione oggi nasce in due circostanze diverse.
Disinformazione e meme
La prima è: da scherzi, cioè meme che diventano realtà per qualche ora o giorno. Un esempio clamoroso è stato quello del presunto assassino di Charlie Kirk. Dall’Italia è partita la notizia falsa che il killer si chiamasse Gustavo LaFessa, gioco di parole facilmente intuibile in italiano, ma non in inglese. Tant’è che la notizia è stata ricondivisa da alcuni influencer americani ed è addirittura finita su Wikipedia Indonesia.
I casi di calunnia
Ci sono poi i casi più gravi, quelli di calunnie volute. Un esempio famosissimo fu quello della pugile algerina Imane Khelif che vinse contro una pugile italiana e il web, infuriato, decretò essere donna transgender. Tantissimi politici diffusero questa fake news per fare propaganda contro le persone transessuali. E le fake news in ambito politico purtroppo sono molto frequenti, soprattutto in quegli stati – come ad esempio la Cina o la Russia – in cui la libertà di stampa è limitata.
Fake news e marketing
In ambito economico ci sono poi le fake news relative al marketing: brand che raccontano delle falsità scientifiche – per esempio – così da promuovere il proprio personalissimo prodotto.
L'ambito politico
Altro esempio recentissimo – e qui arriviamo a un punto fondamentale – è quello delle foto di Giorgia Meloni generate con AI che la ritraevano in atteggiamenti intimi diffuse per screditarla.
Se scorriamo i social oggi, una percentuale altissima delle immagini e video che troviamo è finta, però sono perfetti, sono credibilissimi grazie ai passi da gigante che ha fatto l’intelligenza artificiale.
Fino all’anno scorso, infatti, era molto più semplice riconoscere i contenuti generali con l’AI: mani con 6 dita, voce robotica, capelli innaturali. Oppure, fino a pochissimo tempo fa l’AI non era brava con la geometria, con le luci, le ombre, con le scritte.
Eh, oggi non è più così. L’AI migliora di giorno in giorno e le fake news si mischiano sempre più violentemente con la realtà, soprattutto in questa infodemia causata dai social.
Ma, che cos’è che rende la disinformazione così efficace?
Ci sono due aspetti da considerare: uno è che la mente umana non è così brava a distinguere una notizia vera da una notizia falsa. E l’altro è che le fake news intenzionali vengono costruite ad hoc, cioè con delle caratteristiche che le rendono particolarmente appetibili.
I bias cognitivi che ci fanno credere alle notizie false
Vediamo alcuni dei meccanismi cognitivi che possono rendere la disinformazione particolarmente appetibile.
L'avarizia cognitiva
Il primo è quella che viene chiamata avarizia cognitiva, cioè la tendenza a voler capire in fretta, minimizzando lo sforzo. Di per sé non è un atteggiamento negativo eh, ma nel mare di informazioni che è internet, rischia di portarci a prendere per buono anche quello che – buono – non è.
Il bias d'autorità
A questo si aggiunge il fatto che tendiamo a credere ad occhi chiusi a figure che riteniamo autorevoli, ad esempio un esperto o un’istituzione. È il cosiddetto bias di autorità. Va detto che è abbastanza inevitabile: non possiamo studiare tutto, quindi è normale fidarsi degli esperti. È però sempre importante controllare se chi si dice esperto è veramente un esperto e anche sentire più voci su uno stesso tema. Per esempio in ambito medico si fa spesso: si consultano più dottori prima di avere una diagnosi.
L'effetto di verità illusoria
C’è poi il fatto che se sentiamo una notizia più e più volte, alla fine diamo per scontato che sia vera. È il cosiddetto Effetto di verità illusoria, e con i social accade tantissimo: appena una notizia esce, si sparge a macchia d’olio e la vediamo comparire in così tanti profili che ci viene da pensare che sia vera.
Il continued influence effect
E poi, anche quando scopriamo che in verità una notizia era falsa – come nel caso autismo e vaccini – c’è la tendenza a non riuscire a disfarsi di quel pensiero. È il cosiddetto continued influence effect, ed è il motivo per cui la disinformazione continua a influenzare i giudizi delle persone anche dopo essere stata smentita.
Il bias di conferma
Arriviamo quindi al tema forse più importante: il bias di conferma, cioè quella distorsione del nostro pensiero che inconsciamente – in un mare di informazioni – ci fa selezionare proprio quelle che confermano ciò che già pensavamo. Cioè ci piace credere alle notizie più affini a quello che già pensavamo, a chi conferma le nostre tesi politiche oppure il nostro stile di vita senza mettere in dubbio le fonti.
I meccanismi dietro alla disinformazione
Da un punto di vista della comunicazione, chi crea le fake news usa principalmente questi escamotage.
Imitare il giornalismo
Il primo è: imitare il giornalismo vero, quindi basare la propria consistenza su post ben impaginati, grafiche che ci ricordano fonti ufficiali o addirittura fingersi profili esistenti. Per rendere il tutto più credibile, vengono anche usate false citazioni di personaggi importanti o creare finti esperti, così da fare leva sul bias di autorità di cui abbiamo parlato. Il tutto, viene condito con un linguaggio semplice ed efficace, alla portata di tutti.
Spesso vengono anche usati titoli sensazionalistici ed esagerati, i cosiddetti titoli clickbait. Sono titoli fuorvianti, di articoli che poi magari al loro interno riportano tutto sommato notizie corrette. In questo caso le notizie false stanno nel titolo, più che nel contenuto.
Fare leva sulle emozioni
C'è poi il punto centrale: fare leva sulle emozioni delle persone, soprattutto indignazione, paura o preoccupazione. Se le notizie ci prendono la pancia suscitano in noi una reazione, nel bene o nel male. E se suscitano in noi una reazione tendiamo a ricondividerle o commentarle, aumentando l’engagement di quel contenuto, e quindi contribuendo alla sua diffusione.
L'intelligenza artificiale e i bot
Da un punto di vista tecnologico invece ci sono due principali elementi che aiutano le fake news a diffondersi velocemente: l’intelligenza artificiale, che rende estremamente credibile qualunque notizia falsa, perché fornisce un supporto visivo alle parole e gli account fake e i bot. Esistono delle vere e proprie fabbriche di account fasulli – le cosiddette troll farm – che, in massa, diffondono e commentano le fake news così da spargerle a macchia d’olio.
Questo tipo di meccanismo viene usato soprattutto per fare propaganda politica e manipolare l’opinione pubblica. E sono tantissimi i casi documentati in cui è stato usato: le elezioni in Russia, in Brasile, quelle negli USA del 2016, la propaganda del Partito Comunista in Cina, ma anche il referendum della Brexit. Tutti episodi in cui gli studiosi ci dicono che i risultati politici sono stati influenzati da un esercito di profili falsi pronti a fare propaganda.