
Sono state ritrovate tracce dell’eruzione del Vesuvio che nel 79 d.C. distrusse Pompei ed Ercolano sul fondale del Mar Tirreno, al largo della Calabria a centinaia di kilometri dal vulcano e a oltre 600 m sotto il livello del mare. A svelarlo sono gli studi compiuti dall’Università di Palermo in collaborazione con l’Università di Napoli e il CNR, emersi durante la conferenza “POMPEI 79 d.C. questioni di metodo e di narrazione storica". La scoperta, che è stata fatta prelevando carote di sedimenti marini, rivela la grande distanza raggiunta dalle ceneri emesse dal Vesuvio e l’abbassamento di temperatura che ha seguito l’evento. Ulteriori analisi di pollini e tronchi fossili potrebbero contribuire a definire con maggiore precisione la data dell’eruzione, che in base alla testimonianza di Plinio il Giovane fu il 24 agosto, ma su cui ci sono ancora incertezze.
La scoperta delle tracce dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C.
I ricercatori hanno compiuto campagne oceanografiche sui fondali del Mar Tirreno, del Mar Ionio e del Canale di Sicilia prelevando carote di sedimenti marini che poi sono state analizzate e confrontate tra loro. Nella carota del Mar Tirreno meridionale, che fornisce informazioni sugli ultimi 15.000 anni della storia geologica della Terra, è stato individuato uno strato di ceneri vulcaniche che la datazione con il carbonio-14 fa risalire all’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. La collocazione geografica del ritrovamento, secondo il paleoclimatologo Antonio Caruso, dimostra che “le ceneri della nube vulcanica furono trasportate dal vento verso sud-sud-est, raggiungendo distanze di centinaia di chilometri e depositandosi in fondo al mare”. Le analisi geochimiche dei sedimenti e dei gusci fossili di organismi marini in essi contenuti hanno mostrato inoltre che immediatamente dopo l’eruzione del Vesuvio si è verificata una lieve diminuzione della temperatura, che non è stato però possibile quantificare. È ciò che può accadere dopo eruzioni particolarmente intense che emettono grandi quantità di ceneri, in grado di riflettere e quindi bloccare in parte la radiazione solare, abbassando così le temperature per un certo periodo di tempo.

La ricostruzione dell’eruzione del vulcano: date e temperature
L’obiettivo dei ricercatori è anche quello di ricostruire le temperature medie presenti nel Mediterraneo centrale durante il secolo in cui è avvenuta l’eruzione, tra l’anno 0 e il 100 d.C. Per farlo, sarà necessario analizzare pollini fossili contenuti nei sedimenti continentali provenienti dai laghi dell’Italia centro-meridionale e gli anelli di accrescimento dei tronchi di alberi fossili ritrovati a Ercolano. In questa ricostruzione bisognerà tenere presente i fattori astronomici che possono aver influito sul clima dell’epoca: si tratta dei moti millenari, variazioni periodiche dell’orientazione e dell’inclinazione dell’asse terrestre e della forma dell’orbita terrestre. Questi moti influiscono sulla distribuzione della radiazione solare in arrivo sulla superficie terrestre durante il corso dell’anno e quindi sulle temperature e la durata delle stagioni. Un altro fattore da considerare sono le macchie solari, il cui numero varia nel tempo ciclicamente, con un effetto sul clima.
Tutti questi elementi potrebbero contribuire, oltre che a ricostruire le temperature dell’epoca, anche a definire la data effettiva dell’eruzione. In base a ciò che è emerso durante la conferenza, attualmente risulta che la data dell’eruzione indicata nella celebre lettera di Plinio il Giovane allo storico Tacito potrebbe essere attendibile. In base alla testimonianza di Plinio il Giovane si trattava del 24 agosto, una data che a quel tempo cadeva nella stagione autunnale. Sarebbe quindi in discussione l’ipotesi, formulata nel 2022 in base ad alcuni ritrovamenti, secondo cui l’evento avrebbe avuto luogo il 24 ottobre.
