
Il tema delle retribuzioni e delle disparità salariali in Italia è sempre centrale nel dibattito, ma in pochi settori come quello scolastico il divario retributivo è cosi marcato: a parità di titolo di studio e ore in aula, un insegnante può infatti guadagnare cifre molto diverse a seconda della nazione in cui si trova. A misurare queste differenze sono i dati Eurydice, rete della Commissione europea che monitora i sistemi di istruzione, aggiornati all'anno scolastico 2024/2025. Ciò che emerge è un quadro molto chiaro che vede le retribuzioni dei docenti italiani collocarsi nella parte bassa della classifica continentale, con circa 26.000 euro lordi annui a inizio carriera, e con il divario con i Paesi in testa che non si riduce neppure con il passare degli anni di servizio.

La classifica europea: chi paga di più i propri docenti
Al vertice della classifica troviamo il Lussemburgo, in cui un insegnante a inizio carriera percepisce tra i 52.000 e i 62.000 euro; i numeri cambiano anche rispetto al grado scolastico di riferimento, con uno stipendio che può toccare i 107.000 euro al culmine del percorso professionale.
Dietro il Lussemburgo ci sono Svizzera, Germania, Paesi Bassi, Spagna che sono comunque ben più in alto rispetto ai livelli italiani. Il dato più significativo, oltre al grande divario fattuale con lo stipendio d’ingresso, è soprattutto la differenza con la progressione della carriera. In Italia un insegnante passa dai 26.000 euro iniziali a 37.000 del massimo tabellare, un incremento che matura lentamente, nell'arco di 35 anni di servizio. Secondo Eurydice, lo stipendio di un docente nei Paesi Bassi può più che raddoppiare in appena 12 anni, mentre in Danimarca e a Malta il tetto retributivo si raggiunge in tempi altrettanto rapidi. In Germania si parte già sopra i 55.000 euro lordi per avvicinarsi agli 85.000 a fine carriera.
Le ore di lavoro degli insegnanti e le ore non retribuite
Esiste purtroppo un luogo comune che accompagna da sempre il dibattito sugli stipendi dei docenti italiani, ovvero che lavorerebbero con orari ridotti e avrebbero accesso a lunghe vacanze estive. Una retorica che viene smentita dai dati europei, che raccontano un'altra storia. Infatti le 18 ore settimanali di lezione frontale nella secondaria e le 22 della primaria, che per contratto diventano 24, con le 2 ore settimanali obbligatorie di programmazione didattica previste dall'art. 28 del CCNL, sono perfettamente in linea con la media continentale, e molto simili, ad esempio, a quelle francesi. La differenza sta altrove, nelle attività fuori dall'aula, quindi preparazione delle lezioni, correzione di compiti e verifiche, riunioni, colloqui con le famiglie, che in altri sistemi scolastici vengono riconosciute e retribuite in modo strutturato.
Il rinnovo contrattuale: un passo avanti che non cambia la classifica
Dal punto di vista retributivo qualcosa si sta muovendo sul fronte italiano. Infatti, con il cedolino di agosto 2026, NoiPA applica gli aumenti previsti dal rinnovo del Contratto collettivo nazionale del comparto "Istruzione e Ricerca" per il triennio 2025-2027, firmato all'ARAN il 1° luglio, che prevedono in media circa 143 euro lordi mensili in più per i docenti e 107 per il personale ATA, con il contestuale pagamento degli arretrati. Si tratta di un adeguamento atteso, che arriva direttamente in busta paga senza necessità di alcuna domanda. Guardando ai numeri del confronto continentale, è un incremento che avvicina l'Italia alla media europea, senza però modificarne in modo sostanziale la posizione in classifica.
Il vero tema, come rilevano gli stessi dati Eurydice, è l'architettura del sistema retributivo, con gli scatti che dipendono esclusivamente dall'anzianità: servono infatti 35 anni per raggiungere il massimo tabellare e i veri percorsi di carriera, quelli che in molti Paesi europei premiano responsabilità e competenze, in Italia sono di fatto assenti. Mentre i dati OCSE di Education at a Glance 2025, spiegano come dal 2015, gli stipendi medi effettivi degli insegnanti della scuola primaria sono aumentati in termini reali del 14,6 % in media in tutti i Paesi dell’OCSE, mentre nel 2024, in Italia sono diminuiti del 4,4 %, e oggi un insegnante della primaria guadagna il 33% in meno di un laureato occupato a tempo pieno, contro un divario medio OCSE del 17%.
Parallelamente, i numeri dell'indagine OCSE TALIS 2024, la più grande indagine internazionale su insegnanti e dirigenti scolastici, spiegano che solo il 3% dei docenti italiani ha meno di 30 anni, contro una media OCSE del 10%, mentre quasi la metà, il 49%, ha superato i 50. Inoltre, il 49% degli insegnanti alle prime armi riferisce che l'insegnamento è stata la loro prima scelta professionale (inferiore alla media OCSE: 58%). Del resto, appena il 23% degli insegnanti italiani si dichiara soddisfatto del proprio stipendio, poco più della metà della media internazionale.