
Negli ultimi giorni, sui social e su diversi siti di informazione sta circolando la notizia secondo cui gli studenti dei licei di oggi avrebbero livelli di ansia paragonabili a quelli dei pazienti ricoverati nei manicomi degli anni ’50. Questa affermazione però non è corretta: deriva da una semplificazione eccessiva di uno studio pubblicato dalla psicologa J.M. Twenge, una meta-analisi da cui emerge che il disagio psicologico auto-riferito tra le due categorie di persone è paragonabile, ma questo è dovuto anche a fattori socio-culturali che sono cambiati di molto negli ultimi decenni, e non permette di confrontare direttamente la prevalenza di disturbi mentali tra gli studenti di oggi e i pazienti psichiatrici degli anni '50. In ogni caso, non c'è dubbio che ansia e depressione tra i giovanissimi siano in aumento, come confermato anche dai dati ufficiali forniti dall'OMS.
Ansia e studenti delle superiori: lo studio di J.M.Twenge
La frase non è del tutto inventata, ma è il risultato della semplificazione di ricerche reali; in particolare, si fa riferimento a uno studio intitolato Birth Cohort Increases in Psychopathology Among Young Americans: A Cros-Temporal Meta-Analysis of the MMPI.
In questo lavoro, Twenge non analizza genericamente “l’ansia”, ma utilizza in maniera indiretta i risultati del test MMPI-Minnesota Multiphasic Personality Inventory, ampiamente utilizzato ancora oggi per valutare diversi aspetti psicopatologici. Lo studio si configura come una meta-analisi cross-temporale: significa che vengono confrontati i risultati dell’MMPI, raccolti in decenni diversi (dagli anni ’50 agli anni ’90) su giovani studenti americani che frequentano l’università. Lo scopo è quello di capire come cambiano i tratti psicologici nel tempo.
I risultati sono netti: i punteggi medi nelle scale MMPI associate a disagio psicologico, tra cui ansia, depressione e instabilità emotiva, sono aumentati in modo significativo nelle generazioni più recenti.
Il passaggio più citato (e spesso frainteso), però, è un altro. Twenge osserva che:
- i giovani degli anni più recenti ottengono punteggi più elevati su diverse scale cliniche;
- in alcuni casi, questi punteggi si avvicinano a quelli che, negli anni ’50, erano tipici di campioni clinici.
Probabilmente da qui nasce il confronto, forse poco preciso, con i “pazienti psichiatrici”.
Cosa non dice la ricerca psicologica
Il lavoro di Twenge è rigoroso, ma la sua interpretazione nei media viene spesso iperbolizzata. Lo studio infatti non afferma che gli adolescenti di oggi abbiano “disturbi mentali gravi quanto i pazienti dei manicomi”, né che esista un’equivalenza clinica tra le due popolazioni.
Quello che mostra è diverso e, sicuramente, più sottile: nel tempo, i livelli medi di disagio psicologico auto-riferito sono aumentati, al punto che alcuni indicatori si avvicinano a soglie che, negli anni ’50, erano considerate clinicamente rilevanti.
Ma ci sono aspetti importanti da tenere in considerazione:
- L’MMPI misura tratti e sintomi, non costituisce una diagnosi: il test rileva la presenza di manifestazioni sintomatologiche e tendenze psicologiche (come ansia, umore depresso e instabilità emotiva), ma non equivale a una diagnosi psichiatrica. Di conseguenza, un aumento dei punteggi indica un maggiore livello medio di disagio percepito o riportato, ma non significa che una quota equivalente di giovani soffra di disturbi mentali clinicamente definiti.
- I contesti culturali sono cambiati: ad esempio negli anni ‘50, l’accesso ai licei era limitato a una fascia più ristretta della popolazione; interpretare i punteggi medi tra epoche diverse può risultare quindi fuorviante, perché sono rappresentativi di gruppi sociali diversi (nonostante si riferiscano alla stessa fascia di età). Inoltre, le categorie con cui definiamo e interpretiamo l’ansia, non sono statiche: ciò che oggi viene riconosciuto e riportato come “ansia” o “disagio psicologico”, non coincide necessariamente con ciò che veniva percepito e riconosciuto come tale nei decenni precedenti.
- Oggi esiste una minore stigmatizzazione del disagio psicologico e una maggiore familiarità con il linguaggio della salute mentale. Gli individui, quindi sono più propensi ad ammettere sintomi e difficoltà nei questionari, contribuendo all’aumento dei punteggi.
I dati reali dell’OMS: ansia e depressione tra i giovani è in aumento
Il quadro che emerge dallo studio è chiaro: il disagio psicologico trai giovani è cresciuto. Ma quello su cui si concentra maggiormente Twenge è il fatto che, diversamente dal 1938 (anno di riferimento per lo studio), le pressioni esterne sono cambiate. L’aumento generazionale dell’ansia e della depressione appare correlato a un generale spostamento delle proprie priorità verso fattori esterni, come il possesso di beni materiali e il giudizio degli altri. Infatti, lo studio rileva come ad essere maggiormente alti siano i punteggi legati alla performance e al contesto accademico: negli anni ‘50 completare interamente il percorso scolastico era meno diffuso, l'istruzione era meno competitiva e meno determinante per la costruzione dell’identità individuale e del futuro lavorativo rispetto a oggi. Negli ultimi decenni, inoltre, nonostante la qualità della vita sia nettamente migliorata, nei giovani è maturata la convinzione di non essere in grado, al pari delle generazioni precedenti, di indirizzare il proprio futuro dove più preferirebbero.
Passiamo ai dati reali. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, circa 1 adolescente su 7 soffre di un disturbo mentale e i disturbi d’ansia sono tra i più diffusi. Se si guarda l’intero arco di vita, i numeri diventano ancora più significativi: quasi 1 giovane su 3 sperimenta almeno una forma di disturbo d’ansia. Per essere precisi:
- Il 5,3 % dei giovani riceve una diagnosi di disturbo d’ansia;
- Il 30% ha avuto un’esperienza di ansia clinicamente rilevante nel corso della vita.
Per quanto riguarda l’Italia, in occasione del 14°Congresso Nazionale della Società Italiana di Psichiatria (SIPS) si è stimato che oltre 700mila giovani soffrono di disturbi come ansia e depressione, e oltre il 74% di loro lo sperimenta entro i 24 anni. Ma se si guarda oltre le diagnosi cliniche, il quadro si amplia: quasi la metà dei giovani italiani dichiara di aver sperimentato sintomatologia ansiosa o disagio psicologico, soprattutto dopo la pandemia.
Per concludere, lo studio di Twenge non dice che i giovani di oggi siano paragonabili ai pazienti dei manicomi degli anni ‘50. Questa è una semplificazione mediatica, efficace ma fuorviante. Quello che però ci dice è che, nel corso dei decenni, il livello medio di disagio psicologico tra i giovani è aumentato in modo significativo. Un aumento che non può essere spiegato da una sola causa, ma che sembra intrecciarsi con trasformazioni profonde del nostro contesto sociale: una maggiore pressione sulla performance, aspettative più elevate e diffuse, e un’identificazione sempre più forte tra il valore personale e ciò che si riesce a realizzare (scuola, università, lavoro). A peggiorare il quadro: social media e confronto costante, incertezza per il futuro e qualità relazionali peggiori.
In questo senso, l’ansia contemporanea non è solo una questione individuale, ma anche il riflesso di un modello culturale che richiede ai giovani, e non solo, di essere costantemente all’altezza. Non siamo di fronte a una generazione “patologica”, ma che vive sicuramente un livello di tensione psicologica più alto.