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11 Giugno 2026
17:00

Mondiali 2026 e il “caos visti”: chi rischia di restare fuori dagli Stati Uniti

A pochi giorni dal calcio d'inizio, un arbitro somalo è stato respinto all'aeroporto di Miami e parte dello staff della Nazionale iraniana è rimasta senza visto. I Mondiali di calcio 2026, che di disputeranno in gran parte negli Stati Uniti, fanno i conti con i divieti d'ingresso che riguardano i cittadini di moltissimi Paesi.

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Mondiali 2026 e il “caos visti”: chi rischia di restare fuori dagli Stati Uniti
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Oggi, giovedì 11 giugno 2026, prende il via il primo Mondiale di calcio della storia con 48 squadre, ospitato da tre Paesi diversi: Stati Uniti, Messico e Canada. Sulla carta è il Mondiale "più grande, bello e inclusivo di sempre", per usare le parole del presidente della FIFA Gianni Infantino. Nella pratica, però, una variabile inedita rischia di lasciare il segno: per la prima volta sono le regole d'ingresso del Paese ospitante a diventare un tema centrale del torneo. Le politiche migratorie dell'amministrazione statunitense di Donald Trump, infatti, complicano (o impediscono del tutto) il viaggio a tifosi, staff e perfino arbitri provenienti da diversi Paesi.

Tra visti ed ESTA: come si entra negli Stati Uniti

La prima cosa da capire è a livello geografico: le 104 partite del torneo sono distribuite su 16 città, ma ben 78 incontri, tra cui tutti i match dai quarti di finale in poi, si giocheranno negli Stati Uniti (distribuite in 11 città), mentre a Messico e Canada ne spettano appena 13 ciascuno (distribuite rispettivamente in 3 e 2 città). Questo squilibrio rischia di essere decisivo: un tifoso che voglia seguire la propria squadra oltre i gironi deve, quasi inevitabilmente, mettere piede negli Stati Uniti. Ed è proprio qui che entrano in gioco le regole d'ingresso.

Per capire il “caos visti" serve capire come si entra negli Stati Uniti. Esistono due strade principali: la prima è riservata ai cittadini di 42 Paesi che aderiscono all’U.S. Visa Waiver Program, il programma di esenzione dal visto. L'Italia è tra questi: un turista o un tifoso italiano non ha bisogno di un visto vero e proprio, ma di una semplice autorizzazione a pagamento chiamata ESTA, che si richiede online in pochi minuti, senza colloquio, e consente soggiorni fino a 90 giorni.

La seconda strada riguarda invece tutti gli altri Paesi del mondo, i cui cittadini devono richiedere un visto vero e proprio. Per il turismo si tratta del visto B1/B2, che prevede un colloquio di persona presso un'ambasciata o un consolato statunitense. È una procedura più lunga e selettiva, ed è proprio attorno a questi visti che si concentrano i problemi.

Il divieto d'ingresso: cosa dice e chi riguarda

Alla base del problema c'è un divieto d'ingresso (in inglese “travel ban”) introdotto da due decreti presidenziali firmati a giugno e dicembre 2025, che stilano un elenco di ben 39 Paesi, cioè circa il 20% degli Stati riconosciuti nel mondo, con restrizioni totali o parziali all’ingresso negli USA. Il provvedimento prevede due livelli di severità: il divieto totale, previsto per 19 Paesi, comporta la sospensione di tutti i visti, da immigrante e da non immigrante: vi rientrano tra gli altri Afghanistan, Iran, Haiti, Somalia, Libia, Sudan, Yemen e Siria.

La restrizione parziale riguarda 20 Paesi e sospende i visti da immigrante e quelli per turismo, studio e scambi culturali. Qui figurano, tra gli altri, Senegal, Costa d'Avorio, Nigeria, Angola, Cuba e Venezuela. C'è però un'eccezione esplicita e importante: il decreto esenta dal divieto “qualsiasi atleta o membro di una squadra sportiva, compresi allenatori, personale di supporto necessario e familiari più stretti” in viaggio per i Mondiali 2026 o le Olimpiadi 2028, previste a Los Angeles.

Tra le 48 squadre del torneo, quattro provengono da Paesi colpiti dal divieto: Haiti e Iran con divieto totale, Senegal e Costa d’Avorio con divieto parziale. Grazie all'esenzione, calciatori e staff tecnico possono raggiungere gli Stati Uniti, ma i loro sostenitori che non avessero già un visto valido non possono ottenerne uno: il rischio concreto è che queste Nazionali giochino le partite statunitensi in stadi privi del proprio tifo, salvo la presenza delle comunità di origine già residenti negli USA.

Il caso dell'Iran e dell'arbitro somalo respinto a Miami

La vicenda più intricata riguarda l'Iran, qualificato per il suo settimo Mondiale. Le tensioni tra Teheran e Washington hanno reso a lungo incerta la partecipazione, al punto che la federazione iraniana aveva boicottato il sorteggio di dicembre dopo il rifiuto dei visti ad alcuni dirigenti. Per ridurre i rischi logistici, la Nazionale ha spostato il proprio ritiro pre-torneo da Tucson, in Arizona, a Tijuana, in Messico, al confine con la California. I visti statunitensi per i giocatori sono arrivati nei primi giorni di giugno ma diversi membri dello staff sono rimasti senza. L'Iran avrà dunque base in Messico pur giocando l'intera fase a gironi sulla costa ovest statunitense: contro Nuova Zelanda e Belgio a Los Angeles (15 e 21 giugno) e contro l'Egitto a Seattle il 26 giugno.

Il caso che ha reso evidente la portata del problema non riguarda però i tifosi, bensì un arbitro. Omar Abdulkadir Artan, eletto miglior arbitro africano del 2025 e destinato a diventare il primo direttore di gara somalo della storia dei Mondiali, è stato bloccato all'aeroporto di Miami e respinto per “motivi di controllo”. La Somalia, infatti, rientra tra i Paesi soggetti al divieto totale. La FIFA ha confermato che Artan non potrà arbitrare il torneo, precisando di non avere voce in capitolo sulle decisioni d’ingresso nel paese che ospiterà le partite. Il caso dimostra che nemmeno l'accreditamento ufficiale mette automaticamente al riparo dalle recenti regole sui travel ban.

Anche senza divieto, entrare non è scontato

Il divieto d'ingresso non è l'unico ostacolo. Anche per i cittadini di Paesi non vietati, ottenere un visto B1/B2 in tempo può essere complicato per diverse ragioni. Innanzitutto il colloquio per il visto turistico va prenotato, e in alcune sedi l'attesa è lunghissima: a Bogotá, in Colombia, si è arrivati a stime di circa 13 mesi, mentre in Perù e Nigeria gli appuntamenti erano fissati a oltre 7 mesi di distanza. Il Dipartimento di Stato ha precisato che in circa l'80% dei Paesi l'attesa resta sotto i due mesi, ma per i tifosi sudamericani e africani la finestra utile prima del torneo si è in molti casi già chiusa.

Inoltre, da aprile 2026 è in vigore un programma che chiede ai cittadini di 50 Paesi il versamento di una cauzione fino a 15.000 dollari per ottenere un visto temporaneo. Tra i Paesi qualificati che rientrano in questo programma figurano Algeria, Capo Verde, Costa d'Avorio, Senegal e Tunisia. Per attenuare i disagi, FIFA e governo statunitense hanno introdotto un sistema di prenotazione prioritaria dei colloqui, riservato a chi ha acquistato un biglietto ufficiale, senza però ovviamente garantire il rilascio del visto.

Le conseguenze delle problematiche relative agli ingressi negli Stati Uniti iniziano già a vedersi: secondo una rilevazione dell'associazione statunitense degli albergatori, le prenotazioni in diverse città ospitanti sono risultate ben al di sotto delle previsioni, anche per la percezione di lungaggini e incertezze legate ai visti. Il rischio, per un torneo presentato come il più aperto di sempre, è quello di stadi poco colorati e di un'atmosfera diversa da quella vista nelle edizioni precedenti dei Mondiali di calcio.

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