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14 Aprile 2026
10:57

Guerra USA-Iran, negoziati falliti a Islamabad: i tre scenari possibili allo scadere della tregua il 22 aprile

Negoziati falliti per la guerra tra USA, Israele e Iran: ventuno ore di colloqui in Pakistan e nessun accordo sul nucleare e sullo stretto Hormuz. Vediamo quali sono i tre scenari possibili prima del 22 aprile, quando scade il cessate il fuoco.

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Guerra USA-Iran, negoziati falliti a Islamabad: i tre scenari possibili allo scadere della tregua il 22 aprile
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Il Vice Presidente USA JD Vance insieme al Primo Ministero pakistano Shehbaz Sharif durante i colloqui a Islamabad. Credit: Government of Pakistan, via X.

Negoziati falliti tra Stati Uniti e Iran: ventuno ore di colloqui, la delegazione più alta in grado dai tempi della Rivoluzione del 1979, un hotel di lusso ad Islamabad (in Pakistan) trasformato in sala trattative per decidere le sorti di una guerra che dura da sei settimane. Poi, nella notte tra l'11 e il 12 aprile, il vicepresidente americano JD Vance è salito sull'Air Force Two e ha lasciato il Pakistan a mani vuote.

La cattiva notizia è che non abbiamo raggiunto un accordo. E penso che sia una cattiva notizia per l'Iran molto più che per gli Stati Uniti d'America

Ha dichiarato ai giornalisti prima di partire. Dal lato iraniano, la risposta è stata speculare: a far saltare tutto sarebbero state le "richieste irragionevoli" di Washington, come riferito dalla televisione di Stato iraniana e ripreso da Al Jazeera. Il cessate il fuoco di due settimane, mediato dal Pakistan e annunciato il 7 aprile, è formalmente ancora in piedi. Ma scade il 22 aprile. E nessuna delle due parti ha indicato cosa succederà dopo.

Perché i negoziati tra USA e Iran sono falliti: due guerre dentro una trattativa

Il nodo che ha fatto saltare tutto è doppio. I parametri fissati da Trump includevano lo smantellamento delle principali strutture di arricchimento nucleare, il recupero dei circa 400 chilogrammi di uranio altamente arricchito sepolto sottoterra, la fine del finanziamento a Hamas, Hezbollah e Houthi, e l'apertura totale dello Stretto di Hormuz senza pedaggi.

L'Iran partiva da un presupposto diverso: non ha mai confermato ufficialmente di voler costruire armi nucleari, ma non intende rinunciare al diritto all'arricchimento dell'uranio per scopi civili. E il valore deterrente del nucleare, vedi la Corea del Nord, è diventato ancora più evidente a Teheran dopo essere stati bombardati nel corso di trattative in corso. Il capo della delegazione iraniana, il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, ha dichiarato che i suoi colleghi avevano portato "iniziative lungimiranti", ma a causa delle "esperienze delle due guerre precedenti non abbiamo fiducia nella controparte", ha scritto su X.

A complicare ulteriormente il quadro c'è il Libano. Iran e Pakistan sostenevano che il cessate il fuoco del 7 aprile includesse anche il fronte libanese. Stati Uniti e Israele l'hanno escluso entrambi. Nel weekend in cui si trattava a Islamabad, il premier israeliano Netanyahu ha dichiarato che la campagna militare del suo paese contro l'Iran non è finita: "Israele sotto la mia guida continuerà a combattere il regime del terrore iraniano".

Lo stretto di Hormuz è la vera arma di Teheran

Lo Stretto di Hormuz — poco più di 30 chilometri di acqua tra il Golfo Persico e il Golfo dell'Oman — è diventato il terreno di scontro più concreto tra le due parti. Attraverso quello specchio d'acqua passa il 20% dell'offerta energetica mondiale. Gli esperti lo hanno già definito il peggior shock economico dal 1973, quando l'embargo petrolifero sottrasse 4,5 milioni di barili al giorno dall'offerta globale. L'attuale blocco ne trattiene venti milioni. La Banca Asiatica di Sviluppo stima che la crescita nell'area Asia-Pacifico rallenterà al 5,1% nel 2026 e 2027, con l'inflazione regionale destinata a salire al 3,6%, identificando il conflitto come il singolo rischio più grande per le prospettive della regione.

Dopo il fallimento dei colloqui, Trump ha risposto annunciando su Truth Social un blocco navale su tutti i porti iraniani, ordinando alla marina di intercettare le navi che avessero pagato pedaggi a Teheran. Ma lo stesso Trump, poche ore dopo, ha ammesso che fare o meno un accordo "non fa differenza" perché, a suo dire, gli Stati Uniti hanno già vinto. L'Iran ha risposto schierando le forze speciali della Marina lungo la costa meridionale e i Pasdaran hanno avvertito che qualsiasi nave militare che si avvicini allo Stretto sarà considerata una violazione del cessate il fuoco.

I tre scenari possibili prima del 22 aprile

Con la tregua in scadenza tra meno di dieci giorni e nessun nuovo round di colloqui pianificato, gli analisti delineano tre traiettorie possibili.

  • Il primo scenario è quello di un cessate il fuoco che regge de facto anche senza un accordo formale, con entrambe le parti che scelgono di non riprendere le ostilità perché i costi di una ripresa della guerra restano troppo alti. È la valutazione di Ali Vaez, direttore del progetto Iran all'International Crisis Group, citato da PBS News : lo scenario più probabile non è una guerra immediata, ma "un periodo volatile di pressioni, segnali e tentativi dell'ultimo minuto per evitare un'escalation più ampia", con una possibile apertura a un accordo limitato e reciproco che guadagni tempo e abbassi la temperatura. Questa lettura è coerente con quanto delineato dal Congressional Research Service già a fine marzo, che paragonava questa possibile fase di stallo alle crisi ricorrenti tra Stati Uniti e Iraq dopo il 1991.
  • Il secondo scenario è quello di un'escalation controllata. Secondo il Wall Street Journal, Trump e i suoi consiglieri stavano valutando la possibilità di riprendere attacchi militari limitati contro l'Iran in aggiunta al blocco navale, con l'obiettivo di sbloccare lo stallo diplomatico. L'Iran, dal canto suo, ha risposto mobilitando le forze navali e ribadendo il pieno controllo sullo Stretto. Questa traiettoria non porta necessariamente a una ripresa della guerra su larga scala, ma apre a una fase di confronto diretto in mare con rischi di incidenti difficilmente controllabili.
  • Il terzo scenario – il più favorevole ma anche il più incerto – è quello di un accordo parziale, costruito non su un'intesa globale ma su concessioni reciproche limitate. Sina Toossi, senior fellow al Center for International Policy di Washington, citato da Time, ha osservato che entrambe le parti avevano incentivi a continuare a negoziare: "I costi di una ripresa della guerra sono alti per entrambi." Chatham House sottolinea però un ostacolo strutturale: l'insistenza di Israele nell'escludere il Libano dall'accordo rivela i limiti della capacità americana di gestire il proprio principale alleato nella regione, e rischia di far saltare qualsiasi tregua complessiva.

Il problema che resta sotto tutto: la fiducia

Qualunque scenario si realizzi, il nodo di fondo rimane lo stesso che ha affossato i colloqui di Islamabad: la mancanza di fiducia reciproca. Danny Citrinowicz, ricercatore senior all'Institute for National Security Studies di Tel Aviv, citato da Associated Press, ha scritto che la percezione iraniana di aver resistito con successo "non è la mentalità di un regime che si prepara a fare compromessi". Il divario tra le aspettative americane e l'auto-percezione di Teheran "è al cuore di uno stallo strategico crescente".

Vance, prima di salire sull'aereo, ha lasciato aperta una porta: "Partiamo con una proposta molto semplice, quella che è la nostra offerta finale e migliore. Vedremo se gli iraniani la accetteranno". Non è una chiusura totale. Ma il tempo, fino al 22 aprile, è pochissimo.

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