
Ogni giorno, senza nemmeno rendercene conto, compiamo circa ventimila atti respiratori. Ma qual è la reale qualità dell'aria che introduciamo nei nostri polmoni? La risposta arriva dalle più recenti analisi europee e internazionali basate sui dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), e traccia un quadro che riguarda da vicino la quasi totalità del pianeta: circa il 99% della popolazione mondiale vive in luoghi dove i livelli di inquinamento atmosferico superano costantemente le soglie di sicurezza sanitarie. Non si tratta di una proiezione teorica né di un allarme mediatico, ma dell'esito di un monitoraggio capillare condotto su migliaia di centri urbani e aree rurali in ogni continente, focalizzato sulle concentrazioni dei principali inquinanti: il particolato fine (PM2,5 e PM10) e il biossido di azoto (NO2).
Nel 2021 l'OMS ha aggiornato le proprie linee guida sulla qualità dell'aria, rendendole nettamente più stringenti alla luce delle ultime evidenze medico-scientifiche. Studi epidemiologici a lungo termine hanno infatti dimostrato che anche concentrazioni estremamente basse di inquinanti possono causare danni cronici all'apparato respiratorio e cardiovascolare. Le particelle di PM2,5, con diametro inferiore a 2,5 micrometri, sono tra le più pericolose perché superano la barriera polmonare ed entrano direttamente nel flusso sanguigno; per questo motivo il limite annuale raccomandato è stato fissato a soli 5 µg/m³. Allo stesso modo, per il biossido di azoto (NO2), legato principalmente alla combustione dei motori a scoppio, dei riscaldamenti domestici e delle centrali elettriche, la soglia annuale raccomandata è stata abbassata a 10 µg/m³. La quasi totalità dei Paesi del mondo, inclusi gran parte degli Stati membri dell'Unione Europea, fatica a rientrare in questi parametri, specialmente all'interno dei grandi agglomerati urbani.
Dal punto di vista della chimica e della fisica dell'atmosfera, l'accumulo degli inquinanti è determinato dalla combinazione tra le fonti emissive e le condizioni meteorologiche. In particolare, la presenza di regimi anticiclonici prolungati e il fenomeno dell'inversione termica nei mesi freddi impediscono la dispersione verticale delle sostanze nocive, schiacciandole nei primi strati d'aria a contatto con il suolo.

Focalizzando lo sguardo sull'Italia, i dati pubblicati dall'EEA (Agenzia Europea per l'Ambiente) e dal Sistema Nazionale per la Protezione dell'Ambiente (SNPA) mostrano una criticità strutturale tra le più severe d'Europa. Nel nostro Paese si stimano oltre 46.000 decessi prematuri all'anno riconducibili all'esposizione cronica da PM2,5. Il caso più emblematico è rappresentato dalla Pianura Padana, dove circa il 75% delle stazioni di monitoraggio supera la soglia di sicurezza dell'OMS per il particolato sottile.
In quest'area, la particolare conformazione orografica a catino limita la ventilazione naturale, favorendo il ristagno degli inquinanti: le analisi sui bilanci emissivi evidenziano come il riscaldamento domestico a biomassa sia responsabile di oltre il 50% delle emissioni primarie di PM10, mentre il traffico veicolare rimane il principale fattore di pressione per i picchi di NO2 nelle grandi aree metropolitane come Milano, Torino e Roma.
L'esposizione cronica a questi livelli è direttamente correlata all'aumento di patologie respiratorie acute, malattie cardiovascolari e neoplasie polmonari. La sfida prioritaria per i prossimi anni risiede quindi nell'attuazione di politiche concrete di decarbonizzazione, efficientamento energetico degli edifici ed elettrificazione dei trasporti per abbattere le emissioni alla radice.