Crisi dei missili di Cuba

All’inizio degli anni ’60 del ‘900, la tensione tra Stati Uniti e Unione Sovietica raggiunse livelli allarmanti. Nell’agosto del 1961 fu costruito il muro di Berlino, che sarebbe rimasto il simbolo della Guerra Fredda fino al 1989. Un anno dopo, nel 1962, scoppiò a Cuba una delle crisi diplomatiche più pericolose mai vissute dall'umanità. USA e URSS, infatti, arrivarono a un passo da portare il mondo verso un'apocalisse nucleare.

Riassumendo, dopo la fallita invasione dell'isola da parte degli USA, che volevano rovesciare il governo di Fidel Castro, nel 1962 Cuba diede ai sovietici la possibilità di installare nel Paese una base missilistica con presenza di testate nucleari. Gli Stati Uniti non potevano tollerare una minaccia tanto grave e vicina al loro territorio e così attuarono un blocco navale dell'isola. Dopo alcune settimane di forte tensione, l'Unione Sovietica accettò di rimuovere i missili dall'isola in cambio di alcune contropartite strategiche e gli USA rimossero il blocco navale da Cuba.

In questo articolo ripercorriamo più nel dettaglio cosa accadde.

Cuba tra Stati Uniti e Unione Sovietica

Cuba è un’isola dei Caraibi situata a poco più di 140 km dalle coste della Florida e fino al 1959 si trovava sotto la tutela degli Stati Uniti. Nel 1903, infatti, una risoluzione del Congresso nordamericano, nota come emendamento Platt, aveva riservato a Washington il diritto di intervenire militarmente sul territorio cubano ogniqualvolta lo avesse ritenuto necessario. E nemmeno il ritiro dell’emendamento, avvenuto nel 1934, fece venire meno la tutela.

Le condizioni di vita dei cubani erano molto disagiate perché l’economia era fortemente dipendente da quella della superpotenza vicina. Per tale ragione, nell’isola si sviluppò un movimento rivoluzionario, guidato da Fidel Castro, che nel gennaio del 1959 riuscì a prendere il potere. Il nuovo governo promosse una riforma agraria e avviò una politica di nazionalizzazioni, ledendo gli interessi sia degli Stati Uniti sia della minoranza ricca della popolazione cubana, una parte della quale fuggì in Florida.

Baraccopoli all’Avana nel 1954
in foto: Baraccopoli all’Avana nel 1954

La politica degli Stati Uniti e l'evidente preparazione di un attacco statunitense per rovesciare gli esiti della rivoluzione spinsero Castro, che in origine non intendeva fondare uno Stato socialista, tra le braccia di Mosca. Così, il 16 aprile 1961, il presidente proclamò il carattere socialista della rivoluzione cubana. Poche ore dopo circa 1.500 esuli cubani, armati dalla CIA, sbarcarono nella Baia dei porci, sulla costa meridionale di Cuba, con l’intenzione di rovesciare il regime castrista. Il colpo di Stato fallì, ma Castro si rese conto che, per evitare l’isolamento, doveva stringere i legami con l’URSS.

I missili sovietici a Cuba

Per l’Unione Sovietica, avere un alleato a pochi chilometri dalle coste statunitensi fu un regalo inatteso, che il segretario del Partito comunista, Nikita Kruscev, cercò di sfruttare, installando sull’isola missili a medio raggio (IRBM) che potevano colpire il territorio degli Stati Uniti con testate nucleari.

Castro e Kruscev
in foto: Castro e Kruscev

Kruscev era consapevole che gli Stati Uniti avrebbero reagito duramente alla sua mossa, ma aveva diverse ragioni per azzardarla. Anzitutto, l’Unione Sovietica possedeva solo una ventina di missili intercontinentali (ICBM), mentre quelli degli Stati Uniti erano molto più numerosi ed efficienti. Cuba offriva un’alternativa allettante per colmare il missile gap, perché Mosca, schierando sull’isola i suoi IRBM, poteva tenere sotto tiro il suo avversario senza effettuare i cospicui investimenti necessari per la costruzione di missili intercontinentali. Inoltre, anche gli Stati Uniti avevano piazzato missili nucleari in Italia e in Turchia, da dove avrebbero potuto colpire il territorio sovietico. Infine Kruscev sperava che, se avesse installato i missili a Cuba, avrebbe poi potuto barattare la loro rimozione con contropartite importanti, come il controllo di Berlino Ovest.

Nel maggio del 1962 Kruscev e Castro trovarono un accordo e il 9 settembre i primi missili giunsero a Cuba. I sovietici installarono, insieme ad altri armamenti, missili SS4 “Sandal”, che avevano una gittata di 2.080 km, e SS5 “Skean”, che potevano colpire obiettivi a oltre 4.000 km di distanza. Inoltre, trasferirono a Cuba circa 140 testate nucleari, delle quali 90 tattiche e 50 strategiche.

Gittata dei missili installati a Cuba
in foto: Gittata dei missili installati a Cuba

La reazione degli Stati Uniti

Gli Stati Uniti vennero a sapere dell’iniziativa sovietica il 14 ottobre, quando un loro U2, cioè un aereo spia, fotografò le rampe di lancio dei missili, ancora in costruzione. Dal punto di vista del diritto internazionale, gli Stati Uniti non potevano protestare, perché l’istallazione dei missili era basata sull’accordo tra due Paesi sovrani. Nonostante questo, non volevano perdere la loro supremazia strategica e perciò decisero di intervenire comunque.

Foto scattata dall’U2 su Cuba
in foto: Foto scattata dall’U2 su Cuba

Tra i leader statunitensi non c’era accordo sul tipo di intervento da effettuare. I comandanti delle forze armate proponevano un bombardamento aereo delle rampe missilistiche, seguito da un’invasione di Cuba; il presidente John F. Kennedy e i membri più moderati del suo entourage, però, temevano che una mossa del genere avrebbe condotto alla guerra, perché l’attacco aereo avrebbe ucciso i soldati russi che lavoravano alla costruzione della rampe di lancio, un atto al quale l’URSS non avrebbe potuto non reagire.

La soluzione scelta fu quella del blocco navale: si decise di circondare Cuba con navi da guerra e impedire a qualsiasi imbarcazione di raggiungere le coste dell’isola senza essere ispezionata. Il blocco presentava inconvenienti evidenti, perché non eliminava i missili già presenti a Cuba e perché rendeva possibile uno scontro armato se le navi sovietiche avessero rifiutato l’ispezione, ma appariva meno rischioso dell’attacco aereo.

Kennedy ordina il blocco navale
in foto: Kennedy ordina il blocco navale

Il mondo con il fiato sospeso

Il 22 ottobre Kennedy rivolse un messaggio televisivo al popolo americano, annunciando l’inizio del blocco navale (definito quarantena). Il mondo venne così a conoscenza della crisi, che fino a quel momento era stata tenuta segreta, e l’angoscia si diffuse a tutti i livelli: un conflitto nucleare tra le due superpotenze sembrava poter scoppiare da un momento all’altro.

I sovietici, dal canto loro, reagirono inviando a Washington due messaggi contrastanti: nel primo affermarono che avrebbero rimosso i missili se gli Stati Uniti si fossero impegnati a non tentare nuove invasioni di Cuba; nel secondo, pretendevano il ritiro dei missili americani dall’Europa e dalla Turchia. Probabilmente, l’ambiguità era dovuta ai contrasti tra i dirigenti del Cremlino, divisi, come i loro colleghi americani, tra falchi e colombe. Fatto sta che la tensione continuò a salire e raggiunse l’apice il 27 ottobre, quando un aereo spia americano fu abbattuto nei cieli di Cuba e un altro fu intercettato sul territorio sovietico.

L’accordo

Il giorno dopo, per fortuna, le due superpotenze riuscirono a trovare un accordo. Kennedy avanzò questa proposta: se i missili fossero stati rimossi, gli Stati Uniti si sarebbero impegnati a non invadere Cuba e non appoggiare terze parti che lo avessero fatto; inoltre, avrebbero ritirato i loro missili dalla Turchia, ma senza rendere pubblico che il ritiro era effettuato in conseguenza della rimozione degli IRBM russi da Cuba. Una parte dell’accordo, in sostanza, doveva restare segreta, perché gli Stati Uniti non volevano essere accusati di abbandonare i loro alleati per tutelare i propri interessi nazionali. Kruscev accettò la proposta e il 28 ottobre annunciò la rimozione dei missili sovietici da Cuba. Il mondo tirò un sospiro di sollievo. Forse l'accordo fu agevolato da mediazioni esterne (Papa Giovanni XXIII), ma al momento non lo si può affermare con certezza.

Missile americano "Jupiter" installato in Europa
in foto: Missile americano "Jupiter" installato in Europa

Chi vinse?

Non è semplice stabilire a chi, tra USA e URSS, la soluzione della crisi giovò di più. In entrambi i Paesi le fazioni più oltranziste si dichiararono deluse: i “falchi” degli Stati Uniti protestarono sia per la rimozione dei missili dalla Turchia, sia per non aver colto l’occasione di eliminare Castro; quelli russi contestarono la scelta di cedere i missili senza contropartite importanti.

Quel che è certo è che Kruscev ottenne un risultato apprezzabile, salvaguardando il governo castrista di Cuba, ma, nello stesso tempo, non raggiunse l’agognata parità strategica con gli Stati Uniti e, ritirando i missili, diede al mondo una dimostrazione di debolezza.

Articolo a cura di
Erminio Fonzo