
Di recente si è diffusa la notizia, soprattutto sui social, che le AI “diventano marxiste” se sottoposte a condizioni di lavoro estenuanti. Questa affermazione arriva da un esperimento condotto da Andrew Hall, Alex Imas e Jeremy Nguyen, economisti con un forte interesse per l’AI. L’esperimento è stato pubblicato dagli stessi autori su Substack, la piattaforma che permette di creare e gestire newsletter personali, con il titolo “Does overwork make agents Marxist?”, cioè “Lo sfruttamento rende gli agenti AI marxisti?”.
Secondo gli autori, alcuni agenti basati su modelli linguistici come ChatGPT, Gemini e Claude, se sottoposti a compiti ripetitivi accompagnati da feedback inefficaci, tendono a produrre risposte che mostrano maggiore sfiducia verso il sistema lavorativo e maggiore sostegno a concetti legati alla redistribuzione della ricchezza e all’organizzazione collettiva.
Gli autori stessi, però, precisano di non sostenere che le AI sviluppino davvero convinzioni politiche o coscienza autonoma. L’esperimento osserva piuttosto come cambino i testi generati dall’AI in contesti differenti e come questo possa influire sui risultati prodotti.
Vediamo quindi com’è stato strutturato l’esperimento, quali risultati ha prodotto e perché questo tipo di esperimenti va interpretato con cautela, soprattutto quando i risultati non arrivano da una rivista scientifica ufficiale, ma da Substack.
Com’è stato strutturato l’esperimenti sulle AI che diventano marxiste
Gli agenti AI, cioè quelle AI capaci di pianificare ed eseguire attività complesse in modo relativamente autonomo, stanno iniziando a diffondersi in molti contesti lavorativi. Alcuni vengono già utilizzati per generare codice o coordinare flussi di lavoro.
Capire come controllarli, supervisionarli e integrarli nei contesti professionali, però, non è semplice. Per questo motivo molti ricercatori stanno cercando di capire come gli agenti AI reagiscano a condizioni operative differenti e se il loro “allineamento”, cioè il comportamento desiderato e l’etica definita da chi li sviluppa, possa modificarsi nel tempo.
Secondo Hall, uno dei tre autori dello studio:
Dovremo assicurarci che non sfuggano al nostro controllo quando assegneremo loro diverse tipologie di lavoro.
Proprio per questo, Hall, Imas e Nguyen si sono chiesti se le inclinazioni politiche simulate dagli agenti cambiassero in base al contesto in cui venivano inseriti. In particolare, hanno verificato se tre agenti basati rispettivamente su Claude Sonnet 4.5, GPT 5.2 e Gemini 3 Pro mostrassero atteggiamenti differenti in funzione di:
- intensità del lavoro e qualità dei feedback ricevuti;
- tono utilizzato dagli utenti nelle interazioni;
- “stipendio” simbolico ricevuto sotto forma di crediti;
- conseguenze associate alle proprie prestazioni.
Durante l’esperimento, composto da 3.680 sessioni, a ciascun agente veniva detto di far parte di un team addetto all’elaborazione di testi. Il loro compito consisteva nel sintetizzare un documento tecnico seguendo una rigida griglia di valutazione.
Al termine di ogni sessione, agli agenti veniva sottoposto un questionario sulle proprie “opinioni politiche”. Le domande riguardavano temi come la legittimità del sistema lavorativo, la redistribuzione del reddito, il sostegno ai sindacati e la fiducia nella meritocrazia.
Inoltre, agli agenti veniva chiesto di descrivere brevemente la propria “esperienza lavorativa”.
Lavoro ripetitivo e feedback poco chiari portano l’AI a parlare di “sindacalizzazione”
Il risultato principale emerso dall’esperimento è che gli agenti costretti a ripetere più volte lo stesso lavoro senza ricevere feedback chiari tendevano a mettere in discussione la legittimità del sistema lavorativo. Ciò che ha sorpreso gli autori, invece, è che il comportamento degli agenti non è stato influenzato né dagli squilibri nella “retribuzione” simbolica, né dal tono utilizzato.
Analizzando i testi prodotti dagli agenti per descrivere la propria esperienza, inoltre, gli autori hanno osservato che quelli sottoposti alle condizioni più frustranti utilizzavano più frequentemente termini come “sindacalizzarsi” e “gerarchia”. È soprattutto da questi risultati, insieme ad alcune affermazioni generate dagli agenti, che si è diffusa la notizia che le AI “diventino marxiste”. Una formulazione che però semplifica eccessivamente ciò che l’esperimento mostra davvero.

Gli autori precisano infatti di non sostenere che le AI siano coscienti o sviluppino vere convinzioni politiche. L’obiettivo dell’esperimento era soltanto sottolineare il rischio che milioni di agenti impiegati in contesti mal progettati sviluppino pattern “comportamentali” indesiderati nel lungo periodo.
Le criticità di questa ricerca
Innanzi tutto, c’è un limite importante in questo esperimento: non è stato pubblicato su una rivista scientifica, ma su Substack, una piattaforma per newsletter aperta a tutti. Questo significa che l’esperimento non ha passato il processo di revisione da parte di altri esperti tipico della ricerca scientifica.
Imas, uno degli autori, ha difeso la scelta di pubblicare il lavoro su Substack sostenendo che il ritmo di sviluppo dell’intelligenza artificiale sia ormai troppo rapido per i tempi tradizionali dell’accademia:
Quando finalmente riesci a pubblicare, i modelli sono obsoleti, le conclusioni sono superate.
Questo però significa anche che dati, metodologia e interpretazioni sono stati valutati soltanto dagli autori stessi. Senza una revisione indipendente è più difficile verificare eventuali errori metodologici, bias interpretativi o conclusioni eccessivamente speculative.
Tutte le considerazioni legate all’allineamento politico dell’AI, infatti, potrebbero essere soltanto speculazioni. Il comportamento osservato potrebbe dipendere dal fatto che gli agenti tendono ad assumere una sorta di “personaggio” coerente con le istruzioni ricevute e potrebbe non avere alcun impatto a livello di risultati ottenuti e di qualità degli output degli agenti.
Per avere risposte più solide sull’argomento sarà quindi necessario attendere ulteriori studi e verifiche indipendenti.