Spie e agenti segreti

La spia è un mestiere antico che precede di millenni le capacità di calcolo dei computer. E segue logiche umane e non matematiche: non si limita a raccogliere informazioni, il suo vero mestiere è interpretarle. Eppure lo sviluppo delle tecniche di raccolta dati e di calcolo dei moderni dispositivi tecnologici sta producendo una strana idea: se sostituissimo le spie con algoritmi potentissimi in grado di prevedere il futuro? In questo articolo vediamo come opera un agente segreto al giorno d'oggi e se la sua "sostituzione tecnologica" è possibile.

L'importanza di essere spia

La spia non è un mestiere come un altro: presuppone la capacità di mettersi nei panni del nemico, anzi di identificarsi con esso per comprenderne appieno il punto di vista, i vizi e le virtù. Spesso ci immaginiamo la spia come uno 007 estremamente logico, capace di fare le domande giuste per ottenere le risposte che cerca. La si pensa come un genio in grado di unire tutti i puntini lasciati qui e lì dal nemico. Niente di più falso: la spia deve essere dotata soprattutto di intelligenza emotiva, non logica. Fare domande è sintomo di debolezza e di incapacità di calarsi nei panni dell'altro. La grande spia non chiede. Sa. E sa perché tra lui e il nemico non esiste più alcun grado di separazione.

Il mestiere della spia

Per illustrare questo concetto, conviene ricordare uno scambio tra due (ex) famose spie – una russa e una americana – avvenuto poco dopo il crollo del muro di Berlino. Dopo un'attenta analisi della situazione geopolitica mondiale, entrambe erano d'accordo che il crollo dell’Unione Sovietica avrebbe causato più danni che altro. Il russo aveva capito che, senza URSS, gli americani si sarebbero ritrovati spaesati, avendo perso il nemico numero uno; l’americano aveva capito che i russi avrebbero sofferto per la perdita del loro impero e che le conseguenze sarebbero potute essere sanguinose. Come il tremendo conflitto in Ucraina e la crisi interna americana stanno mostrando, entrambi avevano visto giusto, perché si erano messi nei panni dell’altro. Di solito non sappiamo il nome delle spie. In questo caso sì: erano Henry Kissinger e Vladimir Putin.

Il mestiere della spia

Concretamente, però, cosa fa una spia? Una spia fa tante cose. Raccoglie informazioni, decide se farle diventare di pubblico dominio. Inventa notizie, se necessario. Il mestiere dell’agente segreto non è limitato alla raccolta o alla protezione di informazioni. Al contrario, egli produce informazioni. Cerca di comprendere il modo di vivere della comunità in cui è inserito e le caratteristiche del leader che la rappresenta e la guida. La spia, insomma, è prima antropologo e poi agente operativo. Le informazioni che raccoglie non hanno valore assoluto, ma dipendono dal contesto in cui vengono raccolte. Un leader pazzo, pronto alla guerra, deve essere neutralizzato se opera in un Paese la cui popolazione è pronta a seguirlo, ma può essere ignorato se si trova a governare una comunità che non ne vuole sapere di imbracciare le armi.

Spie e sorveglianza

La tentazione digitale

Oggigiorno si sta facendo strada un'idea: secondo alcuni, data l’immensa quantità di dati che i social network sono in grado di catturare e grazie alle potentissime capacità di calcolo dei computer quantistici, saremo in grado di anticipare le mosse del nemico senza inviare degli agenti segreti in territorio avversario. Effettivamente, come vediamo nella nostra vita quotidiana, gli algoritmi sono estremamente precisi e spesso anticipano i nostri desideri di consumo più nascosti. Inoltre, i social network permettono una sorveglianza costante. I benefici dell'utilizzo di internet per lo spionaggio piuttosto che le spie tradizionali, insomma, pare superare i relativi costi: più dati, più informazioni, meno sforzo e maggiore precisione. Apparentemente non sembrano esserci motivi per rifiutarsi di appaltare all’algoritmo le operazioni di spionaggio.

Ma c’è di più: nell’epoca dei social network è sempre più difficile mantenere i segreti. Pensiamo alle rivelazioni di Edward Snowden che ha denunciato le operazioni di sorveglianza digitale americane. Le persone, concludono i sostenitori dell’intelligence automatizzata, sono pericolose. Meglio le macchine, sicuramente più silenziose e non in grado di tradire.

Riconoscimento facciale e sicurezza

La rivoluzione digitale, insomma, dopo aver trasformato il mondo del lavoro, della medicina e tanti altri, pare aver messo nel mirino il suo prossimo obiettivo: le spie, pronte ad essere sostituite da potentissimi algoritmi. Ma è effettivamente possibile una tale operazione?

La necessità del fattore umano

Sostituire le spie con l'analisi dei computer sarebbe possibile se gli esseri umani ragionassero sempre logicamente. Le cose, però, non stanno così. In geopolitica non ci si muove sempre con razionalità matematica ed è impossibile incasellare le decisioni umane in equazioni algoritmiche, tantomeno quelle degli attori più pericolosi.

Pensiamo, ad esempio, alla decisione di Putin di invadere l’Ucraina. Un algoritmo sarebbe stato in grado di prevederla? La Russia ha un’economia stagnante e un esercito solo in parte ammodernato. Essa è storicamente e culturalmente molto legata all’Ucraina (molti russi hanno parenti in Ucraina e viceversa), la quale peraltro è un Paese grande come la Francia e quindi praticamente impossibile da occupare militarmente. In più, confina con Paesi che sono ostili alla Russia e ha forze armate che – dal 2014 – sono equiparabili a quelle NATO. Date queste premesse con tutta probabilità un algoritmo avrebbe decretato: “no, Putin non invaderà l’Ucraina. È una missione suicida”. E invece Putin ha deciso di attaccarla. D'altro canto, le spie americane, senza usare algoritmi, avevano invece previsto l’invasione. Perché conoscono la Russia e Putin e perché sanno come si comporta un impero.

Intelligence Stati Uniti

Non ci sono dubbi che la sterminata quantità di dati resi disponibili dalle nuove tecnologie possa essere utilizzata dalle intelligence. Ma questi devono sempre essere interpretati, perché non sono in grado, da soli, di rispondere alle domande fondamentali – “perché?”, “cosa verrà dopo?” – che la spia deve porsi. A queste domande non esiste risposta algoritmica, perché esse trovano soluzione solo nei sentimenti e nelle decisioni degli attori in campo. Ed è solo l'intelligenza emotiva dell'agente segreto a poterli cogliere.

Articolo a cura di
Giuseppe De Ruvo