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28 Gennaio 2026
15:30

La vera storia del Morbo K, che salvò centinaia di ebrei dalla deportazione

Per ricordare l'Olocausto, Rai 1 ha raccontato la storia del medico romano Giovanni Borromeo, che nel 1943 salvò ebrei e perseguitati con l'invenzione del finto morbo K.

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La vera storia del Morbo K, che salvò centinaia di ebrei dalla deportazione
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Nella serata del Giorno della Memoria 2026 e del 28 gennaio, Rai 1 rende omaggio alle vittime dell'Olocausto con la fiction Morbo K, chi salva una vita, salva il mondo intero di Francesco Patierno. Sebbene ci siano elementi romanzati al suo interno, la serie racconta la vera storia del medico Giovanni Borromeo, primario all'ospedale Fatebenefratelli che insieme ai suoi collaboratori riuscì a salvare alcuni ebrei dal rastrellamento del ghetto di Roma, inventando nel 1943 l’esistenza di un morbo contagioso in realtà mai esistito.

L'idea del falso morbo venne a Borromeo proprio durante le persecuzioni nazifasciste del 16 ottobre 1943 ai danni dei cittadini ebrei di Roma, quando la Gestapo entrò nel getto della città e in altre abitazioni per arrestare circa mille persone. Alcuni di loro riuscirono a rifugiarsi all'interno del Fatebenefratelli, e il medico pensò prontamente a un piano per proteggere i fuggitivi (cittadini romani ebrei e di origine polacca). Fu così che i medici inventarono un intero reparto in cui ricoverarono sotto falso nome gli sventurati, e compilarono una serie di false cartelle cliniche con "morbo di K". Il nome della malattia si riveriva al generale tedesco Albert Kesselring, e tutti i pazienti "affetti" dalla malattia erano noti come "pazienti Kesslering".

Il dottore, che sapeva parlare tedesco, spiegò agli ufficiali che la malattia era “contagiosissima” per far sì che desistessero dall'ispezionare il padiglione dei pazienti affetti, e che si scoraggiassero persino dal guardare i nomi sulle cartelle, perché tanto "la morte era praticamente certa".

I finti pazienti, poi, venivano dichiarati morti una volta giunti dei documenti d'identità falsi che gli avrebbero permesso la fuga.

Il fatto che i fuggitivi si fossero rifugiati all'interno dell'ospedale non fu un caso: tra i collaboratori del dottor Borromeo c'era il medico di origini ebree Vittorio Emanuele Sacerdoti, che all'epoca lavorava in ospedale sotto falso nome — che aveva continuato ad esercitare la professione grazie alla raccomandazione dello zio, famoso fisiopatologo di cui Borromeo era stato allievo da ragazzo — e le persone giunte al Fatebenefratelli quel giorno erano suoi pazienti che non sapevano a chi altro rivolgersi. In seguito, Sacerdoti raccontò che dopo quell'episodio l'ospedale divenne rifugio di molti perseguitati, come ad esempio i partigiani. Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, giunsero anche alcuni ex fascisti preoccupati di subire rappresaglie.

Una volta liberata Roma e finita la guerra, Giovanni Borromeo ricevette la Croce al Merito dell’Ordine di Malta e la Medaglia d’Argento al Valore. Dopo la sua morte, avvenuta nel 1961, ottenne anche il riconoscimento di Giusto tra le Nazioni, come esempio di resistenza civile contro la prevaricazione e l'odio fascista e nazista.

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Veronica Miglio
Storyteller
Innamorata delle parole sin da bambina, ho scelto il corso di lingue straniere per poter parlare quante più lingue possibili, e ho dato sfogo alla mia vena loquace grazie alla radio universitaria. Amo raccontare curiosità randomiche, la storia, l’entomologia e la musica, soprattutto grunge e anni ‘60. Vivo di corsa ma trovo sempre il tempo per scattare una fotografia!
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