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Perché il buco dell’ozono in Antartide ha raggiunto i 25mln di km2 di estensione nel 2026: i dati NASA

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Tecnico Meteorologo
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Il buco nell'ozono si allarga, ma non è molto profondo. Immagine generata con AI a puro scopo illustrativo
Il buco dell’ozono del 2026 è il settimo più esteso da quando il monitoraggio è iniziato, 48 anni fa: secondo la NASA, ha coperto circa 9,6 milioni di miglia quadrate. Questo avviene a causa di un vortice polare record. Ma la scienza conferma: lo strato sta guarendo.

Negli ultimi anni ci eravamo quasi abituati all'idea che il buco dell'ozono fosse un problema in via di archiviazione. Eppure, i recenti dati diffusi da NASA e NOAA ci ricordano che la dinamica atmosferica sa essere imprevedibile: il buco nell'ozono sopra l'Antartide registrato nel 2026 si è classificato al settimo posto tra i più estesi degli ultimi 48 anni di monitoraggio e, tra il 7 settembre e il 13 ottobre 2026, l'estensione media ha coperto circa 25 milioni di chilometri quadrati.

Ma prima di gridare all'allarme o pensare che i vecchi problemi siano tornati, bisogna fermarsi a leggere i numeri con gli occhi della scienza. Perché questo buco è cresciuto? E soprattutto cosa significa per la Terra?

Cos’è il buco nell’ozono e come mai nel 2026 l’estensione è tra le più grandi degli ultimi 48 anni: dati NOAA

Prima di capire cosa è successo quest'anno, facciamo un passo indietro. L'ozono è un gas presente principalmente nella stratosfera (tra i 10 e i 50 km di quota) che svolge un compito vitale: assorbe la maggior parte delle radiazioni ultraviolette (UV) nocive provenienti dal Sole. Senza questo filtro, la vita sulla Terra sarebbe esposta a danni devastanti per la salute umana e gli ecosistemi.

Il "buco" non è un vero e proprio buco geometrico, ma un assottigliamento drastico della concentrazione di ozono che si verifica ogni primavera australe sopra il Polo Sud.

Tra il 7 settembre e il 13 ottobre 2026, l'estensione media del buco dell'ozono ha coperto circa 9,6 milioni di miglia quadrate (25 milioni di chilometri quadrati), raggiungendo un picco giornaliero massimo di 10,5 milioni di miglia quadrate (27,1 milioni di chilometri quadrati) il 18 settembre.

Un'area immensa, che posiziona il 2026 tra gli anni con il buco più esteso della storia recente. Come mai? La colpa non è di un ritorno massiccio dei vecchi inquinanti, ma della meteorologia estrema della stratosfera:

  1. Un Vortice Polare gigante e "pigro": la circolazione atmosferica ha generato un vortice polare straordinariamente grande e stabile.
  2. Mancanza di disturbi troposferici: in agosto e settembre, le onde planetarie di calore che normalmente salgono dalla bassa atmosfera per "rompere" e disturbare il vortice polare sono state eccezionalmente deboli.
  3. Il mix chimico: questa stabilità glaciale ha creato l'ambiente perfetto e duraturo affinché i residui di cloro e bromo ancora presenti nella stratosfera distruggessero le molecole di ozono per settimane.

Una buona notizia: il buco è largo, ma non "profondo"

Qui arriva la chiave di lettura fondamentale che distingue una crisi reale da una fluttuazione meteorologica. Nonostante l'estensione in superficie sia stata notevole, il buco del 2026 non è stato profondo come quelli record registrati in passato (come nel famigerato 2006).

I dati raccolti dai palloni sonda della NOAA al Polo Sud hanno registrato un valore minimo di concentrazione pari a 105 unità Dobson, ben al di sopra del record negativo storico di 92 unità Dobson toccato vent'anni fa.

Come spiegano gli scienziati della NASA, se le sostanze chimiche dannose (i famosi CFC, un tempo usati in frigoriferi e bombolette spray) fossero ancora presenti nei volumi dei primi anni 2000, quest'anno il buco sarebbe stato grande altri 3,5 milioni di chilometri quadrati in più.

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L'area e la forma del buco nell'ozono il 18 settembre 2026, il giorno della sua massima estensione annuale. Fonte: NASA Earth Observatory/Lauren Dauphin

Il Protocollo di Montréal funziona ancora?

Assolutamente sì. I controlli internazionali nati con il Protocollo di Montréal nel 1987 continuano a dare i loro frutti a lungo termine: i livelli di cloro derivante da vecchi inquinanti nella stratosfera sono diminuiti di circa un terzo rispetto ai massimi degli anni '80.

I CFC sono composti estremamente longevi: continuano a persistere nei vecchi elettrodomestici, nei materiali isolanti e nelle discariche, rilasciandosi lentamente nel corso dei decenni. Tuttavia, la rotta verso la guarigione definitiva resta tracciata. Gli esperti stimano che lo strato di ozono tornerà a livelli normali intorno agli anni '70 di questo secolo.

Il grande buco del 2026, insomma, non smentisce la guarigione del pianeta: ci ricorda semplicemente che l'atmosfera è un sistema complesso, in cui la variabilità del clima e dei venti può ancora giocare tiri mancini temporanei.

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