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17 Aprile 2026
8:15

Perché le mine navali nello Stretto di Hormuz sono strategiche nella guerra in Iran ed è difficile rimuoverle

Il minamento delle acque dello Stretto di Hormuz ha costituito per l'Iran l'equivalente della cosiddetta “opzione nucleare” e ha consegnato alla leadeship di Tehran delle formidabili leve geopolitiche perché, anche nello scenario migliore, le mine navali costituiscono un nemico subdolo e non facilmente eliminabile.

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Perché le mine navali nello Stretto di Hormuz sono strategiche nella guerra in Iran ed è difficile rimuoverle
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Generata con AI

Più volte, nel corso del quasi cinquantennale conflitto tra gli Stati Uniti d'America e i loro alleati occidentali e del “Mondo Arabo” da un lato e la Repubblica Islamica dell'Iran dall'altro, la leadership del “paese degli ayatollah” ha minacciato di minare i corridoi marittimi che attraversano lo Stretto di Hormuz e il Golfo Persico. Tale iniziativa è stata infine attuata nel corso dell'attuale Guerra d'Iran è non potrà essere facilmente annullata perché le mine navali costituiscono un avversario ostico e contro il quale non esistono facili soluzioni, nemmeno per la marina di una superpotenza come quella americana.

Quante mine navali possiede l'Iran

Il numero preciso di mine navali delle quali l'Iran è in possesso è un segreto militare, ma la maggior parte degli analisti stima che attualmente le Forze Armate regolari e i Pasdaran di Teheran detengano tra le 3.000 e le 6.000 mine navali, che comunque (anche senza tenere conto di probabili sottostime, come spesso avviene quando si parla delle dotazioni militari iraniane) rappresentano il quarto arsenale di mine navali al mondo dopo quelli di Russia, Cina e Corea del Nord.

L'Iran iniziò ad utilizzare le mine navali nel corso della sua estenuante guerra contro l'Iraq (1980-1988) sia per bloccare la navigazione verso i porti iracheni, sia per esercitare pressione militare e diplomatica nei confronti degli altri paesi arabi alleati del regime di Saddam Hussein. Dopo una prima fase nel corso della quale l'Iran si procurava le mine sui mercati esteri, nel corso degli anni '90 del XX secolo, il paese iniziò a schierare i suoi modelli di mine prodotti autonomamente.

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Nel 1988, nel corso della Guerra Iran–Iraq, il cacciatorpedinere americano USS Samuel B. Roberts venne colpito da una mina navale iraniana. L’esplosione provoco un buco di quasi 8 metri nello scafo che per poco non si spaccò in due. Fortunatamente la nave venne tenuta a galla e trainata in porto a Dubai dove venne poi riparata. Credit: US Government

Studiando le evidenze video e fotografiche – così come il lavoro di analisti specializzati nel settore come H. I. Sutton – è possibile affermare che gli iraniani sono in possesso di diverse categorie di mine navali, che vanno dalle classiche mine a contatto galleggianti in superficie come la Maham-1 (nelle sue varie versioni) a quelle ad influenza magnetica e/o acustica come la Maham-3, fino alle mine da fondali azionate da sensori acustici come la Maham-7.

Non è del tutto chiaro se l'Iran abbia a disposizione anche mine navali caratterizzate dalla capacità di rilasciare un siluro autonomo dotato di testata autocercante; tecnologia simile a quella delle mine cinesi della classe EMD-52. Fino ad ora nulla di definitivo è emerso, ma dato gli stretti rapporti militari esistenti tra Tehran e Pechino sin dalla Guerra Iran-Iraq, questa possibilità non va affatto scartata a priori.

Perché non è facile sminare un tratto di mare

Contrariamente a quanto si potrebbe essere tentati a credere, ripulire un tratto di mare dalla presenza di mine navali non è affatto semplice, ed anzi negli ambienti militari si tende ad affermare che, al contrario, una volta che un'area marina diventa territorio minato, essa lo rimanga fondamentalmente per sempre, vista la sostanziale impossibilità di eliminare ogni singola mina. La prima cosa che bisogna considerare quando si parla delle operazioni di caccia alle mine è che, per poter essere effettuate con successo, le marine coinvolte devono avere a disposizione delle unità specializzate come dragamine e cacciamine. Curiosamente, e con un “tempismo perfetto”, pur essendo sulla carta la più potente marina del mondo, la americana US Navy ha radiato i suoi ultimi 4 dragamine poco prima dell'inizio della Guerra d'Iran, rimanendo pericolosamente scoperta proprio in questo settore vitale.

Secondariamente, le suddette unità navali devono essere dotate di tutta una serie di apparecchiature speciali che servono ad individuare e neutralizzare le mine. Essendo però le mine di diverse tipologie e caratterizzate dall'utilizzo di diversi materiali di costruzione (in alcuni casi metalli ma in altri speciali plastiche) non sempre il processo di sminamento può procedere spedito, con il risultato di dilatare enormemente i tempi delle operazioni, che se invece procedessero spediti rischierebbero di mettere a repentaglio la sicurezza di vascelli e uomini d'equipaggio. D'altra parte, dragamine e cacciamine devono a loro volta essere protetti da altre unità meglio armate perché rischiano di cadere sotto i colpi di altre tipologie di armi delle quali è dotato il nemico; per esempio i missili antinave.

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La Maham–7, una delle più pericolose mine navali iraniane. Credit: cat–uxo.com

Gli iraniani possono bloccare lo Stretto di Hormuz indefinitamente?

Nell'economia generale dell'attuale Guerra d'Iran, i decisori politici e militari di Tehran hanno capito che lo Stretto di Hormuz ed il Golfo Persico rappresentano il ventre molle della strategia di guerra israelo-americana e hanno abbondantemente dimostrato di avere tutta la determinazione per sfruttarlo. Non è un mistero il fatto che il 20% dei flussi petroliferi mondiali passino proprio per Hormuz ma se ad esso aggiungiamo anche il gas naturale, i fertilizzanti e la quota di produzione di alluminio, ci rendiamo conto che, in prospettiva, se gli iraniani tenessero chiuso (o comunque sotto stretto controllo) lo Stretto di Hormuz ad oltranza per molti mesi, il danno all'economia mondiale non sarebbe affatto trascurabile.

In questo ambito, l'utilizzo delle mine navali sia come strumento di blocco (o quanto meno di canalizzazione e controllo) dei traffici commerciali ed allo stesso tempo di dissuasione rispetto a possibili interventi esterni ha permesso a questo vecchio e troppo spesso poco considerato sistema d'arma di acquisire una valenza strategica che fino a poche settimane fa non ritenevamo più essere possibile.

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