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15 Aprile 2026
18:30

Mine nello Stretto di Hormuz: come funzionerebbe rimuoverle e quali sono i tipi, a contatto e di fondo

Lo Stretto di Hormuz è di fatto paralizzato a causa delle mine navali posizionate dall'Iran. Una mossa che ha trasformato il principale snodo energetico del pianeta in un'area ad altissimo rischio. Le operazioni di sminamento necessiterebbero di navi dragamine per rimuovere tutte le tipologie, le mine di fondale, quelle a contatto e le "intelligenti".

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Mine nello Stretto di Hormuz: come funzionerebbe rimuoverle e quali sono i tipi, a contatto e di fondo
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Generata con AI

A più di quaranta giorni dall'inizio della guerra in Medio Oriente tra Stati Uniti, Israele e Iran, lo Stretto di Hormuz resta di fatto bloccato, impedendo il transito di circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiali. A rendere la situazione ancora più complessa è la presenza di mine navali posate all'inizio del conflitto dalle Guardie della Rivoluzione Islamica (i Pasdaran), che hanno trasformato il principale chokepoint energetico del pianeta in un'area ad altissimo rischio per la navigazione.

Ecco perché a Parigi è stato organizzato un vertice militare a cui partecipano una serie di Paesi, tra cui l'Italia, con l'obiettivo di pianificare le operazioni future per lo sminamento dello Stretto. Un'eventuale missione, comunque, partirebbe solo dopo la fine delle ostilità tra Iran e Stati Uniti – per evitare un coinvolgimento diretto dei Paesi UE nella guerra – e dopo aver verificato le condizioni minime di sicurezza per gli equipaggi.

Nel frattempo, l'11 aprile i cacciatorpedinieri americani USS Frank E. Peterson e USS Michael Murphy hanno iniziato un processo di sminamento, con l'obiettivo di creare un corridoio di passaggio sicuro da condividere con l'industria marittima per favorire la libera circolazione delle merci.

Cosa sappiamo sulle mine iraniane nello Stretto di Hormuz: le tipologie

Per capire il motivo per cui le mine nello Stretto di Hormuz rappresentano una minaccia così grande per la navigazione, dobbiamo prima sapere le caratteristiche di questo Stretto, un canale lungo circa 167 km e largo da un minimo di 39 km, nel suo punto più stretto, a un massimo di oltre 100 km.

Le corsie di navigazione commerciale sono soltanto due, larghe circa 3 km e separate da una “zona cuscinetto” di analoghe dimensioni, mentre i fondali navigabili variano tra 40 e 60 metri di profondità, scendendo a 15-30 metri vicino alle coste iraniane. La sua conformazione geologica poi, unita alla presenza di numerose isole iraniane (come Qeshm, Hormuz, Larak), restringe ulteriormente i corridoi navigabili e costringe il traffico internazionale a navigare in canali particolarmente stretti e quindi più vulnerabili nel caso in cui siano presenti delle mine.

È proprio la profondità limitata dei fondali dello Stretto ad aver permesso all'Iran di posizionare facilmente delle mine che, tra l'altro, sono armi estremamente economiche se paragonate ai danni che sono in grado di provocare. Secondo le stime degli analisti marittimi citati da Al Jazeera, l'Iran vanterebbe un arsenale tra le 2.000 e le 6.000 mine, in larga parte di produzione interna.

Più nello specifico, queste mine si dividono in tre categorie principali, a seconda del meccanismo di attivazione:

  • Mine a contatto, ovvero quelle che esplodono soltanto al contatto fisico diretto con lo scafo di una nave. Mine di questo tipo possono essere ancorate ai fondali (che a Hormuz sono poco profondi) oppure installate sopra a dei galleggianti di forma sferica: in quest'ultimo caso, nella metà inferiore della testata si trova l'esplosivo, mentre nella metà superiore si trova una sacca d'aria per farle galleggiare.
  • Mine di fondo: anche questo tipo di mine poggia sul fondale, ma a differenza delle precedenti, si attivano grazie a una serie di sensori (magnetici, sismici o acustici), che rilevano la presenza di una nave, per poi esplodere. Sono significativamente più difficili da individuare rispetto a quelle ancorate e anche più pericolose, perché non richiedono un contatto diretto.
  • Mine “intelligenti”: in questo caso, le mine possono essere ancorate sul fondale fino a una profondità di 200 metri e, una volta rilevato il passaggio di una nave, sono in grado di lanciare un razzo che colpisce l'imbarcazione dal basso.

Chiaramente, l'Iran non ha mai rivelato l'esatta posizione delle mine nello Stretto di Hormuz, limitandosi a pubblicare una mappa che riporta un percorso definito come “sicuro” e che indirizza le navi verso una rotta più vicina alle coste iraniane rispetto a quella tradizionale, che invece prevede la navigazione vicina alla costa dell'Oman.

mappa passaggio stretto di hormuz
La mappa rilasciata dall’Iran che indica la rotta per il “passaggio sicuro” nello stretto di Hormuz. Credit: Brics Monitor, via X.

La presenza delle mine, quindi, serve anche come strategia di guerra psicologica: anche solo il sospetto della loro presenza è sufficiente a paralizzare il traffico commerciale, perché basta una singola mina per indurre gli operatori a considerare l'intera area a rischio.

Come si possono rimuovere: le navi dragamine USA

Ma, quindi, quali sarebbero le operazioni da svolgere per sminare lo Stretto di Hormuz? Le attività di bonifica dalle mine navali, indicate con la sigla tecnica MCM (Mine Countermeasures) possono essere condotte utilizzando due tecniche complementari: il mine hunting (letteralmente “caccia alle mine”), che impiega sonar ad alta risoluzione per individuare e identificare i singoli ordigni, e il minesweeping (dragaggio), che utilizza invece sistemi meccanici o magnetici per provocarne la detonazione controllata e, quindi, eliminare le mine.

Il problema è che si tratta di procedure che richiedono grande precisione, tempi molto lunghi e mezzi specializzati: va poi considerato che le unità navali MCM sono di fatto dei bersagli durante le operazioni di bonifica e hanno quindi bisogno di una scorta militare per essere messe al riparo da eventuali attacchi.

A tutto questo si aggiunge la questione del “mine gap”: la Marina Militare USA, infatti, ha dismesso lo scorso settembre le ultime quattro navi MCM situate in Bahrein, e ad agosto sono stati ritirati dal servizio anche gli elicotteri MH-53E Sea Dragon, fondamentali per le operazioni di sminamento dall'aria. Ecco perché il Presidente USA Donald Trump ha più volte chiesto l'aiuto degli alleati NATO per le operazioni dello Stretto di Hormuz, mentre sono in viaggio verso il Medio Oriente le navi USS Tulsa e USS Santa Barbara.

La Marina Militare Italiana, tra l'altro, ha una lunga esperienza del dragaggio di mine, con gli operatori specializzati che utilizzano tecnologie moderne in grado di garantire tre requisiti fondamentali per le operazioni di sminamento: silenziosità durante l'immersione, una bassa segnatura magnetica (per non innescare gli ordigni a sensori magnetici) e una lunga autonomia sott'acqua.

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Sara Brugnoni
Junior News Editor
Lavoro come giornalista per la sezione news di Geopop: mi occupo principalmente delle notizie di attualità e di tutto ciò che avviene sul Pianeta Terra, dalla geopolitica allo spazio, fino alla società nel suo complesso. Ho lavorato per un quotidiano economico e ho una laurea magistrale in Scienze Politiche, grazie alla quale ho capito quanto gli eventi del mondo siano profondamente connessi tra di loro.
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