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CERVELLI IN CRESCITA episodio 7

Perché nessuno si ricorda di essere stato neonato? I primi ricordi arrivano a circa 3 anni

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Creator
Giorgia Giulia Evangelista
Matematica e Neuroscienziata
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Da adulti non ricordiamo quasi nulla prima dei 3 anni, un fenomeno chiamato amnesia infantile. I neonati formano ricordi, ma non riescono a conservarli: l’ippocampo e i suoi collegamenti con la corteccia sono ancora immaturi, la nascita di nuovi neuroni rimescola i circuiti e mancano ancora un senso di sé e il linguaggio.

Se provate a cercare il vostro primo ricordo, il più lontano che avete e vi viene in mente la culla, i primi passi o le prime parole, è molto probabile che non sia un ricordo di quel momento. Figuriamoci la nascita: nessuno è in grado di ricordare davvero il giorno in cui è venuto al mondo.
Da adulti, in media, i primi ricordi che riusciamo a recuperare risalgono a circa tre, tre anni e mezzo. Eppure, in un sondaggio su 6.641 persone, il 38,6% ha collocato il proprio primo ricordo a due anni o prima. Secondo gli autori, nella maggior parte dei casi si tratta di ricostruzioni fatte dopo, con foto, video e racconti di famiglia.

Questo “buco nero” dei primi anni ha un nome: amnesia infantile. cioè l’incapacità quasi totale, da parte degli adulti, di ricordare gli episodi della propria vita vissuti nei primissimi anni dell’infanzia.E per capire perché succede bisogna partire da come il cervello costruisce un ricordo.

Quando i bambini iniziano a ricordare: la memoria comincia già durante la gravidanza

La memoria non comincia a tre anni. Già durante la gravidanza il feto forma tracce di memoria dei suoni a cui è esposto, come musica e voci. Verso la fine della gestazione, per esempio, reagisce in modo diverso alla voce della madre rispetto a quella di un’estranea.

Anche dopo la nascita i bambini imparano e ricordano. Negli esperimenti della psicologa Carolyn Rovee-Collier, i neonati imparavano che scalciando muovevano una giostrina legata alla caviglia con un nastrino. Bambini di 2 mesi conservavano questo apprendimento per un paio di giorni, quelli di 6 mesi per circa due settimane. È una forma di memoria più semplice di quella degli episodi. Ma intorno al primo anno di età l’ippocampo inizia a registrare anche singoli episodi, e questi ricordi possono durare settimane o mesi . Il problema è che non arrivano fino all’età adulta: con la crescita diventano sempre più difficili da recuperare, fino a scomparire.

Come nasce un ricordo: il ruolo dell’ippocampo

I ricordi degli episodi della nostra vita, quelli con un “cosa”, un “dove” e un “quando”, dipendono soprattutto dall’ippocampo. È una piccola struttura ricurva nella parte interna del lobo temporale, una per emisfero. Il nome viene da Hippocampus, il genere del cavalluccio marino, a cui somiglia per forma: a notarlo per primo fu l’anatomista bolognese Giulio Cesare Aranzi, nel Cinquecento.

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Durante un’esperienza, ogni senso invia informazioni a una zona diversa della corteccia: la vista in una, l’udito in un’altra, l’olfatto in un’altra ancora. Il ricordo, all’inizio, è quindi frammentato. Prima di arrivare all’ippocampo, questi frammenti passano per la corteccia entorinale, dove si aggiungono informazioni sul “dove” e sul “quando”. Qui si trovano le cellule griglia, neuroni che funzionano come un sistema di coordinate dello spazio. La loro scoperta, insieme a quella delle cellule di posizione dell’ippocampo, è valsa il Nobel per la Medicina 2014 a John O’Keefe, May-Britt Moser ed Edvard Moser.

Il ruolo dell’ippocampo: 3 funzioni principali

  • Lega i frammenti in un unico episodio.
  • Ne conserva una specie di indice. I frammenti restano nella corteccia, e l’ippocampo tiene traccia di dove si trovano e di come ricomporli. Una sua zona, il giro dentato, assegna a esperienze molto simili schemi di attività neurale diversi, così che i ricordi non si sovrappongano.
  • Ricompone il ricordo a partire da un indizio, come un odore o un suono.

Con il tempo, e soprattutto durante il sonno, i ricordi si stabilizzano nella corteccia.

L’importanza dell’ippocampo emerge dal caso di Henry Molaison, il paziente “H.M.”. Nel 1953, per curare una grave epilessia, gli fu asportata chirurgicamente gran parte della regione interna di entrambi i lobi temporali, ippocampi compresi. Da allora non riuscì più a formare nuovi ricordi di episodi. Le risonanze successive hanno mostrato che una parte posteriore dell’ippocampo era rimasta, ma probabilmente senza funzionare.

Perché dimentichiamo i primi anni: l’amnesia infantile

I primi anni di vita, e in particolare i cosiddetti “primi mille giorni”, dal concepimento ai due anni, sono il periodo in cui il cervello cresce e si trasforma più velocemente che in qualsiasi altra fase della vita. I collegamenti tra i neuroni si formano a una velocità impressionante ma sono anche molto instabili: molti vengono rafforzati, molti altri eliminati, in un continuo processo di “potatura”. Un cervello così dinamico è perfetto per imparare, ma molto meno per conservare. Ed è proprio qui che nasce l’amnesia infantile.

Se osservassimo le regioni della memoria nel cervello di un bambino piccolo, vedremmo che il sistema che trasforma un’esperienza in un ricordo a lungo termine non è ancora completo. I circuiti dell’ippocampo e i loro collegamenti con la corteccia maturano gradualmente, con meccanismi diversi da quelli dell’adulto. Il risultato è che il passaggio dal vivere un evento al custodirlo nella memoria a lungo termine si interrompe più facilmente. A questo si aggiunge la corteccia prefrontale, coinvolta nell’organizzare i ricordi e nel recuperarli, che continuerà a svilupparsi fino all’età adulta. Da una parte, quindi, è difficile consolidare i ricordi; dall’altra è difficile ritrovarli.

Non tutte le parti dell’ippocampo, però, maturano allo stesso ritmo. Il subiculum, per esempio, una sottostruttura dell’ippocampo, è già relativamente maturo nei primi mesi di vita. Il giro dentato, la zona che tiene separati i ricordi simili, ha invece uno sviluppo particolarmente lungo, che prosegue per anni dopo la nascita. Per questo alcune capacità di memoria compaiono molto presto: la memoria implicita, quella che usiamo per camminare o per usare le posate, e la capacità di riconoscere volti e oggetti familiari. La memoria degli episodi, invece, ha bisogno di tutto il sistema, e arriva più tardi.

Ed è proprio nel giro dentato che entra in gioco un altro meccanismo: la neurogenesi, cioè la produzione di nuovi neuroni. Nell’uomo è molto intensa nella prima infanzia e molto più ridotta in età adulta, anche se non del tutto assente. I nuovi neuroni servono a imparare, ma inserendosi nei circuiti esistenti possono rimescolare i collegamenti che custodiscono i ricordi.

Senso di sé e linguaggio: cosa serve ai primi ricordi

Per formare un ricordo autobiografico serve anche un “protagonista”: la consapevolezza di essere una persona distinta dal resto del mondo. Secondo lo psicologo Mark Howe, è la nascita di questo senso di sé, che si manifesta tra i 18 e i 24 mesi, a rendere possibili i primi ricordi autobiografici. Il segnale classico è il riconoscimento allo specchio.

Infine c’è il linguaggio. Secondo la psicologa dello sviluppo Katherine Nelson, le parole e le conversazioni con gli adulti sul passato aiutano i bambini a organizzare le esperienze in ricordi più duraturi. Una meta-analisi conferma che i figli di genitori che fanno domande aperte ed elaborate sul passato raccontano, negli anni, ricordi più ricchi. I ricordi formati prima delle parole, inoltre, tendono a restare “muti”: anche dopo aver imparato i termini giusti, i bambini non li usano per raccontare episodi vissuti quando ancora non li conoscevano.

Il linguaggio, però, non spiega tutto da solo: anche animali che non parlano, come i ratti e i topi, mostrano una forma di amnesia infantile. L’oblio dei primi anni è probabilmente il risultato di più fattori insieme: un cervello in costruzione, la nascita continua di nuovi neuroni, un senso di sé ancora assente e un linguaggio non ancora sviluppato.

In un certo senso, quindi, il nostro primo ricordo non è la prima cosa che abbiamo vissuto, ma la prima che siamo stati in grado di raccontare.

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