Il 3 novembre si svolgono negli Stati Uniti le cosiddette midterm 2026, le elezioni di metà mandato in cui gli americani sono chiamati a votare per rinnovare tutti i 435 deputati della Camera dei Rappresentanti e 35 senatori (circa un terzo, su un totale di 100 seggi), oltre ai governatori di 36 Stati.
Le elezioni – che si svolgono a metà del mandato presidenziale, come spiega il nome stesso – non riguarderanno direttamente la figura del presidente Donald Trump: tuttavia, saranno fondamentali per misurare l'indice di gradimento della sua amministrazione dopo due anni di governo.
Al momento, gli ultimi sondaggi di Nbc danno in vantaggio il Partito Democratico, con il 52%, contro il 45% del Partito Repubblicano (quello di Donald Trump). Va detto, comunque, che storicamente le elezioni di metà mandato tendono a non premiare il partito del Presidente in carica: molti analisti, tuttavia, fanno notare che l'indice di popolarità di Trump è sceso notevolmente (attestandosi al 38-40%, uno dei tassi più bassi nella storia recente degli USA), complici l'inflazione, il caro-vita e il caro-carburante che hanno sperimentato anche gli Stati Uniti dopo lo scoppio della guerra in Iran.
L'esito di questa tornata elettorale, però, avrà ricadute anche su noi europei: in questi due anni il Presidente USA ha governato con una maggioranza del suo partito sia alla Camera che al Senato, ma i risultati delle midterm potrebbero ribaltare questi equilibri (soprattutto alla Camera dei Rappresentanti).
Questo avrà chiaramente un impatto sulle decisioni dell'amministrazione Trump, soprattutto per quelle che riguardano la politica estera, inclusi i negoziati su Russia e Ucraina, il ruolo americano nella NATO e la guerra in Iran, con Netanyahu che starebbe facendo pressione su Trump perché gli USA tornino a colpire Teheran subito dopo le midterm.
Come funzionano le elezioni di midterm e qual è la posta in gioco
Per capire al meglio la portata di queste elezioni di metà mandato, dobbiamo prima partire da un punto semplice, ma fondamentale: si tratta di elezioni che riguardano i membri del Congresso, l’equivalente del nostro Parlamento, espressione del potere legislativo, che funziona da contrappeso al potere esecutivo (ovvero il governo, ora guidato dal Presidente Trump).
Il Congresso americano è composto da 435 membri della Camera dei Rappresentanti e 100 membri del Senato. La differenza tra le due camere aiuta a capire cosa c’è davvero in palio. Alla Camera tutti i 435 seggi vengono rinnovati ogni due anni, perché i deputati hanno mandati biennali e il numero di rappresentanti per ogni Stato dipende dalla sua popolazione, con ciascun distretto che corrisponde a circa 761.000 persone.
Il Senato segue, invece, una logica diversa. Ognuno dei 50 Stati ha diritto a 2 senatori, i cui mandati hanno una durata di 6 anni e sono scaglionati, in modo tale che a ogni tornata elettorale vengano rinnovati solo un terzo dei seggi disponibili (con i senatori dello stesso Stato che non vanno mai al voto nello stesso anno).
Oggi gli equilibri al Congresso pendono dalla parte dei Repubblicani: il partito di Trump controlla entrambe le camere, con il Senato diviso 53 a 47 e la Camera 219 a 214 con due seggi vacanti, e detiene anche la maggioranza dei governatori, 26 contro 24.

Il punto è che ribaltare queste maggioranze non è così facile per entrambe due camere. Per quanto riguarda la Camera dei Rappresentanti, ai democratici basta un guadagno netto di una manciata di seggi per conquistare la maggioranza e i previsori indipendenti, come il Cook Political Report, li danno ormai favoriti.
Al Senato la partita è più incerta: al Partito Democratico servirebbero quattro seggi netti e il Cook Political Report stima un guadagno democratico compreso tra 1 e 6 seggi, con gare molto combattute in Maine, Michigan, Texas, Alaska, Iowa e Ohio.
Secondo i sondaggi, infatti, i Democratici stanno andando bene in Stati dove di solito i Repubblicani sono i favoriti: stati come il Texas, il Kansas e la South Carolina sono adesso stati in bilico, dove entrambi i partiti si giocano la partita.
Va detto, comunque, che in 20 delle ultime 22 elezioni di metà mandato il partito del presidente ha perso terreno, con l’amministrazione in carica che arriva quasi sempre a questo appuntamento sulla difensiva.
Ricapitolando, i possibili scenari vedono:
- Maggioranza del Partito Repubblicano sia alla Camera dei Rappresentanti che al Senato;
- Maggioranza del Partito Repubblicano alla Camera dei Rappresentanti e del Partito Democratico al Senato;
- Maggioranza del Partito Democratico alla Camera dei Rappresentanti e del Partito Repubblicano al Senato;
- Maggioranza del Partito Democratico sia alla Camera dei Rappresentanti che al Senato.
Secondo gli esperti, l'esito più probabile è il numero 3, con il Partito Democratico che potrebbe ottenere la maggioranza alla Camera, mentre il Senato rimarrebbe in mano al Partito Repubblicano.
Il controllo del Congresso, comunque, non è un dettaglio di poco conto. Il partito che vince ottiene il controllo del potere legislativo, che ha l’autorità di approvare le leggi: una maggioranza solida in entrambe le camere, quindi, implica un’approvazione più veloce ed efficiente dell’agenda politica del Presidente.
Anche la partecipazione al voto va letta con attenzione. Alla vigilia del voto, più di 32 milioni di americani hanno già votato per posta (tra cui anche Papa Leone XIV) o di persona, con oltre 59 milioni di schede postali richieste o inviate. In generale, comunque, l’affluenza alle midterm è di solito più bassa che alle presidenziali e, soprattutto, chi vota in anticipo tende a essere più anziano della media, perciò i dati del voto anticipato non predicono in modo affidabile chi vincerà.
Perché gli esiti avranno conseguenze anche sull'Europa e sull'Italia
Se alle midterm non si elegge il presidente e Donald Trump resterà alla Casa Bianca per altri 2 anni, perché l’Europa dovrebbe preoccuparsene?
Come sottolinea l’ISPI, un rovesciamento degli equilibri a Capitol Hill ridisegnerebbe i rapporti tra il Congresso e la Casa Bianca proprio sui temi internazionali, dalla guerra contro l’Iran alle sanzioni contro Mosca, fino agli impegni verso la NATO: il partito di opposizione avrebbe in mano il bilancio delle forze armate e della diplomazia, il potere di convocare e indagare i membri dell’amministrazione e, con il controllo del Senato, anche la possibilità di bloccare nomine e trattati.
Più nel dettaglio, come evidenzia l'European Council on Foreign Relations, una maggioranza democratica al Congresso renderebbe più difficile per Trump avanzare rivendicazioni sul territorio europeo come quelle nei confronti della Groenlandia. Molti candidati democratici, in vista delle elezioni presidenziali tra 2 anni, puntano a smascherare corruzione, malaffare e abusi di potere e una loro maggioranza aprirebbe con ogni probabilità indagini ed eventuali procedure di impeachment, per esempio contro il segretario alla Guerra Pete Hegseth, già sotto accusa per come ha gestito le operazioni militari nei Caraibi e la guerra contro l’Iran.
I democratici sarebbero anche nella posizione migliore per portare alla luce i legami tra l’espansione degli interessi economici della famiglia Trump, i flussi di capitali stranieri, le decisioni regolatorie e gli esiti di politica estera, rendendo meno appetibili future intese con Paesi come la Russia.
Va detto, però, che una vittoria democratica difficilmente frenerebbe la politica estera di Trump, che ha spesso ignorato la sua stessa maggioranza repubblicana e che gode di un veto presidenziale (superabile solo con i 2/3 in entrambe le Camere), il quale potrebbe bloccare qualsiasi legge rilevante.
Da qui l’osservazione dell’ISPI: per la politica estera di Trump, il voto potrebbe rivelarsi tanto un argine quanto un acceleratore, perché un presidente sconfitto a metà mandato, non potendo più contare sul Congresso per la sua agenda interna, tende a dedicarsi ancora di più al resto del mondo.

In altre parole, davanti alla sconfitta del suo partito Trump potrebbe spingere ancora di più sulla politica estera per avere visibilità: incontri con i leader mondiali davanti alle telecamere, vantaggi economici per i suoi alleati, iniziative pensate soprattutto per dare l’apparenza del successo, in particolare in Europa, Medio Oriente, Americhe e Groenlandia.
Il meccanismo, evidenziano gli esperti, è sempre lo stesso: se fallisce in un’area, Trump ne cerca subito un’altra in cui mostrare forza e il recente “accordo” sulla Groenlandia è servito proprio a spostare per un po’ l’attenzione dall’Iran. E al momento non si possono escludere mosse persino più azzardate, come un tentativo di rovesciare il regime cubano, dopo la cattura di Maduro in Venezuela a inizio anno.
E allora, in cosa potrebbe essere rilevante un Congresso democratico? Secondo gli esperti dell'ISPI, nel bilancio: con la maggioranza in entrambe le Camere, i democratici potrebbero ripristinare gli aiuti all’Ucraina congelati dall’amministrazione e, sull’Iran, negare nuovi fondi fino a legare l’intero bilancio della difesa alla fine del conflitto, salvo veto presidenziale. Qualcosa potrebbe muoversi anche sul fronte del commercio: dopo che a febbraio la Corte Suprema ha escluso i dazi imposti dal tycoon con i poteri d’emergenza, su una parte delle tariffe che colpiscono le merci europee l’ultima parola spetterebbe alla nuova maggioranza.
Insomma, un Congresso democratico potrebbe rendere più costosa ogni mossa del presidente, sull’Ucraina come sull’Iran e sulla NATO, senza però riuscire a impedirla, anche perché, pure in caso di sconfitta, Trump resterà alla Casa Bianca per altri due anni con tutti i poteri della carica.
Secondo gli esperti dell'European Council on Foreign Relations, comunque, una vittoria democratica alle midterm potrebbe contare moltissimo nel medio periodo (con le presidenziali in programma tra 2 anni) e cambiare pochissimo nel breve. Ed è proprio per questo che, per l’Europa, seguire il voto del 3 novembre significa soprattutto iniziare a capire con quale America dovrà fare i conti negli anni a venire.
