
La sensazione di resistenza fisica, quasi viscerale, che proviamo quando dobbiamo disfarcisi di qualcosa non è un'anomalia. È una dinamica profondamente umana che condividiamo con i nostri antenati, con i bambini e perfino con alcune specie di primati. Già dalla nascita impariamo a distinguere ciò che è "nostro" da ciò che non lo è. Ricerche sui bambini dimostrano che a 22 mesi quasi un quarto dei conflitti tra coetanei riguarda il possesso di oggetti. Crescendo, il confine tra noi stessi e le nostre cose si fa sempre più sfumato, tanto che gli oggetti non sono più "solo cose", ma diventano vere e proprie estensioni di noi.
La ricerca in neuroscienze, psicologia evolutiva e del consumo conferma che i nostri possessi riempiono bisogni emotivi: ci consolano, rafforzano la fiducia nelle nostre capacità e ci fanno sentire connessi a chi non c'è più. Il problema, dunque, non è tenere a qualcosa, ma capire quando quella cura si trasforma in un vincolo limitante o, nei casi più gravi, patologico.
"Siamo quello che possediamo” e l’effetto dotazione dello psicologo Russel Belk
Alla fine degli anni '80, il professor Russell Belk pubblicò uno studio diventato un pilastro della psicologia del consumo. La sua tesi era chiara: i nostri possessi sono un riflesso fondamentale della nostra identità. In un senso preciso e documentabile, noi siamo quello che abbiamo. Gli oggetti non sono separati da noi, ma un'estensione del corpo e della mente nel mondo materiale.
Questa prospettiva spiega molte dinamiche quotidiane. Spiega perché subire un furto in casa non sia solo un danno economico, ma una vera e propria violazione psicologica: le vittime riportano una riduzione del senso di privacy e dell'orgoglio per il proprio spazio, perché la perdita degli oggetti è percepita come una perdita di sé. Spiega anche perché ci separiamo così difficilmente dagli oggetti di chi abbiamo amato, che fungono da ponte vitale con i ricordi. E spiega, almeno in parte, perché buttare via qualcosa "faccia male".
In economia comportamentale, un esperimento condotto dagli psicologi Daniel Kahneman, Jack Knetsch e Richard Thaler e pubblicato nel 1991 sul Journal of Economic Perspectives, è diventato il caso-scuola di questo fenomeno: a un gruppo di studenti viene regalata una banale tazza da caffè e viene chiesto loro a quale prezzo la venderebbero. A un secondo gruppo (senza tazza) viene chiesto quanto pagherebbero per averla. Il risultato? Chi possedeva la tazza chiedeva circa il doppio di quello che gli acquirenti erano disposti a pagare.
Questo fenomeno è l'effetto dotazione, radicato nella loss aversion (avversione alla perdita): il disagio psicologico che proviamo cedendo qualcosa è maggiore del piacere che proviamo acquisendola. Il nostro cervello pesa le perdite più delle acquisizioni perché, in un'ottica evolutiva, perdere qualcosa di necessario poteva essere fatale. Tuttavia, uno studio condotto in Tanzania dall'Università della Pennsylvania – pubblicato nel 2014 sull'American Economic Reviews – sulla tribù degli Hadza (non connessi ai mercati moderni e con una società fortemente egualitaria) ha dimostrato che questo effetto non esiste. La difficoltà a separarci dalle cose non è quindi una legge di natura ineluttabile, ma il prodotto culturale del modo in cui abbiamo imparato a vivere.
Dal cassetto pieno al disturbo clinico
È fondamentale tracciare una linea di demarcazione netta. C'è un'enorme differenza tra il cassetto pieno di cavi inutilizzati da anni e il Disturbo da accumulo patologico (disposofobia o Hoarding Disorder).
All'estremo benigno del continuum ci siamo tutti noi: facciamo fatica a buttare oggetti con valore sentimentale o cose che "potrebbero tornare utili". È normale e ha una spiegazione neurologica: il cervello cerca di evitare la fatica cognitiva. Ogni volta che ci chiediamo "tengo o butto?" affrontiamo una micro-decisione sotto incertezza, che ha un costo reale in termini di energie mentali. Il cervello, per autoproteggersi, devia verso la via più semplice: chiudere il cassetto.
All'estremo clinico, invece, troviamo il Disturbo da Accumulo. La differenza non sta nella quantità degli oggetti, ma nel livello di disagio funzionale. Si parla di patologia quando l'accumulo impedisce l'uso normale degli spazi domestici (cucine inagibili, letti irraggiungibili) e la difficoltà a separarsi dalle cose causa una profonda sofferenza che compromette la vita quotidiana, lavorativa e relazionale.
I numeri e le caratteristiche del Disturbo da accumulo
Secondo la meta-analisi pubblicata nel 2019 sul Journal of Affective Disorders, che ha sintetizzato 11 studi per un totale di oltre 53.000 partecipanti, la prevalenza del disturbo si attesta intorno al 2,5% della popolazione, circa una persona su quaranta. In Italia, statisticamente, significa oltre un milione di persone. È un disturbo non raro, ma fortemente sottostimato e sottodiagnosticato.
Chi ne soffre affronta tre enormi difficoltà: impossibilità a separarsi dagli oggetti (indipendentemente dal loro valore reale), acquisizione eccessiva (comprare o raccogliere oltre il necessario), disordine tale da rendere inabitabili gli spazi.
Nei casi più gravi, questo porta a isolamento sociale, conflitti, comorbidità psichiatriche e rischi fisici (cadute, incendi, problemi igienici). Il disturbo è trasversale tra i generi, ma la sua prevalenza aumenta con l'età.
Perché si diventa accumulatori seriali: trama, attaccamento e scarsità
Ma perché nasce questo disturbo? La psicologia clinica individua diverse radici intrecciate:
- Traumi infantili: uno studio pubblicato nel 2019 sul Journal of Obsessive-Compulsive and Related Disorders, condotto su 463 adulti, ha dimostrato che due tipi specifici di trauma infantile (l'abuso emotivo e la trascuratezza fisica) predicono livelli più alti di sintomi da accumulo in età adulta.
- Stile di attaccamento: chi ha un attaccamento ansioso tende a usare gli oggetti come "coperta di Linus".
- Scarsità (reale o percepita): statisticamente, chi ha meno tende ad accumulare di più. Ma conta anche la memoria della privazione: chi è cresciuto in famiglie che hanno vissuto la guerra o gravi ristrettezze impara a non privarsi mai di nulla che "possa tornare utile".
- Funzionamento cognitivo: i ricercatori notano deficit nelle funzioni esecutive, come difficoltà decisionali o problemi di memoria. Conservare gli oggetti diventa un modo per alleviare la paura di dimenticare pezzi della propria vita.
L'errore più comune che commettono familiari o amici di un accumulatore è il cosiddetto clean-out forzato (sgomberare e buttare tutto in un fine settimana). Per gli esperti, questo approccio è devastante, paragonabile al trauma di perdere la casa in un disastro naturale. Chi accumula non vede gli oggetti come semplici cose, ma come parti di sé.
Il trattamento d'elezione è la Terapia Cognitivo-Comportamentale (CBT) adattata per l'accumulo che include motivazione al cambiamento, esposizione graduale alla "non-acquisizione" e allenamento al processo decisionale, ristrutturazione dei pensieri disfunzionali e sessioni a domicilio.