0 risultati
TOXIC
episodio 8
20 Luglio 2026
18:30

“L’alcolismo viene sempre da qualcosa”: la storia di Alessio raccontata dalla sua migliore amica Michela

La testimonianza di Michela nel nuovo episodio di Toxic: come si sta vicini a qualcuno con una dipendenza dall'alcol, cosa si sbaglia, cosa si impara e perché restare è la scelta più difficile e più preziosa.

Ti piace questo contenuto?
“L’alcolismo viene sempre da qualcosa”: la storia di Alessio raccontata dalla sua migliore amica Michela
toxic episodio 8 Michela alcolismo
Stai guardando Toxic non perderti altri contenuti di Geopop
Immagine

Michela e Alessio si conoscono sei anni fa attraverso il compagno di lui. Lei lavora in un negozio di alimenti senza glutine a Cisterna di Latina, lui arriva il fine settimana da Roma. È subito un'amicizia vera, anche se Michela ci mette un po' ad ammetterlo a se stessa. Perché Alessio, all'inizio, la mette a disagio: non ha filtri, dice le cose come vengono, senza calibrarle in base al contesto o alle persone davanti a lui. «Ho capito poco a poco che il problema era il mio» racconta oggi. «Alessio aveva bisogno di qualcuno che gli stesse vicino e che non lo giudicasse».

Quello che Michela scopre nel tempo è un quadro più complesso di quanto immaginasse. Alessio ha un disturbo di personalità e un disturbo ossessivo compulsivo, diagnosticati da anni. Ha perso il padre (morto per cause legate all'alcol) e ha sempre vissuto con la sensazione profonda di non essere all'altezza delle persone intorno a lui. Si sentiva inadeguato, dice Michela. Guardava chi ce l'aveva fatta, ai suoi occhi diversamente da lui, e quella distanza percepita lo schiacciava.

L'alcol in tutto questo non era un piacere, ma era una via di fuga. «Mi rendevo conto che a lui non bastava un bicchiere di vino. Lo sentivi bene in un attimo e mezz'ora dopo ubriaco». Non era il calice di vino del pasto. Era qualcosa che Alessio cercava per stare un po' meno in quella testa.

Michela non risparmia se stessa nel racconto. All'inizio ha sbagliato come sbaglia quasi chiunque: ha messo pressione, ha detto le cose che sembravano ovvie. «Ma come fai a non renderti conto che ti stai facendo del male? Come fai a non vedere che il mondo gira e tu sei fermo?».

Quello che ha funzionato è stato qualcosa di completamente diverso. Stare vicino senza aspettarsi la condivisione in cambio, almeno all'inizio. Ascoltare senza raccontarsi. Smettere di ordinare vino al ristorante quando Alessio era presente, non perché qualcuno glielo avesse detto, ma perché si rendeva conto di quanto costasse ad Alessio anche solo guardare quel bicchiere. Coordinarsi con Guido, il compagno di Alessio, per tenerlo al sicuro nei momenti peggiori. «Nessuno ci ha insegnato come comportarci. Eppure quello che si può fare, in questi casi, è allearsi con le persone giuste».

La crisi più grave arriva una domenica. Michela e Alessio passano la giornata insieme, una giornata che ai suoi occhi sembra tranquilla, normale, bella. Poi Alessio la richiama. Ha bevuto ed è uscito di casa. Michela e Guido riescono a tracciare la sua posizione e nel giro di due o tre ore, Alessio viene portato via in ambulanza.

Quel momento diventa lo spartiacque. Michela e Guido avevano già trovato il CrAL, il Centro di Riferimento Alcologico del Lazio, e ne avevano parlato con Alessio in modo indiretto, a cena, senza che sembrasse un intervento o una soluzione calata dall'alto. Quando la sua psichiatra conferma che sarebbe stato il passo successivo naturale, Alessio accetta. Inizia così il percorso: un mese di incontri quotidiani con un'equipe medica e una psicoterapeuta che ancora oggi lo segue, con frequenza via via ridotta ma mai interrotta.

Alessio è pulito da più di un anno. Scrive, canta, cucina: cose che faceva già prima e che Michela e Guido hanno imparato a usare come ancore, come alternative concrete da proporre nei momenti di difficoltà. «Siamo scesi dal treno e Alessio mi ha detto: sai, per togliermi questa ansia berrei qualcosa. Chiaramente non l'ha fatto. Ma quella cosa te la porti dietro, quell'associazione tra disagio e alcol è lì, e sradicarla richiede tempo».

Michela non pensa che il percorso sia finito. Anzi. «Non bisogna pensare "ce l'ho fatta" e quindi posso mollare la presa. Probabilmente il modo migliore per uscirne è pensare di non esserne mai usciti del tutto». Quei cinque minuti in cui la voglia torna vanno presi sul serio, non ignorati. Una giornata no va affrontata, non lasciata diventare due giorni no.

Alla Michela di sei anni fa, quella con il pregiudizio e il disagio, direbbe una cosa sola:

«Prova a immaginare come potrebbe essere senza l'abuso di quella sostanza. E rimani, nel mentre fa il percorso. Perché se ad oggi è già una persona meravigliosa così, pensa quando sarà totalmente libero».

Sono un appassionato del mondo microscopico, a partire dalle molecole fino agli artropodi. La laurea magistrale in chimica mi ha permesso di avere gli strumenti necessari per comprendere il funzionamento del mondo, ma soprattutto ha saziato la mia fame di risposte. Curioso, creativo e con idee folli: date una videocamera, un drone o una chitarra al DeNa e lo renderete felice.
Sfondo autopromo
Cosa stai cercando?
api url views