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12 Settembre 2026
13:00

Perché parliamo a cani e gatti come se fossero neonati: il cervello li percepisce vulnerabili

Quando parliamo con cani e gatti tendiamo spontaneamente a usare una voce più acuta, melodica e affettuosa. Questo modo di parlare sembra essere legato al desiderio di attirare la loro attenzione e comunicare emozioni positive e rendere l'interazione più affettuosa.

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Perché parliamo a cani e gatti come se fossero neonati: il cervello li percepisce vulnerabili
vocine agli animali

«Ma chi è il cucciolone più bello del mondo?». Se avete un animale domestico, probabilmente avete pronunciato almeno una volta una frase del genere usando una voce molto diversa da quella che utilizzereste per parlare con un altro adulto. Più acuta, più melodica e con un tono decisamente più espressivo. È quello che comunemente chiamiamo “baby talk”, e la cosa curiosa è che non lo riserviamo affatto solo ai bambini. Uno studio pubblicato nel 2002 sulla rivista Science ha analizzato proprio questo fenomeno, confrontando il modo in cui alcune madri parlavano ai propri bambini, ai loro animali domestici e ad altri adulti. Il risultato è stato sorprendente: quando ci rivolgiamo a cani e gatti, modifichiamo spontaneamente la nostra voce in modo molto simile a quando parliamo con un neonato, forse perché li percepiamo ugualmente vulnerabili.

Quando parliamo a bambini o animali la nostra voce cambia: lo studio

Non è immaginazione, la nostra voce cambia davvero quando ci rivolgiamo a degli animali. Nello studio, i ricercatori hanno registrato 12 madri mentre parlavano, in momenti diversi, con i loro bambini di circa sei mesi, con il proprio cane o gatto e con un altro adulto. Analizzando le registrazioni, hanno scoperto che sia il linguaggio rivolto ai bambini sia quello rivolto agli animali aveva alcune caratteristiche in comune.

In entrambi i casi, infatti, la voce diventava più acuta rispetto a quella utilizzata nelle conversazioni tra adulti e l'intonazione risultava più ricca ed espressiva. Questo tipo di linguaggio viene chiamato infant-directed speech, cioè linguaggio rivolto ai bambini. Rispetto alla normale conversazione tra adulti, tende generalmente ad avere un tono più alto, una maggiore variazione dell'intonazione, pause più lunghe e un ritmo particolare. Molte di queste caratteristiche sono state osservate in lingue e culture diverse, anche se il modo preciso in cui vengono utilizzate può cambiare da una popolazione all'altra.

La cosa interessante è che non decidiamo necessariamente di farlo. Non ci mettiamo davanti al cane pensando: “Adesso alzerò la frequenza fondamentale della mia voce”. Semplicemente, davanti a un animale domestico, la nostra voce cambia istintivamente.

I motivi per cui “quella” vocina è utile per creare legami

Dagli studi disponibili, in pratica quando ci troviamo davanti a qualcuno che percepiamo come bisognoso di cura o con cui vogliamo stabilire una relazione affettuosa, sembra che modifichiamo spontaneamente e quasi inconsapevolemten il modo in cui utilizziamo la voce. Non è un caso che anche uno studio pubblicato su PLoSOne abbia riscontrato, tramite risonanza magnetica funzionale (fMRI), che nel cervello si attivano zone legate alle emozioni e alla ricompensa sovrapponibili, sia quando le partecipanti guardavano immagini del proprio figlio o cane, sia guardando foto di bambini o cani sconosciuti.

Qui arriva il dettaglio più interessante dello studio del 2002 condotto dai ricercatori australiani. Il modo in cui parliamo agli animali non è identico al modo in cui parliamo ai bambini. Quando ci rivolgiamo a un neonato, infatti, oltre ad alzare il tono della voce e rendere l'intonazione più espressiva, tendiamo anche a pronunciare alcune vocali in modo più marcato e distinto. Questo fenomeno è chiamato vowel hyperarticulation, cioè iperarticolazione delle vocali. Nello studio del 2002 questa caratteristica è comparsa nel linguaggio rivolto ai bambini, ma non in quello rivolto agli animali domestici. Le persone, quindi, usavano una voce più acuta e affettuosa sia con i bambini sia con cani e gatti, ma modificavano la pronuncia delle vocali soltanto quando parlavano con i neonati.

Ed è una differenza importante. Studi successivi hanno infatti mostrato che alcune caratteristiche del linguaggio infantile, come un ritmo più lento e vocali più chiaramente articolate, possono facilitare il riconoscimento delle parole nei bambini. Questo suggerisce che il baby talk non sia soltanto un modo tenero di parlare: alcune sue caratteristiche potrebbero avere anche una funzione legata all'apprendimento del linguaggio.

Quando parliamo con il nostro cane, invece, non stiamo cercando di insegnargli una lingua umana. Quella voce acuta e melodica potrebbe avere soprattutto una funzione sociale: attirare l'attenzione, comunicare emozioni positive e rendere l'interazione più affettuosa.

Anche agli animali piace di più la "vocina"

In uno studio del 2017 è stato riscontrato che i cuccioli prestano maggiore attenzione quando gli si parla con la classica vocetta acuta. Una preferenza condivisa anche da cani adulti, come dimostrato da una ricerca, sempre del 2017, pubblicata su Science Reportin cui è stato osservato che i cani mantenevano lo sguardo su chi parlava più a lungo se veniva utilizzato l'infant-directed speech (o meglio pet-directed speech), rispetto a quando parlavano normalmente.

Non è un'esclusiva dei "classici" animali domestici, ma perfino i cavalli sembrano preferire il babytalk. Lo dimostra uno studio del 2021, in cui i cavalli con cui veniva usato il pet-directed speech erano più attenti e interattivi durante il grooming e aseguivano in maniera più efficace le indicazioni umane in un compito in cui dovevano individuare del cibo. Segno che il registro vocale dolce, cantilenato e acuto del babytalk possa favorire le interazioni con l'animale.

Insomma, la prossima volta che vi sorprenderete a dire al vostro gatto «ma quanto sei belloooo?» con una voce che non usereste mai durante una riunione di lavoro, sappiate che non siete gli unici. La scienza mostra che il nostro cervello e la nostra voce sembrano cambiare registro quando interagiamo con esseri che percepiamo in modo diverso dagli altri adulti. E, a quanto pare, cani e gatti riescono a tirar fuori da noi una versione linguistica molto simile a quella che riserviamo ai bambini.

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