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2 Febbraio 2026
18:30

Quando un assassino diventa “Serial Killer”? I criteri psicologici che fanno la differenza

La definizione di serial killer è complessa e multidimensionale: alla base si rilevano traumi infantili, specifiche caratteristiche di personalità e un bisogno profondo di controllo e di senso di potere. Questi sono però solo fattori di rischio, non elementi deterministici.

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Quando un assassino diventa “Serial Killer”? I criteri psicologici che fanno la differenza
serial killer

Ogni assassino seriale presenta caratteristiche molto differenti l’uno dall’altro: numero di vittime, movente, modalità di esecuzione del crimine. Evidenze scientifiche hanno però trovato tratti comuni che, oltre ad alterazioni neurobiologiche e genetiche, coinvolgono anche fattori psicologici. Il bisogno di controllo e di potere sembrano essere elementi centrali della condotta omicidiaria. Ripetuti traumi infantili, quali esperienze di abbandono, maltrattamenti, abusi sessuali e genitorialità disfunzionale, sembrano essere i principali responsabili di comportamenti violenti, riduzione del senso del rimorso e dell’empatia.

Da Cesare Lombroso a oggi: un po’ di storia

Cercare tratti comuni nei serial killer non è un’ambizione totalmente recente. Nel XIX secolo Cesare Lombroso (1835-1909), medico e antropologo italiano, fu il fondatore della cosiddetta antropologia criminale. Egli sviluppò la teoria dell'"uomo delinquente nato”, sostenendo che i criminali presentassero dei tratti fisici e anatomici distintivi che li rendevano riconoscibili e che li predisponessero naturalmente alla devianza. Secondo Lombroso, segni come fronte sfuggente, mandibola pronunciata, zigomi larghi, orecchie grandi e asimmetriche, occhi infossati e ravvicinati, naso adunco, bassa statura e altre peculiarità fisiche erano indizi di una sorta di “atavismo”: un ritorno a stadi primitivi dell’essere umano. In pratica, il criminale era ritenuto un individuo rimasto indietro nell’evoluzione e dunque incline a condotte violente.

Queste idee oggi sono ovviamente superate, non solo perché prive di basi scientifiche, ma anche perché risultano semplificatorie e stigmatizzanti. Tuttavia hanno contribuito a promuovere l’idea che il comportamento criminale potesse essere oggetto di studio scientifico e hanno ispirato ricerche successive sull’origine e la natura del crimine. Attualmente infatti, grazie alle tecniche di neuroimmagine e allo studio di comunanze psicologiche, i neurocriminologi iniziano a fornire le prime risposte su base scientifica riguardanti l’origine del comportamento criminale. Quello che emerge è che dietro un serial killer non c’è mai un solo fattore, ma una combinazione complessa di cause psicologiche, neurobiologiche e perfino genetiche.

Significato di serial killer, profilo psicologico e classificazione

Nel corso degli anni, ci sono stati molti tentativi nel delineare cosa fosse effettivamente un omicidio seriale. Curiosamente e, forse, significativamente non esiste una definizione univoca: le istituzioni, gli studiosi e gli investigatori utilizzano criteri leggermente diversi.

L’FBI, che è probabilmente il riferimento più noto, descrive l’omicidio seriale come l’uccisione di due o più persone in eventi separati, sottolineando l’importanza degli intervalli temporali tra un periodo e l’altro. Non si tratta quindi solo di contare le vittime, ma di riconoscere un modello comportamentale che si ripete. Il National Institute of Justice insiste sul concetto di cooling-off period: un tempo di raffreddamento emotivo che separa un omicidio dal successivo e segna una discontinuità netta rispetto ai cosiddetti spree killings, cioè uccisioni a catena prive di pause. Anche il Crime Classification Manual, utilizzato in ambito investigativo, ribadisce questa idea di ciclicità e alternanza tra fantasia, preparazione, azione e ritorno alla vita quotidiana.

Non tutti, comunque, concordano sul fattore tempo: gli omicidi possono verificarsi lungo un periodo estremamente variabile, da poche ore ad anni. Un altro fattore comune a molte definizioni è il fatto che il soggetto agisca perlopiù da solo, in assenza di conoscenza delle vittime (quasi sempre) e che non vi sia alcun motivo apparente che giustifichi l’azione omicidiaria.

Insomma, le differenze tra una definizione e l’altra sono minime, ma rivelano un punto essenziale: la serialità non riguarda tanto il numero di vittime, quanto la continuità psicologica e una sorta di compulsività volta a soddisfare dei bisogni di gratificazione. Infine, vengono spesso ritrovate delle caratteristiche simili tra le vittime, che possono riguardare l’età, il sesso, l’aspetto fisico o condizioni specifiche di vulnerabilità. Questa scelta non è casuale, ma risponde a motivazioni psicologiche profonde, legate a fantasie ricorrenti, bisogno di controllo o alla rappresentazione simbolica di figure significative del passato. La ripetizione di questi criteri di selezione contribuisce a rendere l’atto omicidiario coerente e prevedibile, conferendo al comportamento una struttura ritualizzata che distingue l’omicidio seriale da altre forme di violenza e rappresenta uno degli elementi chiave per l’analisi criminologica e per la costruzione del profilo del killer.

Anche classificare la tipologia di serial killer risulta un’impresa piuttosto articolata:

  • alcuni prendono in considerazione il modus operandi, che può essere del tutto pianificato, parzialmente pianificato o a pianificazione zero;
  • altri classificano un serial killer in base al movente: guadagno economico personale, erotomania, vendetta simbolica o ideologie estremiste (politiche, sociali o religiose);
  • altri ancora in base al numero di vittime coinvolte: il singolo omicidio può riguardare una singola persona, una coppia o un gruppo.

Insomma, definire cosa sia un omicidio seriale e classificare un serial killer in maniera univoca è molto difficile; questo riflette la complessità del fenomeno nella sua totalità.

Profilo psicologico del serial killer

Uno dei principali fattori considerati come scatenante la condotta degli assassini seriali è l’aver sofferto un’infanzia particolarmente traumatica. Dati alla mano, oltre il 90% dei serial killer è stato vittima di violenza, esperienze di abbandono o ha subito abusi sessuali (da sconosciuti o da parenti). Vivere in un contesto familiare violento può generare nei bambini un vissuto di costante paura, questo scenario ha come conseguenza psicologica quella di reprimere i sentimenti, anestetizzare le emozioni per difendersi dal dolore e limitare lo sviluppo dell’empatia.

In uno studio su 62 serial killer di sesso maschile, si è osservato che il 48% era stato abbandonato dalle figure genitoriali di riferimento. È stato anche rilevato che minori aventi un genitore in carcere e/o ritenuto socialmente pericoloso presentino maggiori livelli di delinquenza e di aggressività. Esistono inoltre, altri tre fattori collegati all’omicidio seriale: la piromania, la crudeltà verso animali e l’incontinenza urinaria infantile. Più del 60% degli assassini seriali, avrebbe sofferto di enuresi notturna durante l’infanzia e quasi tutti avrebbero torturato sadicamente animali.

Infatti, in uno studio si sono analizzati 153 soggetti che torturavano animali e sono stati paragonati ad un gruppo di controllo: chi torturava animali aveva una probabilità cinque volte superiore di commettere atti di violenza come aggressione, stupro o omicidio. Per quanto riguarda la piromania, non esistono dati neuroscientifici specifici, tuttavia gli studi clinici mostrano che questo disturbo compaia in maggior frequenza in personalità antisociali e psicopatiche e quindi già inclini a comportamenti criminali.

Un altro filo rosso importante, riguarda il mondo interno delle fantasie. Prima ancora che un serial killer agisca, spesso costruisce nella propria mente scenari dettagliati di dominio, vendetta, controllo e onnipotenza. Queste fantasie possono iniziare come semplici vie di fuga da emozioni ingestibili, ma col tempo diventare più frequenti, più strutturate e più potenti. Per i soggetti la cui fantasia non è più sufficiente si trasforma in azione. Alla base di questi meccanismi c’è spesso un bisogno profondo e patologico di controllo. Alcuni killer seriali descrivono la propria vita quotidiana come un territorio di frustrazione e impotenza. L’atto omicidiario, nella loro percezione distorta, diventa allora un modo per ristabilire un senso di potere assoluto, un momento in cui si sentono padroni di sé e della propria esistenza. Dopo l’omicidio però, questo senso tende a dissolversi, e la necessità di riviverlo spinge verso la reiterazione.

Va infine ricordato un aspetto che rende i serial killer particolarmente difficili da individuare: molti di loro conducono una vita esteriormente normale. Non tutti sono isolati o socialmente disadattati (seppur vi siano molto casi di assassini seriali che hanno sperimentato ritiro relazionale precoce); alcuni lavorano, hanno relazioni, interagiscono quotidianamente con le altre persone senza destare sospetti.

Che disturbi hanno i serial killer: la psicopatologia

Il tema della malattia mentale nei serial killer è sempre stato oggetto di dibattito in ambito psicologico, psichiatrico e criminologico. Una parte degli studiosi sostiene che i serial killer siano individui capaci di intendere e di volere, consapevoli delle loro azioni e in grado, almeno teoricamente, di interrompere la condotta omicidiaria se solo lo volessero. Secondo questa prospettiva, l’omicidio seriale non sarebbe il risultato di una patologia mentale che impatta la capacità volitiva, ma piuttosto l’espressione di una scelta consapevole, spesso motivata dal piacere, dal controllo o dalla gratificazione personale.

Altri autori, al contrario, ritengono che molti serial killer siano affetti da disturbi mentali rilevanti, tali da compromettere in modo significativo il giudizio, il controllo degli impulsi e la percezione della realtà. In questa visione, il comportamento omicidiario può essere influenzato da stati psicotici, deliri, allucinazioni o gravi disturbi di personalità che riducono o alterano la capacità di autodeterminazione dell’individuo. Ad esempio:

  • G. Ponti e U. Fornari, sono dell’idea che i serial killer uccidono principalmente perché provano piacere nel farlo: essi sarebbero affetti solo da disturbi di personalità o della sfera sessuale, che tuttavia non incidono sulle loro capacità intellettive e volitive.
  • T. Lunde, invece, pensava che la maggior parte di loro fosse psicotico o schizofrenico paranoide e che quindi agisse seguendo comandi allucinatori, per deliri mistici o di persecuzione; lo stesso autore distingue inoltre i sadici sessuali, che traggono piacere dalla sofferenza e dalla morte della vittima a seguito di lunghe torture.
  • Secondo F. Bruno, infine, in alcuni casi sarebbe possibile riscontrare un disturbo dissociativo della personalità, caratterizzato dalla coesistenza di più identità, una delle quali responsabile degli omicidi spesso all’insaputa della personalità dominante.

Nessuna categoria diagnostica del DSM (Manuale Statistico dei Disturbi Mentali) identifica pienamente un comportamento assimilabile a quello dei serial killer; è pur vero, tuttavia, che molti presentano patologie psichiatriche e psicopatologiche ascrivibili a una o più delle categorie diagnostiche del manuale. Quelli di più frequente riscontro negli assassini seriali sono:

  • Ritardo mentale;
  • Alcuni disturbi dell’età evolutiva: disturbo disintegrativo della fanciullezza, disturbo da deficit di attenzione/Iperattività; disturbo della condotta e disturbo oppositivo provocatorio;
  • Disturbo da comportamento dirompente;
  • Disturbi correlati all’abuso di sostanze (alcool, droghe o farmaci);
  • Disturbi psicotici: schizofrenia, disturbo delirante, disturbo dissociativo dell’identità;
  • Disturbi sessuali;
  • Disturbo del controllo degli impulsi (disturbo esplosivo intermittente, piromania ecc..);
  • Disturbi di personalità (soprattutto quelli paranoide, schizoide, schizotipico, antisociale, borderline e narcisistico).

I serial killer sono, spesso, affetti da disturbi solitamente diagnosticati per la prima volta nell’infanzia, nella fanciullezza e nell’adolescenza. Tutte queste patologie sono frequenti nelle prime fasi della vita degli assassini seriali e la loro insorgenza è facilmente comprensibile in considerazione delle terribili esperienze familiari e sociali e dei traumi psicofisici che contraddistinguono le storie di vita della grande maggioranza di tali omicidi.

È fondamentale precisare però, che la presenza di traumi, difficoltà familiari, o disturbi psicopatologici non conduce automaticamente allo sviluppo di una condotta omicidiaria seriale. La maggior parte delle persone che sperimentano eventi traumatici nell’infanzia o che ricevono una diagnosi psichiatrica non diventa serial killer. Le condizioni psicopatologiche, psicologiche e sociali riscontrate negli assassini seriali rappresentano fattori di rischio, non cause deterministiche.

Diventare serial killer è il risultato di una complessa interazione tra molteplici elementi: predisposizioni individuali, esperienze traumatiche precoci, dinamiche familiari disfunzionali, fattori ambientali, sociali e culturali, oltre a specifiche caratteristiche di personalità, cause neurobiologiche e persino genetiche. Pertanto, ridurre il fenomeno a una singola causa risulta non solo semplicistico, ma anche scientificamente scorretto.

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