
Se ci si basasse soltanto sui video che circolano online, potrebbe sembrare che i robot umanoidi siano ormai pronti a entrare nei luoghi di lavoro. Negli ultimi anni diversi modelli sono stati mostrati mentre correvano, mantenevano l’equilibrio e affrontavano dimostrazioni sempre più complesse. Ma quanto è già grande il mercato reale?
Uno dei primi dati globali raccolti dall’International Federation of Robotics (IFR) aiuta a mettere il fenomeno in prospettiva. Nel 2025 sono stati venduti circa 7.000 umanoidi nel mondo per applicazioni industriali e servizi professionali. È la prima volta che l’organizzazione li conteggia separatamente nelle statistiche che raccoglie da circa trent’anni. Il numero resta molto piccolo rispetto alla robotica tradizionale e permette di distinguere meglio tra ciò che viene mostrato nelle dimostrazioni e ciò che viene effettivamente acquistato. Il loro utilizzo come assistenti domestici nelle case, quindi, è ancora estremamente limitato.
Cosa significa davvero il dato dei 7.000 robot umanoidi
Quel numero non corrisponde a tutti i robot con sembianze umane esistenti nel mondo. La rilevazione considera le unità destinate a impieghi industriali e professionali ed esclude i modelli per i consumatori e quelli militari, mentre i dispositivi medicali vengono classificati separatamente.
Anche la definizione di umanoide è più ampia di quanto si potrebbe immaginare. Secondo l’IFR, una macchina rientra in questa categoria se ha un aspetto simile a quello umano ed è capace di operare autonomamente in ambienti progettati per le persone. Non è necessario che abbia due gambe. Il punto, dunque, non è riprodurre perfettamente il corpo umano, ma riuscire a utilizzare spazi, strumenti e infrastrutture già pensati per gli esseri umani senza richiedere modifiche radicali.
Essere stato venduto, però, non significa necessariamente essere già al lavoro. Molti degli esemplari acquistati lo scorso anno sono finiti in centri di ricerca o presso aziende che li utilizzano per generare dati con cui migliorare i modelli di AI. Pure il settore automobilistico, tra i primi a sperimentare questa tecnologia, procede su scala ridotta: nei progetti pilota si parla generalmente di numeri a una cifra o, in alcuni casi, a due cifre per stabilimento.
Il confronto con la robotica tradizionale rende bene le proporzioni. Nel 2025 le fabbriche di tutto il mondo hanno installato oltre 600.000 robot industriali e il totale operativo ha raggiunto il record di circa 5 milioni di unità. Gli umanoidi costituiscono pertanto una nicchia rispetto alle macchine che da anni saldano, assemblano, movimentano componenti o ripetono operazioni sulle linee produttive.
Perché i robot umanoidi sono poco diffusi nelle fabbriche e ancora meno per uso domestico
Riuscire a completare una dimostrazione non significa automaticamente poter ripetere lo stesso compito per ore, con precisione e senza interruzioni. È qui che emerge la differenza tra una prova riuscita e una macchina adatta a essere inserita stabilmente in un processo industriale.
L’IFR individua diversi ostacoli da superare. Il primo riguarda i volumi ridotti. Questi sistemi vengono costruiti in quantità relativamente piccole e non hanno raggiunto economie di scala paragonabili a quelle della robotica industriale matura, cioè i vantaggi economici che si ottengono realizzando grandi quantità dello stesso prodotto. In altre parole, la produzione su piccola scala rende più difficile ridurre i costi.
C’è poi il tema delle prestazioni. Un braccio robotico progettato per una singola attività può essere ottimizzato per eseguire lo stesso movimento migliaia di volte. Gli umanoidi, allo stato attuale, non competono con le macchine industriali convenzionali in termini di velocità, precisione, affidabilità e ripetibilità. In cambio promettono maggiore versatilità, perché possono essere destinati a compiti differenti.
Un’altra difficoltà riguarda l’energia. Secondo l’IFR, un ciclo di batteria non consente di coprire un’intera giornata lavorativa. Per i modelli che camminano su due gambe entra inoltre in gioco la sicurezza: devono mantenere continuamente l’equilibrio e una caduta o un problema di alimentazione possono provocare danni alla macchina o mettere a rischio chi si trova nelle vicinanze. Anche la standardizzazione è in evoluzione, con norme di sicurezza specifiche per gli umanoidi e gli altri robot dotati di gambe in fase di sviluppo.
L’AI può contribuire a rendere questi sistemi più autonomi e adattabili. L’IFR indica, per esempio, che i modelli generativi possono offrire nuovi metodi per acquisire capacità, imparare da una dimostrazione e affrontare un compito senza che ogni singolo movimento venga programmato in anticipo. È uno degli aspetti della cosiddetta Physical AI, cioè l’applicazione dell’intelligenza artificiale a macchine che devono percepire e agire nel mondo fisico. I progressi software, però, non cancellano i limiti presenti sul piano meccanico, energetico e operativo.
Quanto potrebbe crescere il mercato dei robot umanoidi nei prossimi anni
Le circa 7.000 unità vendute rappresentano soprattutto un primo riferimento con cui confrontare l’evoluzione di un settore che finora è stato raccontato attraverso prototipi, annunci e grandi investimenti.
Le aspettative sono molto più alte. Bank of America Global Research stima che nel 2026 potrebbero essere spediti circa 90.000 umanoidi e che le consegne possano raggiungere 1,2 milioni entro il 2030. Si tratta però di previsioni, non di vendite già realizzate, e non vanno confuse con il conteggio dell’IFR, basato sulle informazioni provenienti dai fornitori e dalle associazioni nazionali del settore.
Tra i Paesi su cui si concentra maggiormente l’attenzione c’è la Cina, già il più grande mercato mondiale per i robot industriali e intenzionata a sviluppare la produzione di massa degli umanoidi. Negli Stati Uniti il settore attira grandi investimenti privati, mentre in Europa l’attenzione è concentrata soprattutto su sicurezza, efficienza e implicazioni etiche. Il Giappone guarda invece anche a possibili applicazioni legate all’invecchiamento della popolazione.
Per capire se questa crescita si concretizzerà, dunque, non basterà contare quanti modelli vengono presentati pubblicamente o annunciati dai produttori. Il passaggio decisivo sarà vedere quanti riusciranno a uscire dai laboratori e dai progetti pilota per svolgere attività utili, affidabili e convenienti su larga scala. I dati disponibili mostrano che gli umanoidi hanno già iniziato a trovare applicazioni concrete, ma che la loro diffusione resta molto lontana dall’impressione restituita dai video più spettacolari.