Conosciamo più di 8000 specie di anfibi, ma la maggior parte è fortemente legata all’acqua dolce e nessuna vive completamente in mare. Eppure, nel Triassico superiore, circa 237 milioni di anni fa, esisteva almeno un’eccezione. Si chiama Gerrothorax maritimus ed era un anfibio corazzato lungo circa un metro. Due scheletri quasi completi scoperti nella provincia cinese del Guizhou rappresentano, secondo uno studio pubblicato su Nature Ecology & Evolution, la prima prova conosciuta di un anfibio completamente adattato alla vita marina.
Partiamo però da una domanda fondamentale: perché nessun anfibio conosciuto alla scienza è del tutto marino? La riposta è nella loro pelle, che in questi animali è sottile e molto permeabile per permettere la respirazione cutanea. Questa permeabilità, però, rende gli anfibi anche poco tolleranti all’acqua salata. In mare, infatti, il forte gradiente osmotico (la differenza nella concentrazione di sali tra i liquidi del corpo e quelli dell'ambiente) favorisce la perdita di acqua attraverso la pelle e, allo stesso tempo, l’assorbimento di sali in eccesso, rendendo complicato mantenere l’equilibrio interno dell’organismo. Un limite che G. maritimus, però, sembrava superare.
Una prima importante caratteristica di questo animale dal corpo largo e appiattito risiede nella sua corazza. Secondo gli autori dello studio, G. maritimus era infatti ricoperto in gran parte da un’armatura di materiale osseo, una struttura che avrebbe potuto isolare fisicamente la pelle dell’animale dall’acqua circostante limitando così l’ingresso di sali e la perdita di liquidi. Questo anfibio possedeva inoltre delle branchie – che avrebbero contribuito a eliminare il sale in eccesso – e un apparato digerente capace di assorbire l’acqua marina ingerita. Tre elementi che, combinati tra loro, avrebbero reso la sua fisiologia per certi versi più simile a quella dei pesci marini. Anche questi ultimi, infatti, utilizzano una sorta di corazza (o meglio, le scaglie), le branchie e un particolare sistema digerente per osmoregolarsi, come descritto in uno studio del 2003 di Greenwell e colleghi.
Ma come facciamo a sapere che G. maritimus vivesse davvero stabilmente in mare? Il primo indizio viene dal luogo del ritrovamento, ovvero sedimenti depositati circa 237 milioni di anni fa in un bacino marino, un’area che all’epoca si trovava a circa 30 km dalle terre emerse più vicine. Nello stesso ambiente, tra l’altro, sono stati anche rinvenuti altri animali marini, tra cui ittiosauri.

C'è però la possibilità che i suoi resti siano semplicemente finiti lì dopo la morte, magari trasportati dall’acqua di un fiume. Qui, in realtà, ci viene d’aiuto lo stato eccezionale dei fossili. Si tratta infatti di due scheletri quasi completi, nei quali sono conservate persino parti delicate come mani e piedi. Secondo i ricercatori, è molto improbabile che carcasse trasportate per decine di chilometri siano rimaste così integre. Piuttosto, è possibile che gli animali siano morti e diventati fossili molto vicino al luogo in cui vivevano.
A rafforzare questa interpretazione sono anche le analisi degli isotopi dello stronzio nelle ossa. I valori trovati sono compatibili con quelli dell’acqua marina del Triassico superiore e differenti da quelli delle rocce terrestri circostanti, suggerendo che – effettivamente – G. maritmus possa essere il primo anfibio completamente marino di cui abbiamo finora testimonianza.
