
Nuovi dati su ambiente, tecnologia e comportamenti umani durante il Paleolitico medio sono stati forniti da un nuovo studio pubblicato su PNAS, con capofila l'archeologo etiope Yonas Beyene, che ha analizzato i depositi del sito di Halibee nella Rift Valley etiope, la culla del genere umano. Le ricerche si sono concentrate in particolare su sedimenti depostisi circa 100.000 anni fa. In questi sedimenti sono stati rinvenuti migliaia di manufatti litici e numerosi resti fossili, tra cui resti di fauna e scheletri parziali di Homo sapiens. Le condizioni di deposizione e conservazione indicano che molti reperti si trovano ancora in posizione primaria, con limitate alterazioni successive.
L'ambiente e la fauna di Halibee 100.000 anni fa
Dal punto di vista ambientale, i dati sedimentologici e faunistici indicano che l’area era una pianura alluvionale influenzata dal paleo-fiume Awash, che oggi scorre con un corso differente. Il contesto era caratterizzato da inondazioni stagionali e da una vegetazione che variava da foreste a zone più aperte e aride di savana. La presenza di resti vegetali fossilizzati e tracce di combustione suggerisce che questo fosse un paesaggio dinamico, con disponibilità di acqua e di risorse biologiche distribuite in modo variabile nello spazio e nel tempo, popolato e sfruttato da comunità nomadi di cacciatori-raccoglitori.

Le associazioni faunistiche comprendono una grande varietà di vertebrati, tra cui primati, bovidi, roditori, uccelli e rettili. L’abbondanza di alcune specie, come le scimmie del genere Colobus e i roditori semiaquatici, è coerente con ambienti boschivi soggetti a inondazioni periodiche, come evinto dai dati sedimentologici. Tuttavia, le analisi tafonomiche (la tafonomia è la disciplina che si occupa dello studio dei processi che avvengono a un corpo dopo la morte) condotte sui resti animali non mostrano evidenze chiare di sfruttamento sistematico delle carcasse da parte degli esseri umani, e molte ossa presentano invece tracce di agenti naturali o carnivori.
La tecnologia litica e le abitudini nomadi
Per quanto riguarda la tecnologia paleolitica, i manufatti litici mostrano un’ampia varietà di materie prime, prevalentemente locali, come basalti e altre rocce vulcaniche. La tecnica di lavorazione della pietra più diffusa è la tecnica Levallois, dal nome del sito francese dove venne individuata per la prima volta, che si diffuse appunto nel corso del Paleolitico medio. Gli strumenti ritoccati sono rari, mentre è frequente la presenza di scarti di lavorazione, indicando attività di scheggiatura svolte sul posto. Alcuni materiali, come l’ossidiana, risultano rari e probabilmente provenienti da fonti distanti.
Le evidenze archeologiche suggeriscono occupazioni umane episodiche e di breve durata, piuttosto che insediamenti stabili, compatibilmente allo stile di vita delle comunità dei cacciatori-raccoglitori. La distribuzione spaziale dei reperti e la presenza di piccoli frammenti litici indicano una buona conservazione delle attività originarie, con limitata rielaborazione post-deposizionale.

Particolare rilievo assumono i resti umani ritrovati, che mostrano differenti modalità di alterazione post-mortem. Uno scheletro appare relativamente completo, e ciò suggerisce una rapida sepoltura, senza evidenze di intervento umano diretto. Un secondo individuo presenta al contrario segni di predazione da parte di carnivori. Un terzo insieme di resti umani mostra tracce di combustione intensa. Tuttavia, non è possibile stabilire con certezza se questa sia dovuta ad attività antropiche o a processi naturali, considerando come siano state rilevate numerose tracce di fuochi.
Nel complesso, il sito fornisce un raro esempio di contesto all’aperto ben conservato del Paleolitico medio africano. I dati integrati indicano che gruppi di Homo sapiens frequentavano ambienti fluviali stagionalmente allagati, sfruttando risorse locali e producendo strumenti, senza evidenze chiare di occupazioni prolungate o pratiche simboliche complesse.