26 Dicembre 2022
18:30

La storia della birra e la diffusione della bevanda alcolica più consumata al mondo

Come si è sviluppata la storia della birra dal mondo antico a oggi? E quali sono i Paesi dove si consuma la maggiore quantità di questa bevanda alcolica?

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A cura di Erminio Fonzo
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La storia della birra e la diffusione della bevanda alcolica più consumata al mondo
storia della birra

La birra non è solo la bevanda alcolica più bevuta al mondo, ma anche una delle più antiche. Le sue origini risalgono alla preistoria, ma nel corso dei secoli i sistemi di produzione e gli ingredienti sono cambiati più volte e la birra attuale è molto diversa da quella del mondo antico. Oggi la produzione e il consumo sono diffusi in tutto il mondo, ma le quantità variano a seconda delle aree geografiche.

Il consumo di birra nel mondo

La birra, come sappiamo, è prodotta attraverso la fermentazione del malto d’orzo ed è aromatizzata con il luppolo. Ogni anno al mondo se ne bevono decine di miliardi di litri. Nel 2020, per esempio, il consumo globale è stato stimato in 177,5 miliardi di litri.

Orzo maltato (credi Finlay_McWalter)
Orzo maltato (credit Finlay_McWalter)

Il consumo pro capite, però, varia molto a seconda dei Paesi. Stando ai dati di Kirin Holdings, un’azienda giapponese, la popolazione che beve più birra è quella della Repubblica Ceca, nella quale nel 2020 ogni cittadino ha bevuto in media 181,9 litri. Gli altri Paesi in testa alla classifica sono tutti situati in Europa centrorientale:

  1. Austria: 96,8 litri
  2. Polonia: 96,1 litri
  3. Romania: 95,2 litri
  4. Germania: 92,4 litri

La media europea si aggira intorno ai 70 litri annui, ma nella parte mediterranea del continente il dato è più basso. In Italia, per esempio, nel 2020 sono stati bevuti “solo” 31,2 litri a persona. Tra i grandi Paesi, negli Stati Uniti la media è di 72,8 litri, in Cina di 25,1 e in Russia di 59,3.

La classifica, naturalmente, cambia se si vede il consumo totale per Paese:

  1. Cina: 36,088 miliardi di litri, pari al 20,3% del consumo mondiale
  2. Stati Uniti: 24,105 miliardi di litri (13,6%)
  3. Brasile: 13,847 miliardi di litri (7,8%)
  4. Russia: 8,646 miliardi di litri (4,9%)
  5. Messico: 8,287 miliardi di litri (4,7%)

L’Italia è al 18° posto, con un consumo di 1,886 miliardi di litri, pari all’1,1% del totale. Le aree dove si consuma meno birra sono il mondo islamico, l’Africa subsahariana (con l’eccezione di alcuni Paesi) e il subcontinente indiano.

Bevitori di birra (dipinto di F. Jacques, 1923)
Bevitori di birra (dipinto di F. Jacques, 1923)

La produzione nel mondo

Il mercato della birra è dominato dalle grandi multinazionali, al punto che le 40 aziende più grandi coprono il 90% della produzione mondiale. Le due aziende più grandi in assoluto sono la Ab In Bev, con sede in Belgio, che possiede, tra gli altri, i marchi Budweiser, Corona, Stella Artois, Beck’s e Leffe; la Heineken, con sede nei Paesi Bassi, la quale, oltre all’etichetta che dà il nome all’azienda, ne commercializza molte altre, tra quali le nostre Moretti e Ichnusa.

Da alcuni anni è in corso una crescente diffusione dei piccoli birrifici artigianali, il cui numero è in aumento in tutto il mondo, Italia compresa. Essi, però, non sono in grado di sfidare il dominio delle multinazionali.

Stili e tipi di birra

Quanti tipi di birra esistono? Non è facile dare una risposta. In genere le classificazioni si basano su uno di questi tre parametri: colore, gradazione alcolica sapore. La distinzione fondamentale, però, è quella legata al lievito e alla fermentazione, in base alla quale le birre si dividono in due macrocategorie:

  • Lager, a bassa fermentazione (i lieviti si depositano sul fondo del tino);
  • Ale, ad alta fermentazione (i lieviti salgono in superficie).
Birra Lager
Birra Lager

Esistono però birre che non rientrano in questa suddivisione, come le lambic a fermentazione spontanea. Inoltre, ognuna delle macrocategorie include decine e decine di stili diversi e non c’è accordo su quante siano le birre esistenti e su come debbano essere classificate.

Le origini della birra

Dove e quando è nata la birra? Le tracce più antiche sono attestate nell’attuale Iran circa 7.000 anni fa. Poiché molti cereali possono andare incontro a fermentazione spontanea, è probabile che la bevanda sia stata “scoperta” in maniera casuale, mentre si cercava il modo per immagazzinare i prodotti agricoli. In seguito la birra si diffuse tra i sumeri, che veneravano anche un’apposita dea, Ninkasi, e tra gli egizi. La birra dell’epoca, però, era molto diversa da quella attuale, perché non era aromatizzata con il luppolo, ma con spezie e frutti, che le conferivano un sapore dolciastro.

Anche i greci e romani conoscevano la birra, ma la consideravano una bevanda da barbari, perché era diffusa tra i popoli orientali e nordeuropei, e preferivano il vino. Più specificamente, negli anni di Roma iniziò la contrapposizione tra due metà dell’Europa, una settentrionale e orientale, che preferisce la birra, e una meridionale, nella quale prevale il vino. La predilezione, naturalmente, era (ed è) dettata anche da ragioni climatiche, poiché la vite è diffusa soprattutto nell’area mediterranea, mentre l’orzo cresce anche a latitudini più settentrionali.

Il Medioevo e la “scoperta” del luppolo

La divisione tra le due Europe perdurò nel Medioevo, nel corso del quale il consumo di birra aumentò significativamente nella parte settentrionale del continente. La bevanda era apprezzata sia per l’apporto calorico, sia perché era meno contaminata dai batteri rispetto all’acqua. Il consumo, però, diminuì drasticamente nell’area dove la birra era nata, il Medioriente, a causa dell’avvento dell’Islam che, come sappiamo, non ammette il consumo di alcolici.

In Europa, a partire dal IX secolo fu introdotta un’innovazione fondamentale: l’aromatizzazione con il luppolo. L’applicazione della scoperta fu lenta, tanto che sarà perfezionata solo quattro secoli dopo, ma si rivelò fondamentale. Il luppolo, infatti, non cambiò solo il sapore della birra, ma ne aumentò anche la conservazione. Esso, pertanto, rese possibile produrre birra per il consumo non immediato, il che consentì anche il passaggio dalla produzione casalinga a quella su scala più ampia, che avveniva soprattutto nei pub (in Gran Bretagna) e nei monasteri.

Pianta di luppolo (credit Rasbak)
Pianta di luppolo (credit Rasbak)

La produzione industriale

Nuovi cambiamenti avvennero con la rivoluzione industriale. Anche nei birrifici furono introdotte le macchine, che fecero aumentare la produzione e permisero di migliorare il sapore. Furono sperimentati, tra l’altro, nuovi sistemi per l’essiccamento del malto d’orzo che, evitando l’affumicatura, conferivano un sapore migliore alla bevanda. Inoltre nuovi strumenti, come il termometro e il densimetro, consentirono un migliore controllo della qualità.

Da allora i progressi sono stati continui, non solo nella produzione, ma anche nella refrigerazione, nell’imbottigliamento (con le bottiglie di vetro scuro, nate nel 1912) e in altri settori. La birra è così diventata a tutti gli effetti un prodotto industriale.

I monaci e la birra
I monaci e la birra

La birra in Italia

La birra era già consumata dagli Etruschi e nelle colonie siciliane dei Fenici diversi secoli prima di Cristo. Tuttavia, come abbiamo visto, al tempo di Roma perse di attrattiva e fino all’Ottocento il consumo fu assai modesto, a tutto vantaggio del vino.

Solo nel XIX secolo si assistette a un aumento dell’interesse per la birra, almeno nelle fasce più ricche della popolazione. La prima fabbrica italiana, la Wührer, fu fondata nel 1829 a Brescia da un birraio austriaco. Negli anni successivi nacquero altre aziende, tra le quali alcune tutt'ora esistenti, come Peroni e Menabrea, entrambe del 1846. Il consumo di birra, però, era molto più basso di quello del Nord-Europa: ai primi del Novecento si aggirava intorno a 3-4 litri annui pro capite, con alti e bassi legati alle contingenze politiche ed economiche.

Da alcuni decenni è in corso una crescita della domanda anche nel nostro Paese. Il consumo annuo pro capite è arrivato intorno ai 15 litri negli anni ’70 ed è poi aumentato fino ai circa 30 attuali. Il dato italiano, però, continua a essere uno dei più bassi di Europa.

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