
Il 1° febbraio 1945 alle donne italiane veniva riconosciuto il diritto di voto: dopo anni di lotte, il suffragio universale veniva esteso a tutta la popolazione femminile – di almeno 21 anni di età – grazie al Decreto legislativo luogotenenziale n. 23. Da quel momento ci separano 81 anni, un arco temporale brevissimo se ci fermiamo un attimo a ragionare: le giovani che oggi si recano alle urne per esprimere liberamente il proprio voto rappresentano solo la quarta generazione di donne italiane a godere di questo diritto. Per avere un'idea, agli uomini italiani fu concesso il diritto di voto nel 1912, 33 anni prima.
La piena parità dal punto di vista dei diritti politici fu però conquistata solo l'anno successivo: il suffragio universale femminile venne sì approvato nel 1945, ma le donne dovettero aspettare fino al 1946 per poter esercitare il voto. Al tempo stesso, il diritto di voto passivo (ovvero la possibilità di candidarsi alle elezioni e di essere votate) fu esteso alla popolazione femminile solo il 10 marzo 1946.
Come si è arrivati al suffragio universale femminile in Italia
Ma come siamo arrivate a questo importante traguardo? Come sappiamo, dopo l’armistizio dell'8 settembre 1943, l'Italia fu divisa in due distinte entità politiche: a Nord la Repubblica sociale italiana, sostenuta da fascisti e tedeschi, e nel Mezzogiorno il Regno del Sud, con il governo monarchico e il sostegno militare degli angloamericani.
La data che segna uno spartiacque nella storia dell'Italia, però, è il 1° febbraio 1945: mentre il Paese era ancora spaccato a metà, il governo del Regno del Sud presieduto da Bonomi emanò il decreto legislativo luogotenenziale n. 23, che estese il diritto di voto a tutte le donne che avessero compiuto almeno il 21° anno di età (che all'epoca indicava la soglia della maggiore età).

La spinta decisiva arrivò dalla consapevolezza che, dopo il ruolo cruciale svolto dalle donne durante la Resistenza, non fosse più possibile escludere la popolazione femminile dalla vita politica. Secondo la ricostruzione storica, la proposta formale di estensione del suffragio universale fu avanzata il 30 gennaio 1945 durante una riunione del Consiglio dei Ministri. A farsi promotori dell'iniziativa furono due figure chiave della storia italiana: Palmiro Togliatti, membro del Partito Comunista, e Alcide De Gasperi, membro della Democrazia Cristiana.
Con l'entrata in vigore del Decreto il 21 febbraio 1945, un numero ristretto di donne (14 su un totale di 430 membri) entrò a far parte della Consulta nazionale, un'assemblea creata per affiancare il governo nel periodo di transizione post-fascista, il primo organo statale in cui sedettero anche rappresentanti femminili.
La lacuna sul diritto di voto passivo e la questione dell'eleggibilità
Il decreto Bonomi del 1° febbraio 1945, tuttavia, aveva una lacuna non trascurabile: il provvedimento, infatti, sanciva l'elettorato attivo, ossia il diritto di votare, ma non regolava in alcun modo il diritto di voto passivo, ovvero il diritto di candidarsi e di essere votate. Ancora oggi non è chiaro se si trattasse di una precisa volontà politica per frenare l'ascesa delle donne nelle istituzioni, anche se la maggior parte delle ricostruzioni storiche concorda sul fatto che si sia trattato di una “dimenticanza”, probabilmente alla fretta di emanare il decreto in un contesto di emergenza bellica.
Per ottenere la piena eleggibilità, le donne dovettero aspettare fino al 10 marzo 1946, quando la legge elettorale per l’Assemblea costituente (D. Lgs. Lgt. n. 74 del 10 marzo 1946) dichiarò «eleggibili i cittadini e le cittadine italiane che, al giorno delle elezioni, abbiano compiuto il 25° anno di età». Il 2 giugno 1946, oltre a esprimersi per il referendum monarchia-repubblica, gli italiani e le italiane furono chiamati a votare anche per i membri dell'Assemblea costituente: tra i banchi dell'organo incaricato di redigere la nuova Costituzione della Repubblica Italiana sedettero anche 21 donne.