
Sulle mura settentrionali di Pompei, tra Porta Vesuvio e Porta Ercolano, sono visibili da decenni delle impronte di impatto balistico risalenti all'assedio condotto da Lucio Cornelio Silla nell'89 a.C., durante la Guerra Sociale (un conflitto civile fra Roma e alcune città ribelli, tra cui Pompei). Accanto alle classiche cavità circolari prodotte da proiettili sferici, un gruppo di ricercatori dell'Università della Campania Luigi Vanvitelli e dell'Università di Bologna ha identificato un tipo di traccia diverso, descritta in uno studio pubblicato sulla rivista Heritage: piccole cavità quadrangolari, di circa 25–30 mm di diametro, disposte a ventaglio lungo un arco di cerchio, con spaziatura breve e regolare.
Questi gruppi di impronte sono stati il soggetto dello studio pubblicato nel febbraio 2026, nell'ambito del progetto SCORPiò-NIDI, finanziato dal Ministero dell'Università e della Ricerca italiano. La tesi avanzata dagli autori è che tali tracce siano state prodotte dal polybolos: una balestra automatica a tiro ripetuto, la cui invenzione è attribuita a Dionisio di Alessandria, descritta nel III secolo a.C. da Filone di Bisanzio.

Il rilievo è stato condotto con strumentazione digitale avanzata: laser scanner terrestre per il contesto generale, fotogrammetria ravvicinata e scanner a luce strutturata per le singole cavità. La morfologia delle impronte, ovvero a profilo quadrangolare, la disposizione radiale, i volumi di materiale asportato dall'impatto del proiettile comparabili tra un segno e l'altro, distinguono nettamente le tracce oggetto dello studio da quelle prodotte da proiettili sferici (come quelli delle catapulte) o da dardi singoli. L'attribuzione non si basa sulla sola forma, ma sull'analisi combinata di geometria, distribuzione spaziale e compatibilità con i meccanismi di tiro documentati.

Il punto di raccordo con le fonti antiche è un passo della Belopoeica (testo in cui si descrive la costruzione di macchine d'assedio) in cui Filone descrive il principale limite del polybolos: i dardi non si disperdono, ma seguono una traiettoria concentrata su un unico punto, tracciando un arco ristretto. Questa caratteristica, presentata dall'autore antico come un difetto tattico, corrisponde alla configurazione osservata dai ricercatori sulle mura di Pompei. Il generale tedesco Erwin Schramm (1856-1935), che a inizio Novecento costruì un prototipo funzionante della macchina sostituendo la catena lignea descritta da Filone con una catena da bicicletta, aveva già rilevato questa incapacità di dispersione dei proiettili.
Tre gruppi di impronte sono stati analizzati come casi studio. Tutti e tre sono interpretati come colpi mancati: i dardi non raggiunsero il bersaglio e lasciarono il segno sui blocchi di tufo. L'uso di un'arma a tiro rapido è giustificato proprio dalla mobilità dei bersagli (probabilmente gli arcieri pompeiani sulle mura): un singolo artigliere con un'arma tradizionale non avrebbe potuto riallineare il tiro con quella precisione tra un colpo e l'altro, né sarebbe stato tatticamente razionale impiegare più macchine indipendenti per colpire un bersaglio singolo.

Un elemento storico-contestuale è aggiunto a supporto dell'ipotesi: nel 96 a.C., Silla aveva ricoperto il ruolo di governatore della Cilicia, provincia vicina a Rodi, centro di eccellenza nell'ingegneria militare e nella costruzione di artiglieria. Filone ebbe probabilmente contatti con i maestri artigiani dell'arsenale rodio. È quindi ipotizzabile che Silla avesse avuto accesso a sviluppi tecnologici rodii, incluso un polybolos potenziato rispetto al modello originale descritto da Filone più di un secolo prima.
Gli autori hanno calcolato anche le dimensioni della macchina a partire dai danni rilevati, usando la formula proporzionale di Filone, che lega il diametro del modiolus, ovvero il cilindro che contiene i fasci di torsione dell'arma, alla lunghezza del dardo. I valori ottenuti sono compatibili con le stime pubblicate in letteratura e con i risultati delle simulazioni condotte dal team di ingegneria meccanica coinvolto nel progetto. Lo studio riconosce i propri limiti: non sono stati trovati resti fisici dell'arma, né punte metalliche nei blocchi murari, e le cavità di piccole dimensioni presentano incertezze di misura, a causa dell'usura del tempo. Rimane dunque una ipotesi, che dovrà essere verificata attraverso la ricostruzione fisica della macchina e altri test balistici.