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Un bambino è nato da un embrione congelato per trentuno anni (dal 1994) in azoto liquido. La vicenda, riportata dal MIT Technology Review che ha raccontato la storia a fine luglio, ha acceso i riflettori su una pratica di solito confinata alle cliniche di fecondazione assistita. La ricerca scientifica ci dice che il congelamento lento degli embrioni utilizzato in passato aveva diversi limiti, superati poi dalla vitrificazione, una tecnica che oggi garantisce la sopravvivenza della quasi totalità degli embrioni. I risultati però non sono sempre univoci: secondo una grande meta-analisi del 2021, il tempo di conservazione non influisce sugli esiti, mentre altre ricerche suggeriscono un calo delle probabilità di nascita viva quando l’embrione resta congelato per più di un anno, con qualche segnale da monitorare come peso alla nascita più elevato o casi di placenta previa. Nel complesso, i dati restano rassicuranti, con solo qualche segnale da monitorare come peso alla nascita più elevato e casi di placenta previa, ma aprono interrogativi che meritano di essere seguiti con attenzione. Oggi la vitrificazione non serve solo alle coppie che si sottopongono a fecondazione assistita ma è diventata anche un mezzo per preservare la fertilità: donne che devono affrontare cure oncologiche, coppie che scelgono di rimandare la maternità e programmi di donazione, come questo caso recente. La nascita di Thaddeus Daniel Pierce ci rassicura, ma la scienza ha ancora bisogno di studi che seguano queste generazioni nel tempo.
Le tecniche nella storia: dal ghiaccio al vetro
Fino a una ventina d’anni fa gli embrioni venivano sottoposti al cosiddetto “congelamento lento”. Funzionava, sì, ma non sempre: le cellule sono composte in gran parte di acqua e il congelamento poteva portare alla formazione di cristalli di ghiaccio (sia all'interno che all'esterno delle cellule) che, come piccoli aghetti potevano danneggiare le cellule e non tutti gli embrioni sopravvivevano allo scongelamento.

Con la vitrificazione la situazione è cambiata. Come spiegano il Dott. Nagy e i suoi colleghi della Reproductive Biology Associates di Atlanta in uno studio del 2020, il liquido che avvolge l’embrione si trasforma in una sorta di vetro, evitando la formazione di ghiaccio e preservando le cellule quasi intatte. Da lì i numeri hanno parlato chiaro: sopravvivenza dopo lo scongelamento oltre il 95%, con gravidanze portate avanti con la stessa probabilità degli embrioni freschi.
Cosa succede se un embrione rimane congelato per mesi, anni o decenni
La letteratura scientifica non offre una sola risposta. Secondo una meta-analisi pubblicata da Ma e colleghi nel 2021, il tempo di congelamento non sembra fare differenza. Sono stati messi a confronto migliaia di cicli e non si è osservato alcun calo nei tassi di gravidanza, né un aumento di aborti o malformazioni. Questa conclusione si basa su oltre 7000 cicli di trasferimento embrionale raccolti in più centri: un campione ampio che rafforza l’idea che il tempo di conservazione, di per sé, non comprometta gli esiti. L’embrione, insomma, pare sospeso in un limbo senza orologio.
Altri dati però non sono così lineari. Uno studio cinese più recente, pubblicato nel 2024, ha osservato un fenomeno curioso: dopo 6 mesi di crioconservazione le probabilità di ottenere una nascita viva cominciano a scendere, e oltre l’anno il calo si fa più evidente. Ma la dinamica suggerisce che non tutti i dettagli del processo siano ancora chiari.
La discrepanza tra i dati non è casuale: ogni ricerca riflette condizioni diverse – dalle tecniche di laboratorio alla selezione delle pazienti – e questo spiega perché alcuni studi non vedano differenze mentre altri notino cali oltre i sei o dodici mesi.
I bambini nati con la tecnica del congelamento
La domanda successiva è ovvia: come sono i piccoli che nascono da embrioni “vecchi”? Le ricerche disponibili rassicurano. Sia la meta-analisi del 2021 sia lo studio del 2024 non hanno trovato aumenti di malformazioni o complicazioni significative. Alcuni lavori citano un lieve incremento del peso alla nascita, con neonati dal peso superiore alla media (i cosiddetti "large for gestational age"), e un lieve aumento di placenta previa (cioè impiantata nella parte inferiore dell'utero), segnali che non destano allarme immediato ma meritano di essere monitorati con attenzione.
La storia del bambino nato dall’embrione del ’94 sembra quindi confermare ciò che la scienza ci suggerisce: congelare un embrione non lo rende meno capace di dare vita a un figlio sano. Sembra che il tempo biologico, almeno per gli embrioni, possa davvero fermarsi. Quel che manca, piuttosto, sono studi sistematici sul lungo termine dei bambini nati da embrioni rimasti in azoto liquido per decenni.