
In Italia sono presenti due principali giacimenti di uranio, di modeste dimensioni, entrambi nelle Alpi Orobie. Sono quelli di Novazza in provincia di Bergamo, che secondo le stime fornisce circa 1000 tonnellate di uranio, e della Val Vedello in provincia di Sondrio, che ne contiene circa 6000. A questi si aggiungono poche centinaia di tonnellate individuate in alcuni siti nel resto dell'Italia. I giacimenti di Novazza e della Val Vedello, che finora non sono mai stati sfruttati, recentemente sono tornati al centro dell'interesse con l’approvazione del Senato della legge delega sul nucleare e con la possibilità che le prime centrali nucleari entrino in funzione entro il 2034. Tuttavia, il loro sfruttamento non risulta conveniente per la modesta entità delle riserve, gli elevati costi estrattivi e l'assenza di impianti per l'arricchimento dell'uranio. Il nostro Paese dovrà quindi in ogni caso importare l’uranio per far funzionare le sue centrali.
Dove si trovano i giacimenti di uranio in Italia
In Italia i giacimenti più importanti di uranio si trovano nelle Alpi Orobie, in Lombardia. Uno è il giacimento di Novazza, frazione del Comune di Valgoglio, in Val Seriana in provincia di Bergamo, l’altro è quello della Val Vedello, nel Comune di Piateda, in Valtellina in provincia di Sondrio.

Nel giacimento di Novazza l’uranio si trova nel minerale chiamato pechblenda o uranitite, che può contenere tra il 50% e l’80% di questo elemento. Qui, secondo le stime storiche di Agip, si trovano circa 1000 tonnellate di uranio metallico. Il giacimento fu scoperto dai geologi dell’Agip nel 1959 e negli anni seguenti furono scavate gallerie di prospezione lunghe chilometri, ma la miniera non diventò mai operativa. Nel giacimento della Val Vedello l’uranio è contenuto prevalentemente nella pechblenda come a Novazza. Si stima che questo giacimento contenga circa 6000 tonnellate di uranio metallico. Fu individuato nel 1969 ed esplorato negli anni Settanta, ma come per quello di Novazza le indagini si fermarono negli anni Ottanta con il progressivo disinteresse per il nucleare e il suo abbandono con il referendum del 1987.
Anche se i giacimenti significativi sono quelli delle Alpi e delle Prealpi lombarde, l’uranio negli anni Settanta è stato individuato anche in altre regioni dell’Italia: in Trentino-Alto Adige (in Val Daone, Val Rendena e Val Venosta), nelle Alpi Marittime al confine tra le province di Cuneo, Savona e Imperia, nelle Alpi Apuane in Toscana, in alcune aree vulcaniche del Lazio, nel massiccio della Sila in Calabria e in Sardegna. Tuttavia, in queste aree la sua concentrazione è troppo limitata per consentirne lo sfruttamento. Per esempio, le riserve delle Alpi Marittime ospitano circa 300 tonnellate di uranio, mentre la Val Rendena 150 tonnellate.

Gli ostacoli allo sfruttamento dei giacimenti italiani di uranio
L’uranio, anche se non è un elemento raro, si trova in concentrazioni molto basse all’interno della crosta terrestre. Essendo molto disperso, la sua estrazione spesso non risulta conveniente dal punto di vista economico. A Novazza, per esempio, si stima che una tonnellata di roccia fornisca appena un chilogrammo di uranio. Minore è la sua concentrazione, maggiori sono i costi in termini economici, energetici e ambientali. Le riserve di uranio in Italia, oltre a presentare una bassa concentrazione, risultano anche limitate: in tutto si parla di poche migliaia di tonnellate di uranio. Per confronto, le riserve globali ammontano a circa 8 milioni di tonnellate, concentrate soprattutto in Australia e in Kazakistan. Una centrale nucleare di medie dimensioni in un anno consuma circa 160 tonnellate di uranio. Secondo le stime storiche dell’ENI, l’uranio proveniente da Novazza avrebbe potuto alimentare una centrale elettronucleare da 1000 MWe per circa otto anni. I nostri giacimenti, anche se venissero sfruttati, potrebbero quindi coprire una minima parte del fabbisogno energetico nazionale.
Oltretutto, bisogna tenere conto del fatto che l’uranio che viene estratto (U-238) non può essere utilizzato direttamente nei reattori, ma va arricchito con il 4% di U-235. Si tratta di un processo complesso e molto costoso, per cui servono impianti che l’Italia non possiede. Il nostro Paese dovrebbe in ogni caso far trasformare l’uranio all’estero. Possedere centrali nucleari, quindi, non significa automaticamente raggiungere l’indipendenza energetica.
Anche dal punto di vista ambientale le problematiche legate allo sfruttamento dell'uranio in Italia sono significative. Le basse concentrazioni di uranio richiederebbero l'estrazione di enormi volumi di roccia, con danni al paesaggio e agli ecosistemi in un'area protetta come quella del Parco delle Orobie. Inoltre, l'estrazione libererebbe nell'ambiente gas radon e polveri radioattive, nocivi per la salute.